III, 2020/1

Siglinde Clementi

Körper, Selbst und Melancholie

Review by: Raffaella Sarti

Authors: Siglinde Clementi
Title: Körper, Selbst und Melancholie. Die Selbstzeugnisse des Landadeligen Osvaldo Ercole Trapp (1634-1710)
Place: Köln
Publisher: Böhlau Verlag
Year: 2017
ISBN: 9783412508890
URL: link to the title

Reviewer Raffaella Sarti - Università di Urbino

Citation
R. Sarti, review of Siglinde Clementi, Körper, Selbst und Melancholie. Die Selbstzeugnisse des Landadeligen Osvaldo Ercole Trapp (1634-1710), Köln, Böhlau, 2017, in: ARO, III, 2020, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2020/1/korper-selbst-und-melancholie-raffaella-sarti/

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Nel 1686, il nobile trentino-tirolese Osvaldo Ercole Trapp cominciò la stesura di un breve manoscritto, poi steso nel corso di vari anni, che offre la descrizione non della sua vita ed educazione ma (come si evince dal titolo) del suo corpo, dalla testa ai piedi. La descrizione riguarda tanto l’aspetto esteriore quanto gli organi interni, in un costante confronto tra passato e presente, tra un’epoca di maggior vigore, forza, vivacità e la situazione presente in cui egli è ridotto a pelle e ossa, debole e spossato: la faccia, un tempo “rubiconda”, è ora caratterizzata da una pelle “molto sottile, molle e quasi esangue, e palida, cadaverosa” (p. 29); il cervello un tempo “di mediocre quantità, di buona qualità e temperamento” è divenuto “molle, più tosto adusto e massime adesso quasi consumato” (p. 30).

Non si tratta dell’unico scritto in cui Osvaldo Ercole parla di sé. In un altro testo senza titolo tratta della sua vita a partire dalla sua nascita, mentre in un terzo offre una breve cronaca della casa Trapp-Caldonazzo. Stesi in italiano, a lungo conservati nell’archivio Trapp a Castel Coira / Churburg Schloss e ora consultabili presso l'Archivio provinciale dell’Alto Adige / Südtiroler Landesarchiv, i tre manoscritti costituiscono il nucleo centrale del libro di Siglinde Clementi Körper, Selbst und Melancholie.

Ricostruendo una pluralità di contesti in cui i tre manoscritti sono collocabili, Clementi sviluppa un percorso in cui dalla scrittura autobiografica si passa alla storia dei Trapp, con una riflessione su famiglie, case nobiliari, lignaggi, ruolo delle donne, strategie matrimoniali, celibato. Poi, al fine di cogliere la percezione e rappresentazione di sé e del proprio corpo da parte di Osvaldo Ercole, Clementi ne legge gli scritti alla luce della medicina, della fisiognomica e dell'astrologia e delle credenze relative alla generazione e all’educazione. In linea con un sapere medico che – dall’epoca di Vesalio e del “Rinascimento anatomico” – attribuisce crescente importanza alla dissezione, il barone trentino analizza il suo corpo dividendolo nei suoi componenti: testa, occhi, naso, orecchie, e giù fino ai piedi, senza tralasciare cuore, stomaco, fegato, ano o sangue. Al contempo, tuttavia, come peraltro fa anche la medicina d’età moderna, interpreta il corpo stesso lungo le direttrici del caldo e del freddo, dell’umido e del secco, facendo riferimento agli umori e alla cozione: tutte nozioni che mostrano la persistente importanza di un sapere che affondava le radici nell’antichità greco-romana, nelle teorie di Ippocrate e di Galeno. Così ad esempio il suo cervello gli appare “sempre meno humido, molle, piùtosto adusto e massimo adesso quasi consumato”, lo stomaco, un tempo “calido e di buon temperamento, e qualità concotrice e digestiva” è “diventato sempre più frigido, debile” (p. 168).

Tra le cause delle sofferenze Osvaldo Ercole elenca la debolezza del seme del padre, che lo concepì in età ormai senile; il latte cattivo delle balie; il regime alimentare al quale l’aveva sottoposto, da piccolo, la madre, che – pensando di far bene – gli dava pochissimo da mangiare e da bere, come previsto dalla tradizione ippocratica per prevenire gli attacchi epilettici, di cui egli aveva sofferto da neonato, tanto da essere creduto morto ed essere quasi miracolosamente “resuscitato” grazie ad un tentativo in extremis fatto dal medico, “il botto del fuoco dietro al collo” (p. 39, p. 158). E poi, ancora, tra le cause dei suoi mali, Osvaldo Ercole cita i “cibi grossi et salati et vini poco buoni torbidi, accidi, ò acquati” che gli aveva rifilato la Signora Crescientia presso la quale era stato pensionante, a Innsbruck, verso l’età di 14-15 anni; e, soprattutto, le ansie di sua madre, sempre in apprensione, severissima, scostante. E insonne: come sarebbe stato anch’egli.

Insorta già durante l’infanzia, l’insonnia, dall’età di circa 27 anni sarebbe divenuta cronica. Mentre il sonno “riscalda e corrobora i membri”, “concoce gli humori”, “ingrassa il corpo”, “sana l’infirmità dell’animo et mitiga le molestie della mente”, l’insonnia - scriveva Osvaldo Ercole - “infrigidisce il corpo”, “estingue il calor naturale”, “indebolisce la virtù concocitrice”, rende difficile la digestione, “corrompe la temperatura del cervello”, “grava la testa”  la “riempie di vapori”, “causa dell’angustie della mente”, “debilita la memoria e tutte le facoltà animali”, “fa delirio”, “accude gli humori”, “accude la colera”, “moltiplica le flemme”, “muove a tutte le indispositioni flemmatiche”, crea una “insensione dell’anima dal suo principio”...: gravissimi problemi che egli, oppresso da una cronica incapacità di riposo, conosceva bene (pp. 41-42).

