V, 2022/2

Andrea Tilatti

Between La Salette and Lourdes

Review by: Claudio Lorenzini

Authors: Andrea Tilatti
Title: Between La Salette and Lourdes. Teresa Dus of Porzûs and Our Lady
Place: Bologna
Publisher: Vandenhoeck & Ruprecht
Year: 2022
ISBN: 9783847114185
URL: link to the title

Reviewer Claudio Lorenzini - Università di Udine

Citation
C. Lorenzini, review of Andrea Tilatti, Between La Salette and Lourdes. Teresa Dus of Porzûs and Our Lady, Bologna, Vandenhoeck & Ruprecht, 2022, in: ARO, V, 2022, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2022/2/between-la-salette-and-lourdes-claudio-lorenzini/

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Sabato 8 settembre 1855 Teresa Dus, 11 anni, di Porzûs, un piccolo paese delle montagne orientali del Friuli fra le vallate di lingua e cultura slovenofona, mentre stava falciando ebbe una visione. Le comparve una Signora che raccomandò a lei e ai suoi paesani di non lavorare le feste. Alcuni giorni dopo, il 27 e il 30 (o il 20 e 23), le visioni tornarono nella chiesa del paese alla presenza dei fedeli. In quell’occasione, una piccola croce comparve e si impresse nella mano di Teresa, incarnandole la veridicità di quanto stava accadendo.

La collocazione nel tempo e nello spazio dei fatti qui riassunti, che sono alla base del ‘caso’ di Teresa Dus presentato in Between La Salette and Lourdes da Andrea Tilatti, può dirsi esaurita. Va da sé che il dopo – dalle reazioni della popolazione, del loro parroco di Attimis e della Arcidiocesi udinese, ai tentativi di formalizzazione del culto ‘dal basso’, al destino che fu riservato a Teresa, fino all’ampia produzione storiografica promossa da don Carlo Emilio Gamberoni dagli anni Novanta del secolo scorso che ha accompagnato la riscoperta e diffusione del culto – e l’altrove – Cividale del Friuli, Udine, Cormons, Clap (il villaggio confinante e in lite con Porzûs), La Salette e Lourdes – sono parte preponderante di questo studio, condotto con grande sapienza, con sguardo ravvicinato e partecipe empatia. L’approccio, oltreché della microstoria, è debitore della formazione e competenza medievistica dell’autore, in particolare nella storia della santità, che va declinata anche come rivendicazione di metodo: le fonti con le quali ricostruire quei fatti sono rarefatte (e in buona parte editate nell’Appendice) e, per quanto possibile, dovevano essere «forzate con gentilezza», anche interpretando la loro assenza oltreché la reticenza dei protagonisti.

Su una di queste fonti, il Libretto memoriale di Giovanni Grimaz, vi è stata l’opportunità e la necessità di soffermarsi, approntando un’edizione estremamente complessa (sono almeno nove i criteri grafici adottati per districarsi tra riscritture, e in diverse lingue o sul calco dello sloveno, correzioni, errori, giunte anche di molto successive) e coraggiosa, preludio ad un dialogo e a un confronto serrati che stanno a fondamento del libro. Grimaz, con l’intento di fissare i fatti, intraprese dal 1886 un’opera di raccolta e sistemazione scritta delle memorie sui fatti, anche grazie al ricorso di chi vide, seppe e fu partecipe delle visioni, a partire dal fratello di Teresa, Giovanni Battista. Il testo che ne derivò serviva (anche) a sollecitare le autorità ecclesiastiche a prendere una decisione, convincendole della veridicità dei fatti, o quantomeno a consentire lo sviluppo di un culto e, perché no, la nascita di un santuario, magari dedicato alla Immacolata concezione (dogma proclamato nel 1854), e la crescita dei pellegrinaggi. Contestualmente, infatti, sempre Grimaz aveva contribuito alla sistemazione della «Iancona», l’ancona devozionale dove la popolazione di Porzûs si recava a recitare il rosario nel luogo della prima apparizione, e nella quale avrebbe voluto affiggere una tela da lui stesso dipinta che la rappresentava. Più tardi, fra il 1913 e il 1914, l’edificio fu ingrandito, sempre con il suo concorso, per accoglievi due statue, quella della Madonna di Lourdes e quella di santa Teresa d’Avila (per convergenza onomastica). Anche la tela originaria, in forma silente, ricomparve da dove era stata relegata, consacrando da parte del popolo un culto che non aveva (e non avrà), o non poteva trovare ufficialità e riconoscimento.

Questa tripartizione delle fonti – iconografica, monumentale, scritta – costituisce un programma consapevolmente predisposto da Grimaz e dalla comunità di Porzûs, che palesa la straordinaria ricchezza intrinseca alla rielaborazione emica di quei fatti. Il Libretto, in particolare, ricomparso nel 2009, si presenta come una testimonianza preziosa innanzitutto per comprendere come si sia sedimentata la memoria delle visioni e come sia stata trasmessa. Come viene provato, la riscoperta del testo di Grimaz supera la tradizione orale che si dimostra essere una sua filiazione, frutto anche di rielaborazioni agiografiche e devozionali ben riferibili e coeve: i casi delle visioni, divenute (celermente) ufficialmente apparizioni, de La Salette (19 settembre 1846) e di Lourdes (11 febbraio - 18 luglio 1858). In entrambi questi casi, la Madonna compare e ricompare a giovani e bambine, in forma 'attestataria’, connotando un modello, quello ‘francese’ di devozione mariana, per la quale la testimonianza (anche indiretta, come nel caso di Grimaz) di chi è presente, o sa e trasmette i fatti, diviene strumento cruciale di veridicità e di prova (e su questo fronte, il rimando agli studi di Philippe Boutry e Joachim Bouflet è puntuale).

