

Reviewer Matilde Flamigni
CitationNella seconda metà del XVI secolo, i Kalinago delle Piccole Antille intrattenevano rapporti commerciali con marinai francesi, inglesi e olandesi, offrendo viveri e informazioni in cambio di manufatti in ferro, essenziali alla loro autonomia politica e militare. Talvolta questi scambi includevano prigionieri catturati durante razzie contro la colonia spagnola di Puerto Rico o altre comunità caraibiche; altre volte, erano gli stessi Kalinago a essere ridotti in schiavitù dai trafficanti europei. La lingua indigena rifletteva questa ambiguità, distinguendo tra partner commerciali e acamátêti likia, ovvero i «pirati che mettono i Kalinago in catene e li portano via» (p. 44). È in questo spazio di relazioni interculturali, dove il confine tra alleanza e predazione era continuamente negoziato, che si colloca l’analisi di Casey Schmitt.
The Predatory Sea: Human Trafficking and Captivity in the Seventeenth-Century Caribbean, pubblicato nel 2025 e premiato con il John R. Lyman Book Award in World Maritime History, propone una rilettura della storia marittima dei Caraibi tra il 1570 e il 1670 attraverso il prisma della cattività e del traffico umano. Adottando una prospettiva transimperiale e connessa, Schmitt ricostruisce come indigeni, comunità maroon afrodiscendenti, coloni spagnoli e trafficanti nord-europei partecipassero a reti informali condivise, sebbene profondamente asimmetriche e segnate dalla violenza. In questo «mare di isole», le pratiche di predazione non furono una conseguenza della successiva espansione coloniale, bensì una componente strutturale precedente al boom dell’economia di piantagione e alla codificazione della schiavitù razzializzata. L’analisi delle attività di marinai, mercanti e coloni di diversa provenienza dimostra quindi come questa «economia predatoria» abbia anticipato e contribuito a modellare le esperienze coloniali inglesi e francesi nelle Antille.
A sostenere tale interpretazione è anche la prospettiva da cui prende avvio la ricerca archivistica. Piuttosto che affidarsi prevalentemente alle fonti inglesi o francesi, l’autrice lavora soprattutto sui fondi dell’Archivo General de Indias, che conservano testimonianze di prigionieri liberati, schiavi fuggitivi, marinai catturati e trafficanti interrogati dalle autorità coloniali spagnole. Queste fonti permettono di recuperare prospettive generalmente assenti dalla documentazione prodotta dagli imperi nord-europei e di restituire centralità a soggetti rimasti ai margini delle narrazioni tradizionali. Ne deriva una metodologia archivistica «intrecciata», fondata sull’idea che nessun archivio imperiale possa raccontare da solo una storia profondamente transnazionale (p. 8).
La struttura in sei capitoli segue l’evoluzione del mondo liquido dei Caraibi attraverso tre fasi principali, in cui le testimonianze di prigionieri, fuggitivi e trafficanti diventano strumenti per analizzare processi più ampi di mobilità forzata, coercizione e costruzione delle gerarchie razziali. I primi due ricostruiscono la formazione delle reti interculturali del tardo Cinquecento e mostrano come gli insediamenti inglesi e francesi si sviluppassero all’interno di spazi già da tempo integrati da relazioni tra europei, Kalinago e comunità afrodiscendenti. La fondazione di St. Christopher, in particolare, non fu un semplice avamposto ai margini dell’influenza spagnola, ma un nodo già inserito in circuiti di scambio consolidati. I capitoli centrali seguono invece la progressiva trasformazione di queste relazioni, quando comunità maroon e gruppi indigeni che per lungo tempo avevano interagito e collaborato con i trafficanti diventano oggetto della predazione coloniale. Attraverso le vicende di Francisco da Costa, Miguel Matamba, Catalina Angola e altri ancora, l’autrice ricostruisce gli effetti concreti della competizione imperiale sulle traiettorie di uomini e donne razzializzati, sempre più vulnerabili alla schiavizzazione. Gli ultimi due capitoli seguono il tentativo delle monarchie europee di regolamentare un sistema che per decenni aveva funzionato attraverso circuiti informali e pratiche di traffico umano già consolidate nello spazio caraibico. Schmitt rilegge quindi la concessione dell’asiento – il contratto di monopolio per la fornitura di schiavi africani alle colonie dell’impero – che la Spagna affidò nel 1662 ai mercanti genovesi Grillo e Lomellini, collocandosi all’interno di una storiografia sul tema che sta conoscendo negli ultimi anni un significativo ampliamento. Il risultato non fu una riduzione della violenza, bensì una sua riorganizzazione su scala più ampia. L’ultimo capitolo, infine, è dedicato ai fuggitivi provenienti dalla Giamaica in seguito all’invasione inglese dell’isola e alle loro testimonianze davanti alle autorità spagnole, interessate alle informazioni che potevano fornire loro sui rivali. I loro casi evidenziano con particolare efficacia come status giuridico, razza e libertà fossero categorie continuamente negoziate e ridefinite nello spazio caraibico alla fine del XVII secolo.
