

Reviewer Marco Zanella - FBK-ISIG
CitationJules Maigret sosteneva di non avere un metodo per portare a termine le proprie indagini. Tuttavia, a tutti era noto come il commissario fosse solito immedesimarsi nel contesto in cui il delitto era avvenuto per giungere ad una soluzione.[1] Il libro di Carol Chillington Rutter tende, a mio parere, a questo: fornire il contesto entro il quale Henry Wotton è divenuto ambasciatore e ha esercitato la carica a Venezia, per cercare di comprendere come egli abbia inventato una più moderna forma di diplomazia riassumibile, forse, nella famosa frase «legatus est vir bonus peregre missus ad mentiendum Reipublicae causa».
Henry Wotton (1568-1639) è una figura ormai piuttosto nota nell’ambito della storiografia di età moderna. Come ormai in più casi è stato messo in evidenza, lo studio della sua biografia, come quello della sua produzione letteraria e diplomatica, è necessariamente da aggiornare dato che l’opera di riferimento rimane ancora il, pur meritorio, The Life and Letters of Sir Henry Wotton di Logan Pearsall Smith del 1907. Chillington Rutter individua correttamente questo problema e infatti dichiara che il suo libro prende le mosse dalla necessità di studiare Henry Wotton come diplomatico e uomo di Stato visto che «nobody until now has paid attention to Wotton’s full dossier, his complete diplomatic bag» (p. 1).
Per farlo l’autrice dedica al tema 16 capitoli divisi in tre sezioni: «Furnishing a mind», «A world of business» e «Sent to lie abroad».
La prima sezione è dedicata alla formazione scolastica e alle prime esperienze (para)diplomatiche di Wotton. Nei primi due capitoli Chillington Rutter ci mostra il giovane Henry Wotton, ultimo figlio di un importante membro della gentry protestante del Kent con illustri antenati, sui banchi del Winchester College, e, successivamente, a Oxford. Qui ebbe la possibilità di fare rilevanti conoscenze e di mettere in mostra le proprie abilità letterarie con una tragedia basata sulla storia di Tancredi e Clorinda della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Di notevole rilievo l’incontro e la frequentazione con il professore di Civil Law Alberico Gentili, protestante italiano rifugiatosi in Inghilterra. Wotton ebbe così modo di apprendere le lezioni contenute in due fondamentali opere del giurista: il De Iure belli e più ancora del De Legationibus libri tres. Nei successivi tre capitoli seguiamo Henry Wotton imbarcarsi verso l’Europa continentale. Il fine è chiaramente politico: «to “get knowledge” for “the bettering” of himself “and his country”» (p. 48). Durante i cinque anni successivi Wotton visitò Heidelberg, Vienna, Venezia, Roma, Napoli, Firenze e Ginevra. Grazie a queste esperienze riuscì a costruire una vasta rete di informatori disseminati in tutta Europa, a entrare in contatto con importanti intellettuali del tempo (primo fra tutti Isaac Casaubon) e a mettere in pratica le nozioni di «observe, record, report» al servizio di Lord Edward de la Zouche.
La seconda sezione è incentrata sul periodo trascorso da Henry Wotton a servizio di Robert Devereux, iI conte d’Essex. Tornato in Inghilterra nel 1595, attraverso la mediazione del fratellastro Edward e dei cugini Anthony e Francis Bacon, Wotton si pose alle dipendenze dell’emergente «star of England». Chillington Rutter ci accompagna nelle diverse mansioni svolte dal «Mr Secretary Wotton»: al lavoro a stretto contatto col circolo dell’Essex, un gruppo di intellettuali di alto livello formatisi nelle più prestigiose università inglesi, il «kentish man» affiancò anche l’esperienza sul campo di battaglia. Nel 1596 e nel 1597 Wotton seguì il suo patron Devereux durante le campagne militari contro gli spagnoli a Cadiz e nelle Azzorre, e nel 1599 ebbe un ruolo di primaria importanza durante la campagna d’Irlanda, quando redasse gli articoli della pace tra gli eserciti contendenti, ossia quello inglese e quello dei ribelli irlandesi capeggiati dal conte di Tyrone, Hugh O’Neil. Le disavventure nelle quali incappò il conte d’Essex negli anni seguenti, culminate con l’esecuzione nel 1601, consigliarono a Wotton di allontanarsi per qualche anno dall’Inghilterra. Grazie ad una lettera di raccomandazione firmata dallo stesso Devereux, si pose al servizio del Granduca di Toscana. Fortunata coincidenza: seguendo il suo ordine di recarsi in Scozia per avvisare il re, Giacomo VI Stuart, di una possibile congiura nei suoi confronti, Wotton, con il nome di Ottavio Baldi, conobbe colui che qualche anno più tardi lo avrebbe nominato ambasciatore a Venezia. La sezione si chiude con la scelta di Wotton come ambasciatore inglese presso la Repubblica, il primo dopo quasi cinquant’anni di sospensione di rapporti diplomatici ufficiali tra i due Stati. In questo frangente l’autrice non offre alcuna ipotesi circa il motivo per il quale proprio Wotton fu scelto come l’uomo più adatto a riaprire l’ambasciata inglese in laguna. Perché proprio lui «among many thousand»?
