IX, 2026/2

Marco Beretta

Mezzo secolo di storia della scienza al Museo Galileo

Review by: Francesco Barreca

Authors: Marco Beretta
Title: Mezzo secolo di storia della scienza al Museo Galileo. Andrea Corsini e Maria Luisa Righini Bonelli
Place: Sesto San Giovanni
Publisher: Mimesis
Year: 2025
Pages: 284
ISBN: 9791222325514
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Reviewer Francesco Barreca

Citation
F. Barreca, review of Marco Beretta, Mezzo secolo di storia della scienza al Museo Galileo. Andrea Corsini e Maria Luisa Righini Bonelli, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2025, in: ARO, IX, 2026, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/2/mezzo-secolo-di-storia-della-scienza-al-museo-galileo-francesco-barreca/

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Il volume di Marco Beretta ricostruisce cinquant’anni di vita dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, oggi Museo Galileo, attraverso le biografie intellettuali dei suoi primi due direttori, Andrea Corsini (1875-1961) e Maria Luisa Righini Bonelli (1917-1981). L’opera esce nella collana «Storia culturale della scienza. Studi e fonti», diretta dallo stesso autore: circostanza che di per sé non inficia la qualità della ricerca, ma è opportuno venga qui segnalata.

Corsini, medico igienista prestato alla storia della scienza, «dilettante appassionato» (come egli stesso si descriveva), aprì al pubblico nel 1930 un museo ricavato, come recita una lettera trascritta nel volume, da poco più di un «magazzino di ferramenta». Righini Bonelli, laureata in letteratura spagnola, diresse l’Istituto dal 1962 al 1981 e nel 1979 fu la prima italiana, la prima direttrice di museo e una delle prime donne in assoluto a ricevere la Sarton Medal, massimo riconoscimento conferito dalla History of Science Society. Nell’orazione pronunciata in occasione della cerimonia di premiazione, Stillman Drake osservò come, sotto la sua direzione, l’umile Museo fosse diventato un centro di ricerca, convegni e seminari dotato di una biblioteca specialistica che ne faceva un punto di riferimento internazionale per gli studi storico-scientifici.

L’opera si dipana attraverso dieci capitoli (esclusi Introduzione, Ringraziamenti, Avvertenza, Conclusione, apparati bibliografici e Indice dei Nomi), seguendo un ordine cronologico che parte dal Settecento: le collezioni medicee e lorenesi, l’opera di Giovanni Targioni Tozzetti nel salvataggio dei vetri dell’Accademia del Cimento, la diversa sensibilità storica di Felice Fontana, orientato a fare del Museo un’istituzione scientifica moderna piuttosto che un deposito di memorie toscane. Seguono la fondazione dell’Istituto di Storia delle Scienze dell’Università di Firenze nel 1925, l’Esposizione nazionale di storia della scienza del 1929, l’apertura del Museo nel 1930, la partecipazione all’Esposizione Universale di Chicago del 1933, la chiusura durante il conflitto, la ricostruzione postbellica, la fondazione della rivista «Physis», fino all’alluvione dell’Arno del 4 novembre 1966, che sommerse i locali del museo sotto quattro metri e venti di acqua e nafta.

Un pregio non secondario del volume risiede nella ricostruzione, priva di schematismi, delle dinamiche interne all’Istituto durante il ventennio fascista. Beretta documenta come il Museo, dopo aver beneficiato del sostegno del regime in occasione dell’Esposizione nazionale del 1929, si sia trovato in seguito a dover difendere i propri spazi di autonomia in un clima di crescente autarchia culturale. L’antifascismo discreto di Corsini si tradusse, fra l’altro, nel coinvolgimento di collaboratori politicamente esposti come Pietro Pagnini, militante del Partito Popolare ed esperto conoscitore della collezione galileiana e degli strumenti dell’Accademia del Cimento. Vengono quindi esaminati gli anni 1946-1956, quando fu la giovane Maria Luisa Bonelli, entrata nell’organico nel 1942 come studiosa di letteratura spagnola, priva di competenze specifiche nel settore, ad assumere il peso principale della rinascita dell’istituzione, ancora sotto la direzione nominale di Corsini.

