

Reviewer Riccarda Suitner - Sapienza Università di Roma
CitationOggetto d’indagine nel volume «Quelli senza messa» di Federico Zuliani sono le chiese protestanti di lingua italiana (o semplicemente italiane, come vengono definite a volte nelle fonti) che sorsero nel territorio dei Grigioni o, come erano anche detti all’epoca, della Rezia o Libero Stato delle Tre Leghe. La base documentaria è costituita principalmente da fonti archivistiche oggi sparse tra la Svizzera, il nord Italia e, per quanto concerne le fonti vaticane, l’Archivio del Dicastero della Dottrina della Fede a Roma e la biblioteca del Trinity College a Dublino, dove è notoriamente superstite una parte delle fonti vaticane altrimenti irreperibili nella capitale. Si tratta di un corpus consistente, nonostante una considerevole quantità di fondi sia andata dispersa nel tempo.
I Grigioni, da decenni al centro di studi classici nell’ambito della storia della Riforma (ad esempio di Alessandro Pastore e Jan-Andrea Bernard), in età moderna comprendevano anche l’attuale Valtellina, zona – all’epoca come oggi – plurilingue e di relativa tolleranza religiosa. Per via della formale concessione di libertà di culto sia agli abitanti cattolici che a quelli riformati, la Valtellina era in età moderna oggetto di una vera e propria ‟mitizzazione” come terra di libertà di pensiero, e lo rimase almeno fino al drammatico sacro macello, eccidio consumato ai danni della presenza evangelica nella Valle nel 1620, l’ultimo anno considerato nel volume. Chiavenna in particolare era uno dei centri di maggior affluenza di esuli italiani, centro commerciale e snodo di passaggio per mercanti e viaggiatori già da prima della Riforma. Tutti i Grigioni, complessivamente, erano uno dei punti focali della mobilità dell’Europa dell’epoca, e ospitavano una popolazione assai eterogenea, tra residenti stabili, profughi religionis causa, gente in mero transito e lavoratori stagionali (mercanti e artigiani); come chiarisce il volume di Zuliani, anche le ultime categorie nominate si ritrovavano di fatto a partecipare alla vita religiosa del luogo, contribuendo a conferirle i suoi caratteristici tratti.
«Quelli senza messa» non pone al centro della narrazione figure di spicco nella storia della Riforma come Camillo Renato, Pier Paolo Vergerio, Bernardino Ochino e Celio Secondo Curione, che si sono tutte trattenute nella regione per periodi più o meno lunghi, ma le tratta pressoché sullo stesso piano di molte altre. Anche altre questioni sono esaminate con uno sguardo ‟laterale”, ad esempio i rapporti con le confinanti terre cattoliche e con altri territori riformati, e le differenze teologiche tra gruppi riformati. Per varie ragioni, tra cui una certa reticenza dei riformati italofoni a sottostare a supervisione o obblighi di uniformità con le chiese svizzere, molte delle comunità religiose grigionesi non enfatizzavano gli aspetti dogmatici, nemmeno dal punto di vista terminologico, e adoperavano una sorta di vaghezza di termini funzionale a non definirsi in modo netto rispetto alle altre confessioni protestanti. Quanto appena sottolineato, però, se pure potrebbe deludere i lettori e gli studiosi interessati ad approfondire questi aspetti e a guadagnare una prospettiva più comparata, che integri le vicende delle chiese italiane ‟senza messa” in un quadro più ampio, non costituisce un punto debole del volume, che vede il suo punto di forza nel tratteggio di un mosaico collettivo, nella ricchezza di fonti e nell’esaustività (il libro consta infatti di 498 pagine) con cui vengono narrati aspetti meno battuti della storia della Riforma grigionese quali l’organizzazione comunitaria, i conflitti quotidiani e tutte le figure marginali e non che ruotavano attorno alla gerarchia delle chiese italofone. In accordo con questa impostazione, il volume è suddiviso in quattro sezioni: «Uno sguardo d’insieme» (pp. 23-163), «Le chiese» (pp. 165-263), «I ministri» (pp. 255-382), «Le congregazioni» (pp. 383-468).
Nel libro trovano posto temi più classici quali le funzioni religiose e l’amministrazione dei sacramenti, le forme di dissenso e le strutture gerarchiche: insomma tutti quegli aspetti che fecero di queste chiese qualcosa di radicalmente diverso dalle conventicole di dissidenti che sorgevano nei paesi cattolici confinanti, ovvero un’organizzazione formale e che beneficiava di piena legittimazione pubblica e politica (chiaramente, le chiese italofone costituivano un fenomeno a sé anche nel panorama complessivo delle chiese riformate europee, e un unicum dal punto di vista linguistico e culturale). Come conseguenza di questa differenza di status, in queste comunità gli ‟eretici” rifugiatisi dalle zone italofone cattoliche e in fuga dalla persecuzione inquisitoriale erano solamente una minima parte ed erano spesso portatori di istanze ‟di minoranza”, più massimaliste e meno orientate a compromessi rispetto a quelle di altri membri della comunità. Troviamo però nel volume anche questioni meno approfondite dagli studi sulla Riforma. Per fare solo alcuni esempi: i tiepidi e dubbiosi, i rapimenti dei ministri in territori di confine con i domini milanesi, le vandalizzazioni delle chiese (prima parte); il canto e i custodi delle chiese (seconda parte); lo stipendio e i servitori dei ministri del culto, l’assistenza ai malati e i dialoghi informali con i fedeli (terza parte); problemi legati a usura e a rapporti tra consanguinei, il padrinato e le relazioni clientelari (quarta parte).