La terza sezione è dedicata alla prima esperienza diplomatica veneziana di Henry Wotton. Tra il 1604 e 1610 egli risiedette nel sestiere di Cannareggio, secondo Chillington Rutter nel palazzo oggi al numero civico 2967,[2] e si impegnò in numerose operazioni che avevano come obiettivo generale quello di «maggiormente unire et stringere l’amicitia et l’amore tra il mio Re et questa Serenissima Repubblica».[3] Per farlo Wotton si mosse su due diversi piani: quello ufficiale, ossia la pratica della sala del Collegio, unico luogo deputato alla comunicazione con la classe dirigente della Repubblica; e su uno non ufficiale, ossia quello della ricerca di informazioni, garantitegli da spie e informatori di varia natura. I capitoli raccontano delle svariate esperienze vissute in laguna. Dagli scambi epistolari con il gesuita Antonio Possevino alle trattative con la Serenissima circa i commerci marittimi, dall’accoglienza dei viaggiatori inglesi alla tutela degli interessi di tutti gli inglesi presenti nei territori della Repubblica.
Il tutto culmina con lo scoppio della contesa dell’Interdetto (1606-1607) dove finalmente Wotton ebbe modo di mettere in pratica la sua natura di uomo d’azione. In particolare, egli si impiegò nella guerra di scritture, «war of the quill», e nella gestione, non del tutto ortodossa, delle relazioni tra Inghilterra e Venezia: garantì il sostegno militare inglese alla Repubblica, in caso di attacco dell’alleanza ispano-papale, senza l’esplicito assenso della Corona e del segretario di Stato, Robert Cecil. Conclusasi la contesa, la sua azione non terminò. Negli anni successivi proseguì nella relazione con il frate servita Paolo Sarpi, anche attraverso il cappellano d’ambasciata, William Bedell; cercò di diffondere libri posti all’Indice; infine presentò con tutti gli onori l’Apologia pro iuramento fidelitatis di Giacomo I Stuart (con la vasta premessa, intitolata «Premonition») al Pien Collegio. Dopo una prima formale accettazione del dono, la Repubblica vietò il libro e ancora una volta il temperamento poco diplomatico di Wotton, e la sua “nuova” interpretazione del ruolo dell’ambasciatore, lo condussero ad un incidente che solo con molte difficoltà, e non poco tempo, si risolse.
Una riflessione a margine di questo libro davvero ben scritto e ben documentato: oltre all’opera della “famiglia” diplomatica dell’ambasciatore, che l’autrice ritiene alla base della costruzione della rete di conoscenze dell’inglese a Venezia, essa, in qualche misura, va ricondotta a quelle che Chillington Rutter definisce «incomprehensible […] indifensible […] interventions» (p. 269). Vengono citati i nomi di Augustin Carpan e Antonio Dotto, ma ancora altri sono gli uomini per cui Wotton si spese attivamente, e ripetutamente, in Collegio al fine di ottenere una grazia in loro favore. Chi erano? L’autrice si limita al dato di fatto: dei riprovevoli criminali. Non mi dilungherò oltre, mi limito a segnalare un solo caso per tutti: Antonio Dotto, importante esponente della famiglia aristocratica dei Dotto di Padova, fu tra l’altro amico personale di Alvise Tiepolo, figlio di quel Francesco Tiepolo podestà a Treviso durante l’Interdetto e lettore di libri proibiti dall’Indice.
Un’ultima nota a margine. Non sono d’accordo con la scelta dell’autrice, o della casa editrice, di non mettere le note. Le citazioni sono numerosissime, e di valore, e per chi non avesse a disposizione trascrizioni complete della documentazione wottoniana sarebbe quasi del tutto impossibile trovarne il riferimento nelle fonti.
[1] Georges Simenon, Maigret, in Id., Maigret 4, Milano, Adelphi, 2019, pp. 499-500.
[2] Si attende, per la dimostrazione di questa ipotesi, il saggio della stessa Carol Chillington Rutter, 2967 Canareggio: The Only (Official) Protestant Address in Venice, in Eloise Davies, Alana Mailes (eds.), Stuart Serenissima, Liverpool, Liverpool University Press, in corso di pubblicazione.
[3] Archivio di Stato di Venezia, Collegio, Esposizioni Roma, Filze, filza 11, c. 40v, udienza del 01-02-1607(8).