V, 2022/3

Annemarie Steidl

On Many Routes

Review by: Anna Grillini

Authors: Annemarie Steidl
Title: On Many Routes. Internal, European, and Transatlantic Migration in the Late Habsburg Empire
Place: West Lafayette (IN)
Publisher: Purdue University Press
Year: 2020
ISBN: 9781557539816
URL: link to the title

Reviewer Anna Grillini - Istituto Storico Italo Germanico | Fondazione Bruno Kessler

Citation
A. Grillini, review of Annemarie Steidl, On Many Routes. Internal, European, and Transatlantic Migration in the Late Habsburg Empire, West Lafayette (IN), Purdue University Press, 2020, in: ARO, V, 2022, 3, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2022/3/on-many-routes-anna-grillini/

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Il volume di Annemarie Steidl è il frutto di una ricerca decennale e può essere senza dubbio considerato il più imponente e approfondito lavoro recente sulla migrazione interna, esterna e transatlantica nel tardo Impero asburgico.

Per comprendere l’approccio metodologico applicato dall’autrice è fondamentale l’introduzione in cui la Steidl specifica l’uso del termine «migrazione» nella sua accezione più ampia possibile ovvero considerando ogni cambio di residenza, senza tenere conto della distanza percorsa o della durata del trasferimento. Questo approccio consente di considerare anche gli spostamenti stagionali e di non incappare nella difficile individuazione degli spostamenti permanenti, difficili da definire con certezza, soprattutto nel caso dei trasferimenti interni. La premessa da cui muove questa interpretazione è che il concetto di migrazione sia da far risalire alla nascita dei moderni Stati nazionali, in quanto è in tale contesto che si crea l’apparato burocratico e legislativo che classifica i migranti e la tipologia di migrazione (interna o esterna).

La prima parte del volume è dedicata alla storia della migrazione interna tra l’Austria imperiale e il Regno d’Ungheria, una storia da secoli caratterizzata dall’interazione tra diversi popoli e culture, che secondo l’autrice predispone positivamente migliaia di persone allo spostamento verso destinazioni anche oltre oceano. Le fonti principali sono i censimenti imperiali che consentono una buona visione d’insieme degli spostamenti che, occorre precisare, non sono solo dalla campagna verso la città, ma anche tra economie simili in funzione di stagioni e opportunità. L’interpretazione che descrive i flussi migratori interni come i principali responsabili dell’incontrollata crescita urbana è considerata dall’autrice come urbano-centrica, la maggior parte degli spostamenti verso gli agglomerati urbani erano compiuti in un’ottica temporanea, come parte del ciclo stagionale della vita rurale. L’aumento del numero di abitanti dell’aree cittadine è da ricercarsi maggiormente della crescita endogena della popolazione e nella migrazione da altri centri urbani.

Questi spostamenti erano solitamente causati da momenti di instabilità economica. Sul finire del XIX secolo l’Austria era uno dei paesi più economicamente disomogenei del vecchio continente. Le migrazioni interne verso centri industrializzati come in Bassa Austria, Boemia del nord e Stiria settentrionale erano molto diffuse e provenivano dai distretti confinanti. In contrasto, la migrazione interna era meno tipica in Galizia, Bucovina, Croazia e Slovenia dove i migranti sceglievano maggiormente destinazioni europee.

Il secondo e il terzo capitolo sono incentrati sulla mobilità internazionale: europea e transoceanica. Per quanto riguarda i movimenti entro il territorio europeo, questi sono soprattutto verso i paesi confinanti, Svizzera, Germania e Russia in particolare. Si tratta di spostamenti «circolari» ovvero temporanei e dominati dalle stagioni.

Nel contesto di questa mobilità continentale è proposto il caso studio dei lavoratori di lingua italiana, una categoria studiata in funzione delle singole professioni esercitate anziché come un unico, complesso insieme (pp. 95-97). Inizialmente la manodopera di lingua italiana era specializzata e molto richiesta – si pensi agli operai trentini specializzati nella costruzione di ferrovie o ai venditori di specialità gastronomiche provenienti dal Friuli – ma con l’aumentare del numero di migranti crebbe anche la quota di persone senza particolari competenze fino a che, entro la fine del XIX secolo, i lavoratori di lingua italiana furono considerati come non specializzati e addirittura come i «cinesi d’Europa». Negli anni immediatamente precedenti al primo conflitto mondiale, l’attrattività dell’Impero asburgico come meta per i migranti italiani, specialmente per gli operai specializzati, diminuì sempre più in favore del Reich tedesco. Questa tendenza si conferma nei decenni successivi, fino anche agli anni Sessanta quando la Repubblica Federale tedesca arruolò migliaia di lavoratori ospiti dall’Italia.

Come accennato, il terzo capitolo è inerente alle migrazioni transoceaniche. Tra la metà del XIX secolo e lo scoppio della Grande Guerra, circa quattro milioni di individui lasciarono l’Impero asburgico verso altri continenti. Utilizzano i registri navali, l’autrice, è riuscita a ricostruire una sorta di cronologia degli arrivi negli Stati Uniti: la prima ondata (1850-1890) era composta principalmente da boemi che riuscirono a stabilirsi in campagna e a ottenere terreni di proprietà. La seconda ondata, molto più numerosa, era composta soprattutto da contadini, ma questi difficilmente riuscirono a lavorare nelle campagne, finendo più spesso in fabbrica o in miniera.

Particolarmente interessante è la parte del capitolo dedicata all’eventuale ritorno dei migranti da oltreoceano. L’intenzione o meno di rientrare nella terra natia influenzava tutto il piano della migrazione, oltre che le modalità di inserimento nella nuova realtà. Steidl dimostra come non fossero le campagne statali a incoraggiare il rientro dei migranti, ma le relazioni sociali oppure un piano originario di spostamento che già prevedeva un trasferimento temporaneo. Nel caso dei migranti austro-ungheresi, circa il 40% di quelli partiti per gli USA tra il 1900 e il 1914 rientrarono in Europa. Tuttavia, il rimpatrio non si rivelava sempre facile, anche quando le relazioni familiari erano rimaste salde e il ritorno non era inaspettato, il migrante era spesso accolto dalla società di origine con sospetto, le nuove competenze e le nuove abitudini erano considerate come destabilizzanti o, nel migliore dei casi, come troppo originali. Le autorità locali, così come quelle religiose, incoraggiavano la popolazione a conservare un atteggiamento scettico rispetto eventuali novità proposte e rispetto ai costumi esteri.

Questo studio di Annemarie Steidl rappresenta un contributo fondamentale, non solo perché l’autrice fornisce nuovi dati e chiavi interpretative del fenomeno migratorio, ma perché offre al lettore continue indicazioni sulla metodologia utilizzata e sul tipo di fonti disponibili, rendendo il volume imperdibile per chiunque studi la mobilità europea.

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