IX, 2026/2

Andrea Micciché, Igor Pizzirusso, Marcello Ravveduto

Il primo libro di didattica della storia

Review by: Luigi Giorgi

Authors: Andrea Micciché, Igor Pizzirusso, Marcello Ravveduto
Title: Il primo libro di didattica della storia
Place: Torino
Publisher: Einaudi
Year: 2025
Pages: 298
ISBN: 9788858447178
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Reviewer Luigi Giorgi - Istituto Luigi Sturzo

Citation
L. Giorgi, review of Andrea Micciché, Igor Pizzirusso, Marcello Ravveduto, Il primo libro di didattica della storia, Torino, Einaudi, 2025, in: ARO, IX, 2026, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/2/il-primo-libro-di-didattica-della-storia-luigi-giorgi/

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Il mestiere di storico, scriveva un maestro della disciplina come Marc Bloch, è sempre alla ricerca di un metodo. Scandaglia i propri parametri di indagine e di studio al fine di definire le regole e il perimetro nelle interpretazioni, nell’uso delle fonti, nello stesso valore da attribuire a chi per diletto e/o per professione (ammesso che ciò sia possibile) si imbatta nello studio della storia. 

Un impegno importante che ha ricadute e risvolti didattici e formativi fondamentali sia nei confronti della società nel suo insieme sia riguardo ai formatori e agli studenti che si approcciano ad un tale percorso o accidentalmente o per il “dovere” dello studio. 

Il libro, scritto in modo scorrevole ma non meno approfondito, vuole fornire una cassetta degli attrezzi (come evidenziano gli stessi autori) che metta in grado lo studioso ma soprattutto chi si occupa di didattica della storia di spendere proficuamente questa passione e questo impegno. Alla base del lavoro proposto vi è infatti «l’intento di fornire al docente in formazione, o all’insegnante che vuole aggiornarsi, quella “cassetta degli attrezzi” della professione dello storico che è il fondamento dell’insegnamento di questa disciplina» (p. X). 

Conseguentemente a tale intento si vuole rendere fruibile ai più (anche ai non specialisti) il lavoro scientifico e di ricerca, anche quando questo si muove secondo nuove coordinate dettate dalla contemporaneità. In modo da dare valore non solo alla storia come disciplina ma all’insieme di un sapere e di una conoscenza storicamente fondata che sia in grado di aiutare a comprendere il passato tanto quanto il presente: ad «afferrare il vivente» come diceva Bloch. 
La ricerca di una didattica adeguata, così come di uno stile scorrevole in grado di unire rigore scientifico e capacità di arrivare al fruitore ultimo, ha rappresentato quasi sempre una fatica di Sisifo per lo storico, sia esso incardinato nello schema scolastico (o accademico) che preso da semplice passione divulgativa. 

Giustamente gli autori ravvisano la differenza tra chi fa ricerca e chi altresì si dedica ad una didattica della storia. Anche se molti temi e problemi finiscono per incrociarsi, per sovrapporsi e per porre gli stessi quesiti a studiosi, professori ed alunni. 

Il testo dopo una prima parte in cui si vagliano i maggiori storici, contemporanei e non (dal più volte citato Bloch a Carr a Tucidide) nel quadro generale di una introduzione attenta ai principi e alla fatica della ricerca storica si inoltra quindi in considerazioni generali circa la capacità di trasmissione di ciò che viene proposto dalla ricerca, dalle sue suddivisioni in fonti, documenti, riflessioni. 

I temi della contemporaneità e della velocità anche tecnologica con cui le informazioni ci raggiungono e il modo con cui sulla rete si possono reperire nozioni e anche documentazione, interroga da vicino gli autori. 

Un’attenzione particolare va alla public history come nuovo fronte in cui si unisce creatività e rigore scientifico: «La public history e la didattica possono contribuire alla formazione della memoria collettiva raggiungendo grandi platee che desiderano partecipare alla rappresentazione della storia come spettatori e attori» (p. 111). 

Naturalmente il testo non si sottrae dall’affrontare le nuove e vecchie fonti (prevalentemente iconografiche) che si offrono allo studioso e a chi si occupa di didattica: «Il più importante approccio alla didattica con le immagini si concretizza quindi proprio nell’insegnare agli studenti come analizzare una fonte iconografica, per arrivare a coglierne appieno il significato» (p. 164). 

Una trattazione a parte ha meritato quello che il titolo di paragrafo definisce come una «nuova era» . E cioè la nuova stagione digitale che si è aperta da qualche tempo a questa parte, che ha fatto il paio con la progressiva e generale individualizzazione di esperienze personali e sociali prima declinate collettivamente. 

Il testo si interroga quindi sulla potenza, intesa come potere di influire su coscienze, persone e fatti, della macchina digitale veicolata anche dai nuovi mezzi attraverso cui questa è fruibile come gli smartphone. Un potere capillare, quasi incontrastato, con tutti i problemi legati a questa vera e propria funzione sociale, storica e informativa che pone non pochi problemi. Primo fra tutti quello dell’attendibilità delle notizie che si trovano sulla rete: «Il web, come spazio, può essere sfruttato per raccogliere nozioni e informazioni, produrle direttamente o potenziare la didattica. Si tratta di tre approcci fra loro intrecciati e integrabili» (p. 195). 

Viene sottolineata anche l’importanza dei giochi nel promuovere e far conoscere adeguatamente e al più alto numero di persone possibili le vicende storiche: «Il gioco si sta affermando come uno degli strumenti più efficaci per il coinvolgimento del pubblico e la fruizione della conoscenza anche in ambito museale. Ciò ha impatto ovviamente anche sulla didattica» (p. 238). 

Per secoli, e con ogni probabilità sarà così anche in futuro, si è cercato di insegnare la storia attraverso metodi che la facessero uscire dalla ristretta di una semplice enucleazione di date, di fatti, di cose passate. E ciò perché la disciplina ha una sua valenza fondante non solo sul passato ma, in misura ancora maggiore oggi, sulle cose future. In quanto è in grado di dare uno sguardo prospettico su vicende complesse, spiega alcuni passaggi, scioglie nodi che sembrano altrimenti inestricabili. 

Il merito del testo è quello in definitiva di valorizzare tutto questo, seppur sommariamente descritto, ed indicare passaggi, metodi, contenuti perché la storia sia viva, sia patrimonio comune, sia il più possibile libera e critica, lontana da ogni strumentalizzazione politica, sia chiave di volta che aiuta a comprendere non solo ciò che fu ma quello che è e, almeno in parte, ciò che sarà.