Teresa, dopo le ultime visioni, fu allontanata dal suo villaggio, accolta fra le «derelitte» delle Suore della Provvidenza, l’istituto fondato da don Luigi Scrosoppi (santo dal 2001) a Udine, dove dovette maturare la vocazione che la portò a diventare suor Osanna Maria nel 1868. Fatto salvo un periodo trascorso a Cividale presso un sacerdote, prima della vestizione, e una breve permanenza a Cormons dalle suore di lì, una volta suora, non dovette mai rientrare a Porzûs. Nel 1870 morì di tubercolosi: aveva (quasi) 25 anni. Sono questi gli scarni rilievi biografici che l’autore ha pazientemente collazionato su Teresa. Nonostante il suo caso fosse noto almeno nella cerchia dei consacrati vicini a don Scrosoppi e all’ambito cividalese, la fama delle sue visioni rimase circoscritta, al punto che lo stesso Libretto di Giovanni Grimaz fungeva da rivendicazione postuma di un evento prodigioso ingiustamente sottovalutato, anche (inconsapevolmente, o costretti dalle forze in campo) dai suoi paesani.

Tilatti si interroga sul perché in quel frangente le cose siano finite in quel modo, e quali siano stati gli elementi contestuali vicini e lontani che ne determinarono gli esiti. Il ‘gioco di scala’ porta a considerare almeno due fronti ampi, il primo dei quali va riconosciuto negli effetti dell’epidemia di colera del 1855 e nelle risposte che dal versante religioso potevano sopperire a quelle indicibili sofferenze, comprovate dalla disastrosa mortalità di Porzûs di quell’anno. Il secondo era la guerra di Crimea e le sue conseguenze sul piano dei rapporti fra mondo ‘slavo’ e ‘tedesco’/‘latino’, che potevano trovare nell’area a contatto fra questi mondi, quale il Friuli orientale era (e sarà), uno dei banchi possibili di prova. Vi sono tuttavia anche dei fronti geograficamente più prossimi al villaggio da vagliare, il primo dei quali era il conflitto perdurante con Clap per il riconoscimento di un cappellano, con il conseguente distacco dall’autorità parrocchiale di Attimis; l’evento perturbante delle visioni avrebbe acuito un contrasto che era di già difficile sopire e che coinvolgeva a cerchi concentrici i prelati locali fino all’arcivescovo di Udine. Su questa parte di ricerche, ha scritto pagine importanti e ben utilizzate da Tilatti, Veronica Felli, purtroppo ancora inedite.

In fin dei conti, di Teresa e da Teresa sappiamo ben poco. La nostra conoscenza di ciò che vide e, soprattutto, di quel che sentì dalla Signora, è scarsa anche per l’assenza di testimonianze dirette. Anche chi la conobbe e la frequentò, e con grande probabilità la consultò, non sembra aver lasciato traccia sui fatti. Eppure, grazie a una intelligente lettura delle fonti, indugiando su quanto involontariamente i protagonisti di quelle vicende scrissero (o non scrissero), Tilatti riscontra ciò che altri su quei fatti credettero, e valuta le scelte (o le mancate scelte) che portarono a sopire la loro diffusione, circoscrivendone la memoria all’interno di Porzûs o poco più in là. Fra le ragioni di questa scelta, che fossero state manifeste o nascoste, si può riconoscere la questione linguistica, che da lì a qualche anno divenne un tema problematico, non solo per il Friuli ma anche in Friuli. Si tratta di uno dei risultati più vistosi di questa importante ricerca (in questo solco, l’edizione italiana del libro, Tra La Salette e Lourdes: Teresa Dus da Porzûs e la Signora, ha trovato una accoglienza coerente fra le pubblicazioni della Società filologica friulana), e promettenti negli sviluppi che ulteriori approfondimenti garantiranno. Teresa bambina parlava e capiva la variante dello sloveno utilizzato dalla sua comunità: in quale lingua le parlò la Signora per farsi capire? Ammettere il ricorso allo sloveno – cosa che nemmeno il Libretto di Giovanni Grimaz fa mai – avrebbe offerto al tempo e nel tempo un’opportunità di rivendicazione. Abitando a Udine e convivendo con altre sue coetanee, Teresa dovette apprendere almeno il friulano e l’italiano.

Muovendosi fra memoria e storia, e approntando con sapienza le comparazioni necessarie e possibili, il libro di Andrea Tilatti riesce a farci riconoscere gli intenti che muovono le scelte dei singoli e quelle che, anche attraverso le poche parole di una bambina apprese dalla Signora, possono diventare nel tempo patrimonio collettivo.

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