Nel volume, Schmitt impiega sistematicamente il termine trafficker al posto di categorie come «pirata», «corsaro», «contrabbandiere» o privateer, ritenendole insufficienti a descrivere la natura delle attività esaminate. Queste definizioni, derivate dalle classificazioni giuridiche europee, tendono infatti a separare pratiche che nella realtà risultavano profondamente sovrapposte e a occultare la centralità della cattura e del commercio di esseri umani. Definendo invece questi attori come «trafficanti», l’autrice sposta l’attenzione dalle categorie imperiali alle esperienze delle vittime. Al tempo stesso, restituisce la complessità di traiettorie individuali caratterizzate dal continuo attraversamento di ruoli differenti. Il traffico umano non era, nella maggior parte dei casi, una professione esclusiva e definitiva, ma una delle molte attività che potevano alternarsi nel corso di una vita. Ne è esempio emblematico Pierre Bélain d’Esnambuc, tradizionalmente ricordato come fondatore della presenza francese nelle Antille, del quale Schmitt ricostruisce il precedente coinvolgimento in attività di razzia e cattura di esseri umani. Il suo percorso illustra la connessione tra predazione e costruzione imperiale, mostrando come la colonizzazione francese nelle Antille affondasse le proprie radici in una «rete multinazionale di marinai e coloni» (p. 16). La proposta, pur non risolvendo tutte le implicazioni teoriche che solleva, ha il merito di affrontare direttamente un nodo centrale per chi studia mondi connessi e spazi transimperiali, che meriterebbe di essere ulteriormente approfondito nella storia atlantica di lungo periodo.
Tra i pochi limiti del volume va segnalata la scelta editoriale di non includere un elenco finale di archivi e fonti consultate, né una bibliografia, il che rende meno immediato seguire la complessità della ricerca e cogliere il dialogo che il volume intrattiene con una storiografia ormai vasta su schiavitù, cattività e mondo atlantico. Il libro richiama inoltre gli studi sulla cattività mediterranea e sulle connessioni tra differenti spazi marittimi dell’età moderna, ma questo confronto resta più evocato che pienamente sviluppato. Infine, l’autrice dichiara esplicitamente che le fonti disponibili privilegino in larga misura esperienze maschili; le vicende delle donne schiavizzate ricevono ciononostante un’attenzione significativa, e sono trattate con particolare sensibilità. Una riflessione più sistematica sulle dimensioni di genere della predazione avrebbe però potuto aprire ulteriori piste interpretative, dialogando più a fondo con la storiografia recente che ha messo in discussione il modello della fuga individuale maschile, per far emergere invece la mobilità di donne, minori e gruppi familiari attraverso i confini imperiali. Nel complesso, The Predatory Sea rappresenta un prezioso contributo alla storia dei Caraibi e del mondo atlantico, grazie a un’importante reinterpretazione delle origini della schiavitù e della colonizzazione nella regione.