

Reviewer Luigi Giorgi - Istituto Luigi Sturzo
CitationIl libro si inserisce all’interno di una serie di studi sulla storia della Dc che si sono sviluppati fin quasi dallo scioglimento del Partito. Da quelli su più volumi curati da Francesco Malgeri per Cinque Lune (oltre agli altri lavori dello storico romano) ad Agostino Giovagnoli con i suoi lavori sulla Dc come partito italiano e sulla cultura democristiana, dalle testimonianze di Follini alle analisi di Arturo Parisi.
Il volume composto a più mani da tre degli studiosi più preparati e autorevoli nel campo della riflessione sulla Dc, dei suoi uomini e della politica italiana e internazionale, arricchisce un campo già trattato, come si è sommariamente accennato.
Il lavoro ha un pregio, tra tanti. Unisce all’analisi critica, politica, storica e sociale del partito e del Paese, la proposizione di date, fatti e nomi con una dovizia di cronaca e di vaglio veramente importante. Con ciò si forniscono informazioni fondamentali, non solo di contorno, per ogni ricercatore che voglia ricostruire compiutamente la storia del partito.
Ciò permette di collocare la Democrazia cristiana nella vicenda del Paese (e non solo). Di proporne la complessa struttura interna. Primo fra tutti il sistema correntizio che sin quasi da subito ne caratterizzò la vita nonostante i tentativi per “depotenziarlo” messi in atto in più occasioni. Un fenomeno che si installò con varie propaggini nel cuore della vita del Partito. L’insieme dei dati e delle informazioni che vengono fornite permettono anche di scendere nel profondo di un radicamento territoriale importante e di immergersi nelle pieghe di un “collateralismo” che molte volte si dimostrò anche un peso oltreché una risorsa in termini di consenso.
Si è parlato a lungo della Democrazia cristiana come partito italiano, riferendosi cioè alla sua capacità di sagomare e conformarsi attorno alle esigenze del paese, in particolare nei passaggi più delicati. D’altra parte, Baget Bozzo definiva l’esperienza democristiana come quella del partito cristiano al potere. Proponendo due lemmi a loro volta lontani come cristianesimo e potere. Che individuavano in questo modo difficoltà, limiti e prospettive di un cattolicesimo che si confrontava con le problematiche di società complesse nella loro multiformità.
Una delle questioni principali che appaiono sottese nel libro è rappresentata dal problema se la Dc abbia guidato il paese o se questo abbia poi, a sua volta, influenzato il partito di maggioranza relativa condizionandolo nelle proprie decisioni.
Se, cioè, la storia nella sua complessità abbia intrapreso un cammino autonomo, tra successi e contrasti, o se la politica, in questo caso quella dei cattolici italiani, anch’essa nei suoi limiti e possibilità, sia riuscita ad essere guida di processi articolati.
Si potrebbe dire come risultino valide entrambe le interpretazioni. Anche se la ricostruzione proposta dagli autori testimonia come vi fosse, almeno nel vertice del partito e nei segmenti più avvertiti della sua classe dirigente anche quella più periferica, una elaborazione di soluzioni e proposte che si muoveva nell’ambito di una precisa cultura di riferimento. Una cultura fatta propria nella sua ricchezza e multiformità e che si cercò di declinare secondo le esigenze del confronto politico.
In definitiva il volume si snoda attorno ad un tema delicato e principale: cosa è stata la Dc? Un partito nazionale? Un partito di cattolici che ha saputo gestire, o meno, il potere?
Cosa è rimasto di quella stagione con i suoi limiti e i suoi pregi, al di là di un “nostalgismo” molte volte anacronistico? È quindi riproponibile, seppur in sedicesimi, una esperienza del genere nelle complessità di società completamente secolarizzate nell’individualizzazione di ogni vincolo prima comunitario?
Tutte questioni che il libro affronta, di fatto, parlando, con equilibrio e competenza, dello Scudocrociato. Facendo così si tratta non solo la storia del Partito e dei suoi uomini più significativi (tra tutti emerge per intelligenza Aldo Moro). Ma si tracciano confini e prospettive di tutto il paese nel suo complesso. Il caso Moro nella fattispecie assume il tratto, come di fatto sempre più appare oggi, di un fattore dirimente (in negativo) nella crisi del Partito e in quello di tutta la democrazia italiana: «È difficile sottovalutare la radicalità dell’impatto del delitto. Moro era in fondo l’unico tra i politici democristiani in quel frangente che fosse capace di collegare approfonditamente strategia e tattica, dimensione interna e internazionale, cercando di guidare l’evoluzione del sistema politico» (p. 366).
La trattazione di problematiche complesse avviene nel volume seguendo la strada di una storiografia che non vuole ergersi a giudice o secondo pregiudizi di sorta. Ma intende, alla maniera di Bloch, comprendere quanto è accaduto senza moralismi. Dall’apogeo politico e valoriale della ricostruzione degasperiana alla stagione del centrosinistra; dalla riflessione morotea coraggiosa, arguta e curiosa per una riforma del partito e della democrazia italiana alla crisi degli anni Ottanta; dal tentativo di De Mita (l’ultimo che forse pensò un partito diverso anche culturalmente) al coraggio di Martinazzoli che si trovò a doverne gestire l’esaurimento della stagione politica. Anche metodologicamente, inoltre, il volume pur proponendo passate e note interpretazioni interroga queste, come indicava Marrou, con nuove domande. E così facendo riesce a metterne in risalto ancora l’efficacia, tanto quanto a valorizzare le nuove acquisizioni archivistiche e bibliografiche.
Il libro, quindi, indaga il passato ma allo stesso tempo si rivolge all’oggi indicando come società complesse siano sempre più refrattarie ad una politica esperita secondo i canoni novecenteschi di cui, ragionando sul campo cattolico, ne vengono dimostrati tutti i limiti e i pregi.