IX, 2026/2

Germano Maifreda

Sono una strega

Review by: Louise Bonvalet

Authors: Germano Maifreda
Title: Sono una strega. Confessioni del sabba nel passato europeo
Place: Torino
Publisher: Einaudi
Year: 2025
Pages: 208
ISBN: 9788806263140
URL: link to the title

Reviewer Louise Bonvalet

Citation
L. Bonvalet, review of Germano Maifreda, Sono una strega. Confessioni del sabba nel passato europeo, Torino, Einaudi, 2025, in: ARO, IX, 2026, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/2/sono-una-strega-louise-bonvalet/

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Nel suo volume Sono una strega. Confessioni del sabba nel passato europeo (Einaudi, 2025), Germano Maifreda affronta una domanda che da tempo assilla storici e storiche della stregoneria: perché, apparentemente in modo libero, uomini e donne confessavano di aver avuto rapporti sessuali con il Demonio, di essersi resi colpevoli di cannibalismo e persino di aver stretto un patto con il Diavolo – crimini che la nostra razionalità definisce come immaginari – rinnegando così la propria fede cristiana? Per rispondere alla domanda, non ricorre ai soliti atti dei processi per stregoneria, bensì alle confessioni sacramentali rese «nell’incerta frontiera temporale in cui siamo soliti collocare il passaggio tra Medioevo e prima Età moderna» (p. 5), il momento in cui ebbero inizio le prime cacce alle streghe. Fin dal titolo, l’opera pone l’accento sul femminile, e più volte l’autore ricorda come le donne costituissero le principali vittime della caccia alle streghe, spiegandone la sovrarappresentazione anche con una loro maggiore dimestichezza con il sacramento della confessione: un’ipotesi che apre una pista di ricerca su cui sarebbe interessante tornare, magari incrociandola con le radici stesse, giuridiche e normative, del diritto canonico e civile qui ricostruito. In modo inedito, Maifreda conduce lo spoglio delle suppliche segrete conservate nell'Archivio storico della Penitenzieria apostolica di Città del Vaticano (aperto alla ricerca dal 2009), ponendo così al centro del dibattito storiografico il tema della confessione, mettendo in luce delle fonti in apparenza prive di minaccia diretta e lontane dalle confessioni estorte dei processi. Per indagarle, l’autore restituisce numerose trascrizioni tradotte in italiano, interrogandole e interrogandosi costantemente sulla vita e la mentalità dei soggetti studiati.

Partendo dalla confessione di Puria, abitante della diocesi di Savona, che nel 1466 si autoaccusa dei riti più diabolici, Maifreda pone la domanda che percorre l’intero volume: perché confessare? Nel primo capitolo, attraverso una completa ricostruzione istituzionale, ripercorre il sacramento della confessione e il peso concreto della scomunica sulla vita quotidiana dei fedeli, riallacciandosi al lavoro di Adriano Prosperi sull'importanza della confessione nel governo delle coscienze.[1] Il secondo capitolo ripercorre la criminalizzazione della magia nel tempo e la sua associazione al crimine di eresia, la quale comportava l’automatica scomunica dei praticanti, che la Penitenzieria poteva annullare. Nel terzo capitolo, l’autore si concentra sull'immaginario del sabba riprendendo lo stereotipo del complotto elaborato da Carlo Ginzburg[2] e ne rintraccia le origini anche nella persecuzione degli ebrei, come suggerito dallo stesso termine «sabbat» (dal francese) e dall'espressione «sinagoga del diavolo». Questa parte iniziale costituisce il fondamento su cui Maifreda costruisce, negli ultimi due capitoli, la propria tesi principale.

Il quarto capitolo raggiunge l’apice dell'argomentazione: tornando sulla domanda iniziale (perché ci si confessava «liberamente» alla Penitenzieria?), lo studioso dimostra come i confessanti vi trovassero un concreto beneficio. Illustrando i meccanismi di funzionamento dell’istituzione, conclude: «le autodenunce di partecipazione al sabba in sacramento miravano alla tutela preventiva della vita, della reputazione, delle sostanze, della parentela e della discendenza» (p. 113). Denunciare sé stessi di misfatti immaginari permetteva dunque di anticipare, sul piano della confessione sacramentale, conseguenze ben più gravi sul piano giudiziario. Il caso studiato da Maifreda restituisce così una concreta declinazione dell’indicazione formulata da Elena Brambilla, volta a non separare foro interno e foro esterno,[3] poiché è proprio nel passaggio dall’uno all’altro che si giocava la sopravvivenza dell'accusato. Nel capitolo conclusivo, l’autore torna infine sull’assillo che percorre la storiografia della stregoneria: perché ebbero luogo le cacce alle streghe? Suggerisce di considerare l’immaginario diabolico non come un dogma imposto dai giudici alla popolazione, ma come un fenomeno circolare alimentato dal modo in cui la norma è penetrata a fondo nella coscienza individuale.

In conclusione, il libro di Germano Maifreda rappresenta un prezioso invito, rivolto a chi si occupa di storia della stregoneria, a superare l’esclusivo perimetro delle fonti processuali per allargare lo sguardo oltre il tribunale. Il volume porta nuove prospettive e interpretazioni, che l’autore riesce sempre a ricondurre a casi di studio concreti. Ma questo libro è molto più di un’opera sulle suppliche del XV secolo: come egli stesso scrive nel titolo, Maifreda si occupa del passato europeo, spiegando perché sia necessario risalire di svariati secoli prima delle proprie fonti per comprendere appieno il contesto e la mentalità, ricordandoci quanto sia impossibile studiare la stregoneria senza osservare come essa si sia evoluta nel tempo. Analogamente, l’opera pone al centro della propria riflessione la confessione e le strategie di chi confessa: l’uso dell’«io» evoca l’idea di una confessione libera. Un’apparente spontaneità che Maifreda smentisce, evidenziando come essa sia in realtà imposta dalle dinamiche dei casi esaminati nell’opera e stimolando una riflessione sui fattori che agiscono sulla soggettività femminile.

 

[1] Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996.

[2] Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino, Einaudi, 1989.

[3] Elena Brambilla, Alle origini del Sant'Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia spirituale dal Medioevo al XVI secolo, Bologna, Il Mulino, 2000.