

Reviewer Pascal Oswald - Universität des Saarlandes
CitationCon la sua corposa e ben documentata biografia su Urbano Rattazzi, Corrado Malandrino colma una significativa lacuna storiografica. Nello stesso tempo, introduce una vera e propria revisione storiografica nei confronti del personaggio. L’autore parla della «sfortuna storiografica» (p. 17) dello statista alessandrino, che vede avvolto da una «sorta di ‟leggenda nera”» (p. 15), in quanto generalmente – e a suo avviso ingiustamente – considerato il «triplice ‟perditore di Novara, Aspromonte e Mentana”» (p. 15). Per questa ragione, Malandrino si trova spesso in contrasto anche con la principale storiografia prodotta sull’argomento. Le critiche dell’autore, infatti, non solo raggiungono alcune tesi di Adolfo Omodeo, Carlo Pischedda e Rosario Romeo, ma vengono mosse anche a Pierangelo Gentile e Adriano Viarengo, per citare qualche nome più recente. Tra le fonti centrali su cui si basa il libro di Malandrino vi sono l’Epistolario di Rattazzi, la cui edizione è stata completata solo nel 2018, e i suoi discorsi parlamentari, che vengono integrati con alcuni interessanti documenti inediti, provenienti oltre che da archivi italiani, anche da Parigi e Londra.
La biografia, suddivisa in tre grandi parti («Rattazzi prima del 1848», «Statista nel Regno sardo» e «Statista nel Regno d’Italia: il decennio del declino») e 16 capitoli, segue l’ordine cronologico. Urbano Rattazzi nacque il 30 giugno 1808 ad Alessandria, ossia nell’«altro Piemonte», da una famiglia di notai e avvocati. Anche il giovane Urbano Rattazzi, dopo gli studi universitari a Torino, esercitò la professione di avvocato, trasferendosi nel 1837 a Casale Monferrato. La prima candidatura politica di Rattazzi ad Alessandria nel 1848 per il Parlamento subalpino si dovette probabilmente al mazziniano Cristoforo Moja. Rattazzi ottenne il totale dei voti e venne in seguito sempre riconfermato, per la Camera subalpina fino al 1860 e per la Camera dei deputati del Regno d’Italia fino al 1873. Dopo le dimissioni del ministro Cesare Balbo, nel luglio 1848 Rattazzi diventò ministro della Pubblica Istruzione e, per pochi giorni, dell’Industria, Agricoltura e Commercio, nel nuovo governo Casati. Dimessosi in seguito all’armistizio di Salasco (9 agosto 1848), Rattazzi rimase per alcuni mesi all’opposizione, prima di rientrare come ministro di Grazia e Giustizia e poi dell’Interno nel governo Gioberti nel dicembre 1848. Malandrino dimostra in modo assai convincente come l’accusa, mossa a Rattazzi da Gioberti e altri contemporanei e poi ripresa dalla storiografia, di essere stato il maggior responsabile della sconfitta di Novara, in quanto ministro dell’Interno durante il governo Chiodo è priva di fondamento. Secondo Malandrino, le maggiori responsabilità della débâcle sarebbero invece imputabili al general maggiore Wojciech Chrzanowski, allora a capo dell’esercito sabaudo. L’analisi di Malandrino dimostra che la notizia della ripresa della guerra contro l’Austria arrivò in tempo a Chrzanowski, diversamente da quanto quest’ultimo sosteneva successivamente in pubblico.
Dopo il famoso ‟connubio” dell’ormai leader del ‟centro-sinistra” con il partito di Cavour concluso a inizio 1852, Rattazzi venne eletto presidente della Camera subalpina l’11 maggio di quello stesso anno. Nell’ottobre 1853, lo statista alessandrino tornò a far parte del governo in qualità di ministro di Grazia e Giustizia. Nel marzo 1854 Rattazzi ricoprì nuovamente la carica di ministro dell’Interno e promosse la cosiddetta «legge dei conventi». L’estromissione dal ministero Cavour all’inizio del 1858 segnò l’inizio di un periodo conflittuale tra il Conte e il ‟deputato di Alessandria”. Tuttavia, il 7 marzo 1861 Rattazzi venne eletto primo presidente della Camera dei deputati del Regno d’Italia.
Dopo la prematura morte di Cavour avvenuta il 6 giugno 1861, il re incaricò Bettino Ricasoli di formare il nuovo ministero. Dopo la caduta del governo Ricasoli – secondo Malandrino non affatto dovuta a un intrigo rattazziano, ma al fatto che al «barone di ferro» sarebbe mancata la maggioranza in Parlamento – iniziò quello che l’autore del libro chiama il decennio del «monarcato» (p. 479). Secondo Malandrino, questo periodo sarebbe contrassegnato da un’assoluta preminenza esercitata dal «re galantuomo», il quale con la sua politica personalistica e diplomazia segreta avrebbe limitato il carattere parlamentare del neofondato Regno d’Italia.
