IX, 2026/2

Donald Sassoon

Revolutions

Review by: Giulio Taccetti

Authors: Donald Sassoon
Title: Revolutions. A New History
Place: London - New York
Publisher: Verso
Year: 2025
Pages: 432
ISBN: 9781804299920
URL: link to the title

Reviewer Giulio Taccetti

Citation
G. Taccetti, review of Donald Sassoon, Revolutions. A New History, London - New York, Verso, 2025, in: ARO, IX, 2026, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/2/revolutions-giulio-taccetti/

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“Quando comincia la Rivoluzione francese?”, una domanda scontata per qualsiasi studente: 1789. Ma siamo davvero sicuri?

Ampliando a un contesto più generale, siamo davvero sicuri che una Rivoluzione inizi nel giorno “simbolico” che i manuali scolastici e universitari trasformano in dogma, oppure affonda le proprie radici molto prima, nella lunga crisi che corrode istituzioni, legittimità e rapporti sociali? E mantenendo la stessa prospettiva, quando finisce? Con la caduta del vecchio ordine costituito, o con il consolidarsi – in maniera violenta e contraddittoria – del nuovo?

Sono le domande implicite che Donald Sassoon si pone in Revolutions: A New History (Verso, London, 2025). Il volume prende in esame sei grandi stagioni rivoluzionarie – guerra civile inglese, guerra d’indipendenza americana, Rivoluzione francese, rivoluzioni nazionali dell’Ottocento europeo, Rivoluzione russa e Rivoluzione cinese – disponendole in una comparazione di lungo periodo che guarda più alla longue durée degli effetti che all’istante insurrezionale che spesso ne cristallizza la rappresentazione storiografica.

Sassoon non è nuovo a imprese di così ampio respiro. Chi ha letto i suoi lavori sul socialismo (One Hundred Years of Socialism. The West European Left in the Twentieth Century, New Press, New York, 1996), sul capitalismo o sulla cultura europea (The Anxious Triumph. A Global History of Capitalism. 1860-1914, Penguin, London, 2019; The Culture of the Europeans. From 1800 to the Present, Harper Press, London-New York, 2006) ritroverà in Revolutions la cifra riconoscibile di uno degli storici britannici più influenti: l’ambizione della sintesi, la diffidenza verso gli steccati nazionali, e l’invidiabile capacità di passare dalla visione d’insieme al dettaglio rivelatore. Anche per questo Revolutions non nasce né come manuale introduttivo né come intervento di teoria politica in senso stretto, ma come una vasta storia comparata che prova a ricollocare alcuni eventi “canonici” all’interno di cronologie più ampie.

In questo senso, il nucleo centrale dell’argomento proposto è chiaro: le rivoluzioni non sono, o non sono soltanto, un fenomeno che si manifesta in un dato contesto e in un certo quadro temporale, ma – piuttosto – il risultato di processi complessi e stratificati. Sassoon insiste sul fatto che una definizione univoca di “rivoluzione” sia difficilmente proponibile, preferendo a questa l’analisi delle metamorfosi attraverso cui Stati e società abbiano ridiscusso concretamente gli equilibri di potere. La Rivoluzione francese, per esempio, non è racchiusa fra l’assalto alla Bastiglia e il Termidoro, né si esaurisce con la presa di potere di Napoleone, ma il suo iter viene seguito da Sassoon fino al 1879, quando la Francia della terza repubblica trova finalmente una certa stabilizzazione dopo gli eventi travagliati che seguirono il periodo della Comune. In questo modo Sassoon sottrae la Rivoluzione alla mitologia della sua stessa fenomenologia e restituisce la lunga durata delle sue conseguenze.

È una scelta che struttura tutto il libro. Infatti, le sei grandi sezioni non mirano a costruire un archetipo generale del fenomeno rivoluzionario, ma a mostrare – attraverso la comparazione – come crisi diverse abbiano prodotto esiti differenti pur condividendo alcuni tratti comuni, fra i quali vanno annoverati il collasso o l’impotenza dell’ordine esistente, l’irruzione della violenza e la lotta per il controllo dello Stato. Tale narrazione procede grazie alla non comune capacità di Sassoon di contemperare sintesi ampie con dettagli narrativi e accostamenti inattesi che rendono la lettura brillante e capace di mantenere viva l’attenzione sull’argomento.

Si tratta di un aspetto importante, poiché l’intento dello storico britannico è precisamente quello di sottoporre a revisione critica e decostruire la lettura esclusivamente celebrativa che spesso viene proposta degli eventi rivoluzionari. La Rivoluzione americana, ad esempio, lungi dal configurarsi come un processo pienamente emancipatorio, lasciò intatta l’istituzione della schiavitù, le cui conseguenze si sarebbero protratte ben oltre la guerra civile combattuta quasi un secolo più tardi. Com’è stato osservato (Klaus Neumann, To the barricades!, in «Inside Story», 11 March 2026), in questa prospettiva il volume insiste, più in generale, anche sul nesso fra Rivoluzione, violenza e dominio coloniale. Anche quando in Europa sembrava aprirsi una stagione di libertà, quegli stessi Stati proiettavano altrove – secondo una dinamica che conserva evidenti riscontri nel presente – guerra, espropriazione e gerarchie imperiali.

Da questo punto di vista, Sassoon non nega la portata storica delle rivoluzioni, ma invita a valutarne con sobrietà anche i costi sociali e umani. Proprio in tale prospettiva, appare significativa la scelta dell’Autore di circoscrivere il campo dell’analisi a determinati eventi rivoluzionari, lasciando sullo sfondo, ad esempio, le rivoluzioni scientifiche e industriali. Si tratta di una delimitazione utile, poiché impedisce al concetto di rivoluzione di dilatarsi fino a perdere rigore analitico; tuttavia, al tempo stesso, essa costituisce uno dei limiti più evidenti del volume. La mancanza di un chiaro principio di selezione dei casi, l’esclusione o la marginalizzazione di snodi fondamentali quali Haiti, Cuba, l’Iran e le rivoluzioni anticoloniali del Novecento finisce infatti per restringere l’orizzonte di una ricostruzione che ambisce, nondimeno, a ripensare il fenomeno rivoluzionario nella sua complessità – come hanno rilevato altri storici attenti ai processi rivoluzionari, fra cui David Armitage (Disputing the Declaration of Independence, in «History Today», 76/1, 2026).

Si tratta di un limite reale, che tuttavia non invalida l’impostazione del volume. Al contrario, rende ancora più evidente la difficoltà di circoscrivere un fenomeno che, quanto più viene osservato nella lunga durata, tanto più tende a sfuggire a confini cronologici e geografici precisi. Rimane allora una domanda, ed è forse la più interessante che Revolutions consegna al lettore. Se una Rivoluzione è soprattutto un processo, esteso nel tempo e che spesso intreccia guerre civili, restaurazioni, periodi costituenti e memorie contese, dove passa il confine fra rivoluzione e lunga transizione? In altre parole, quanto si guadagna, e quanto si perde, quando l’evento viene assorbito quasi interamente nella sua proiezione? È una questione che il libro non chiude del tutto, ma proprio per questo ne costituisce uno dei meriti maggiori. Perché Sassoon, più che fornire una risposta conclusiva, obbliga a ripensare l’oggetto stesso dell’indagine non tanto come “momento”, ma come campo instabile in cui violenza ed emancipazione continuavano a ridefinirsi vicendevolmente. Ed è in questa tensione, più che in una tesi definitiva, che sta la forza di un libro che obbliga il lettore a interrogarsi nuovamente sui confini, sui tempi e sul significato stesso di una Rivoluzione.