Accanto all’influenza esercitata sulla propria vita da padre, madre, balie, e altre persone incaricate della sua educazione, il barone considera anche l’influsso astrale (non ritenuto in contraddizione con la fede cattolica). Interpreta tre linee sulla fronte, associate a Sole, Venere e Luna, come segni visibili di tale influsso. Indizio di debolezza della virtù ad essa associata, di sfortuna, grandi dolori e possibilità di morte improvvisa, secondo la Metoscopia o commensurazione delle linee della fronte di Ciro Spontoni (1554), la linea spezzata è considerata anche da Osvaldo Ercole come un segno negativo; l’irregolarità della sua linea di Venere sarebbe peraltro dovuta al fatto di avere un padre anziano e una madre molto più giovane e calda (p. 34, p. 187). Egli tratta poi dell’influsso negativo di “S.”, verosimilmente Saturno (p. 33), dunque della melancolia. Pur non definendosi esplicitamente melancolico, fornisce descrizioni di sé coerenti con l’eziologia della melancolia - letteralmente bile nera - radicata nell’antichità e ripresa da Robert Burton in The Anatomy of Melancholy (1621). La sua milza sarebbe di color bluastro o nero e piena di “humor malinconico”; i “cattivi humori” della milza avrebbero un influsso negativo anche sul cuore e il suo sangue sarebbe “molto malinconico” (p. 189).

Egli ritiene le sue sofferenze del tutto eccezionali: è quasi un miracolo che sia ancora vivo. Ciò che narra può apparire inverosimile, ma “pur troppo è il vero” (p. 52). Sebbene i suoi scritti - estremamente frammentari - non siano pensati per la pubblicazione, egli immagina dei lettori ai quali assicura la veridicità di quanto sostiene, stringendo un “patto autobiografico”. Pare animato alla scrittura dal tentativo di chiarire a se stesso e agli altri il proprio sfortunato destino e dalla volontà di lasciare traccia di sé, trovando un riscatto nell’eccezionalità della sua sofferenza (p. 64).

Il suo periodare frammentario, interrotto da puntini sospensivi, zoppicante (di cui purtroppo si ha un esempio solo nell’immagine di copertina) già di per sé comunica un senso di sofferenza. È nel non detto, tuttavia, che, secondo Clementi si cela verosimilmente una delle ragioni principali della sua afflizione. Solo in un passaggio oscuro e pieno di lacune il barone fa un cenno (quasi incomprensibile senza l’ausilio di altre fonti) al fatto di essere stato interdetto (p. 47, p. 197).

La vicenda dell’interdizione, pur destinata nei suoi dettagli a restare ignota, è ricostruita dall'autrice  alla luce delle vicende della famiglia Trapp. Originaria della Stiria e trasferitasi in Tirolo all’inizio del Quattrocento, alla fine del Cinquecento era in possesso di Castel Beseno e della Magnifica Corte di Caldonazzo nel Principato vescovile di Trento, e di Castel Coira in Val Venosta, nella Contea del Tirolo. Nel 1641, quando il padre di Osvaldo Ercole morì, lasciandolo orfano a soli sette anni, la famiglia era divisa in due rami ed era coinvolta in liti e conflitti. Con una scelta originale, il defunto barone aveva stabilito che la moglie, Maria Anna Thun, fosse “tutrice, curatrice, gubernatrice” (p. 95) anche qualora si fosse risposata. In tal modo mirava, verosimilmente, a difendere la propria linea (Trapp di Caldonazzo e Beseno) evitando l’intrusione dei fratelli. Questi, tuttavia, non mancarono di attaccare e screditare la cognata, gravata dai debiti e in una situazione non facile. Il giovane Osvaldo Ercole si trovò così a vivere un conflitto di fedeltà, tra la madre e lo zio. Alla fine scelse lo zio, ottenendo dalle autorità a Innsbruck (dove era stato paggio) che divenisse il suo tutore.

All’età di 25 anni cominciò a esercitare egli stesso i poteri di feudatario della giurisdizione di Caldonazzo, amministrando, tra l’altro, l’alta e bassa giustizia. Dopo una decina di anni, tuttavia, venne messo sotto la curatela di suo cugino Giorgio Sigismondo (1669). Visse da allora tra Trento e a Caldonazzo “in positura di privato”. Non si sposò, non ebbe figli e con lui si estinse il suo ramo della famiglia. Il cugino cercò di ripianare i debiti e (a detta di uno dei suoi figli) si sposò solo quando fu sicuro che Osvaldo Ercole non intendesse convolare a nozze: se si fossero sposati entrambi e entrambi avessero avuto figli “si formavano di nuovo due linee, dove che nemen’una poteva decorosamente mantenersi colle tenui rendite avanzate d’ambi li feudi Beseno e Caldonazzo” (p. 120). Queste considerazioni permettono a Clementi di riflettere sulle strategie matrimoniali delle élites nobiliari e di mostrare una volta di più che, nel contesto italiano, il ruolo di capofamiglia poteva essere esercitato anche da celibi: un utile contributo al dibattito in corso su tali temi.

Nel gioco della ricostruzione dei contesti, con una sorta di rondò, Clementi torna nella parte finale sugli scritti autobiografici del barone trentino, resi ora più intellegibili grazie alle diverse contestualizzazioni sviluppate nei capitoli precedenti: un bell’esempio di come i testi possano essere “esplosi” in una molteplicità di piste di indagine che, una volta percorse, ne permettono una comprensione più profonda.

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