Durante questo decennio il re nominò Rattazzi Presidente del Consiglio dei ministri due volte, nel marzo 1862 e nell’aprile 1867. L’interpretazione del ruolo di Rattazzi durante le campagne garibaldine dell’Aspromonte (1862) e di Mentana (1867) è diversa da quella fornita dal recensore in un volume del 2023.[1] Su questo punto il recensore non condivide in pieno il giudizio di Malandrino. Come accade sovente anche in altre opere appartenenti a questo genere storiografico, Malandrino sembra trattare il soggetto della biografia con troppa simpatia, minimizzandone così talvolta le colpe e fornendone un’immagine troppo positiva e a tratti apologetica. Questo vale innanzitutto per l’atteggiamento tenuto da Rattazzi durante la campagna romana del 1867, conclusasi con la disastrosa sconfitta garibaldina a Mentana. Riguardo alla questione di un eventuale appoggio della «Legione Romana» guidata dal maggiore Filippo Ghirelli da parte del governo fiorentino Malandrino scrive: «Chissà, forse qualcosa ci fu, ma su questo punto mancano i documenti decisivi» (p. 621). Non menziona, però, che nel Carteggio di Francesco Crispi sono documentate spese di 40 mila lire per la «Legione».[2] In generale, Malandrino privilegia la documentazione ‟ufficiale” da parte del governo, mentre è molto scettico nei confronti di quella – memorialistica – prodotta dagli avversari di Rattazzi e dalla corrente garibaldina. È vero che spesso mancano delle prove definitive, ma si può davvero sostenere che si tratta di un unico grande intrigo nei confronti di Rattazzi e che tutta la documentazione anti-rattazziana è di per sé inaffidabile? È opinione del recensore che ogni singolo documento dovrebbe essere preso in esame. La questione riguardante le fonti è resa più problematica dalla distruzione di buona parte delle carte di Rattazzi da parte degli eredi di sua moglie. Questa lacuna certamente aumenta le difficoltà dello storico nello studio dell’operato e dell’atteggiamento dello statista alessandrino in molteplici circostanze. Un esempio emblematico di questa difficoltà di interpretazione può essere riconosciuto nella questione dell’eventuale appoggio rattazziano a una spedizione garibaldina in Grecia o nei Balcani nel 1862. Sebbene non vi sia traccia di tale supporto tra le carte dell’alessandrino, vi accennano non solo le fonti garibaldine, ma anche una testimonianza del ministro degli Affari Esteri Giacomo Durando.[3] Tuttavia, è anche possibile che la suddetta impresa godesse dell’appoggio del re, piuttosto che di quello di Rattazzi.
Il libro si chiude trattando gli ultimi anni dello statista fino alla sua morte prematura il 5 giugno 1873. Questo periodo è contraddistinto dalle dimissioni di Rattazzi e dal suo riavvicinamento, da semplice deputato, a Crispi, nonché dal suo duplice intervento alla Camera contro la legge sul macinato. Gli ultimi anni dello statista lo videro, inoltre, impegnato nell’amministrazione della sua città natale come presidente del Consiglio provinciale di Alessandria. Tra i suoi ultimi interessi si annoverarono i rapporti tra Stato e Chiesa dopo la presa di Roma e il ‟discentramento” dell’ordine statale.
In conclusione, ogni storico che si occuperà di Rattazzi in futuro dovrà sicuramente prendere in considerazione questa nuova biografia. Resta, tuttavia, da vedere se la nuova e piuttosto positiva immagine del politico alessandrino proposta da Malandrino si affermerà sul piano storiografico.
In linea generale, le tesi controverse circa l’operato di Rattazzi contenute in questo libro, così come la presenza di qualche ridondanza e alcuni – trascurabili – refusi (nella bibliografia a p. 647, per esempio, il fondo “Crispi” viene attribuito all’Archivio di Stato di Roma, anziché all’Archivio Centrale dello Stato) non diminuiscono il grande valore storiografico di questo prezioso lavoro.
[1] Cfr. Pascal Oswald, Giuseppe Garibaldi und die ‹Römische Frage›. Vom Volturno nach Mentana, Trier, Verlag für Geschichte&Kultur, 2023.
[2] Cfr. Carteggi politici inediti di Francesco Crispi (1860-1900). Estratti dal suo archivio, ordinati e annotati da T. Palamenghi-Crispi. Aspromonte-Mentana-la «questione morale», Roma, Universelle, 1912, p. 259. Cfr., inoltre, le memorie dell’allora direttore generale del Demanio e delle Tasse al ministero delle Finanze Gaspare Finali, Memorie, Faenza, Fratelli Lega editori, 1955, pp. 294-295, nonché Demetrio Diamila-Muller, Politica segreta italiana (1863-1870), Torino-Roma, 1891, p. 330.
[3] Cfr. Episodi diplomatici del Risorgimento italiano dal 1856 al 1863. Estratti dalle carte del generale Giacomo Durando compilati da Cesare Durando già suo segretario particolare, Torino, Roux & Viarengo, 1901, p. 274.