Il metodo storiografico è dichiarato nell’Avvertenza posta in apertura del volume. Beretta ha condotto uno spoglio sistematico dell’archivio del museo, riscontrando una situazione documentaria disomogenea: laddove le carte di Corsini risultano ordinate e in parte digitalizzate, quelle di Righini Bonelli, oltre diecimila lettere, attendono ancora un riordino definitivo. Da questa disparità discende la scelta dell’autore di privilegiare ampie trascrizioni dei documenti rispetto alla parafrasi, nella convinzione che solo l’accesso diretto alle fonti permetta di cogliere appieno la complessità delle vicende narrate. Si tratta di una scelta metodologicamente onesta, che rende un servizio prezioso a chi in futuro vorrà proseguire la ricerca su questi fondi; essa comporta tuttavia un costo sul piano della scrittura, poiché interi paragrafi si risolvono in sequenze di citazioni anche assai estese, nelle quali la voce dell’autore recede a favore della documentazione. Ne risulta un’opera di riferimento imprescindibile per lo studio della storiografia scientifica italiana del Novecento, la cui fruizione risulta però meno agevole per un lettore non specialista. Il capitolo dedicato all'alluvione del 1966 rappresenta, sul piano della scrittura, il momento più riuscito del volume. La testimonianza inedita di Alberto Righini restituisce con notevole efficacia narrativa il salvataggio dei cannocchiali di Galileo da parte di Righini Bonelli nella notte dell’alluvione: sono pagine che, per intensità, spiccano rispetto al registro prevalentemente documentario del resto del volume.

L’Introduzione merita una lettura attenta, poiché a essa Beretta affida non soltanto la genesi personale della ricerca, condotta anche alla luce della propria esperienza professionale presso il Museo fra il 1988 e il 2012, ma una riflessione più ampia sullo stato della storiografia della scienza in Italia, sul declino dell’approccio storico-filosofico e sull'affermazione di una ‟storia materiale” attenta alla cultura degli strumenti scientifici e delle collezioni. È una discussione che si rivolge principalmente agli specialisti della disciplina, ma che conferisce al volume uno spessore storiografico che trascende la cronaca di una singola istituzione. La Conclusione si segnala per un registro sensibilmente diverso rispetto al resto del volume. A fronte di un apparato di note particolarmente fitto nei capitoli precedenti, la Conclusione ne è del tutto priva, ed è costruita su una serie di parallelismi retorici ricorrenti («non furono semplicemente[…] ma[…]»; «non si trattò di[…] ma di[…]») culminanti in un’affermazione di carattere generale sull'attualità della vicenda narrata. Si tratta di una scelta stilistica legittima in sede di sintesi finale, che tuttavia introduce una discontinuità di tono rispetto al rigore documentario che caratterizza il resto dell'opera.

Di particolare rilievo è l'apparato bibliografico, costituito da due distinte bibliografie (quella di Corsini e quella di Righini Bonelli) che occupano insieme quasi cinquanta pagine e che, come dichiarato dallo stesso curatore, costituiscono le prime ricostruzioni complete della produzione scientifica di entrambi gli studiosi, comprensive di recensioni e interventi giornalistici. Si tratta di uno strumento di consultazione di notevole utilità per gli studi futuri, sebbene di natura più referenziale che narrativa. Chiude il volume un indice dei nomi. Il corredo iconografico di circa venti fotografie d’archivio in bianco e nero, riprodotte per gentile concessione del Museo Galileo, integra efficacemente il testo con ritratti, immagini di convegni e la documentazione fotografica dell’alluvione del 1966.

Il volume si rivolge principalmente a storici della scienza, museologi e studiosi delle politiche culturali italiane fra fascismo e ricostruzione, più che a un pubblico di lettori non specialisti. Per tale destinatario esso costituisce un contributo di sicuro rilievo, fondato su una ricognizione archivistica sistematica – in particolare sul fondo Righini Bonelli, ancora privo di un riordino definitivo – che nessuno studio precedente aveva condotto con analoga ampiezza. Ne risulta un’opera dichiaratamente specialistica nella propria concezione, alla quale va peraltro riconosciuto il merito di non presentarsi altrimenti.