IX, 2026/2

Serena Luzzi

Identità bugiarde

Review by: Anna Clara Basilicò

Authors: Serena Luzzi
Title: Identità bugiarde. Vagabondi, repressione, resilienza nell’Ottocento asburgico
Place: Roma
Publisher: Viella
Year: 2025
Pages: 160
ISBN: 9791257010607
URL: link to the title

Reviewer Anna Clara Basilicò - Istituto Storico Italo Germanico

Citation
A.C. Basilicò, review of Serena Luzzi, Identità bugiarde. Vagabondi, repressione, resilienza nell’Ottocento asburgico, Roma, Viella, 2025, in: ARO, IX, 2026, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/2/identita-bugiarde-anna-clara-basilico/

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Nel volume Identità bugiarde. Vagabondi, repressione, resilienza nell’Ottocento asburgico, Serena Luzzi accompagna il lettore lungo le rotte del vagabondaggio mitteleuropeo. Come Virgilio con Dante, a guidare la storica è Gustav Kaiser Bedolzky, uno delle migliaia di individui senza fissa dimora che attraversa il diciannovesimo secolo mendicando, vivendo d’espedienti o fuggendo. La sua biografia apre continui squarci sulla realtà della vita di strada a cavallo tra due epoche e sull’ossessione del potere per il controllo della mobilità: è così che il caso di Bedolzky si presta a ricorrenti digressioni. La nascita della fotografia e dei servizi segreti, la residenza – o qualsiasi concetto meglio corrisponda all’asburgica Heimat – e il mercato del lavoro, i documenti d’identità e l’arte della falsificazione: da Vienna a Verona, da Linz a Bludenz, i reiterati controlli di polizia costringono Bedolzky a raccontare a decine di ufficiali la sua vita fino ad allora. O, come Serena Luzzi giustamente avverte, una versione plausibile – vera, falsa o verosimile che sia – di essa.

Il libro si articola così in sei brevi capitoli, ciascuno dei quali getta luce su aspetti diversi della vita delle “classi pericolose”, sulle abitudini di vagabondi e scioperati, che «senza una dimora stabile e senza mezzi» avrebbero finito «necessariamente per commettere un reato e, così si riteneva, attentare alla sicurezza sociale» (p. 22). La legislazione tardo-ottocentesca in materia di vagabondaggio, riconosce Luzzi, aveva in realtà ben pochi tratti di originalità. La tendenza alla criminalizzazione della povertà attraversa l’Europa già dal medioevo e i provvedimenti di contenimento della mobilità delle persone senza fissa dimora appartengono alla tradizione giuridica di tutti i Paesi europei. Sulla scorta degli studi, tra gli altri, di Bronisław Geremek, David Hitchcock, Julia McClure, Pieter Spierenburg ed Enzo Ciconte, Serena Luzzi mostra quindi la traiettoria di un fenomeno, quello del controllo e della repressione delle classi subalterne non lavoratrici, che nei secoli va sviluppando e affinando i propri strumenti grazie anche all’introduzione di nuove tecnologie. È in questo modo che l’invenzione di Luis Daguerre, perfezionata pochi anni dopo da Luis Désiré Blanquard-Evrard, passa dall’immortalare re e regine a catturare l’espressione di criminali e malati psichiatrici. La nascita della fotografia segnaletica – un parto tutt’altro che semplice – si accompagna al dibattito serrato circa le modalità di identificazione dei soggetti. Non sono infatti rari i casi, nell’Europa dell’Ottocento, di furto d’identità, facilitati dal fiorente commercio di documenti e credenziali false. Un mercato clandestino e tuttavia evidentemente popolare, se a permettersi i suoi prodotti sono soprattutto vagabondi e fuggitivi. La fotografia segnaletica offriva quindi uno strumento potenzialmente decisivo, affiancato dall’affinamento della misurazione di alcuni dati biometrici individuati dal parigino Alphonse Bertillon.

Durante i suoi interrogatori, Gustav Kaiser Bedolzky riporta informazioni piuttosto precise sui modi per procurarsi false identità, sulle strategie di depistaggio e sugli espedienti per sopravvivere alla vita di strada. Rubare o acquistare più libretti di lavoro, fingersi un Wanderer – un artigiano alla ricerca di un impiego – sfruttare le strutture di soccorso, mentire sul proprio luogo di nascita: tutto ciò fa parte del bagaglio di conoscenze di qualsiasi vagabondo, capace di muoversi a proprio agio nei vicoli tortuosi della semi-legalità. Vicoli che il controllo statale fatica a percorrere: è in questo periodo che si affinano le tecniche di sorveglianza e spionaggio dei servizi segreti, come ricorda Luzzi. Il celebre caso di Wilhelm Stieber, padre dei moderni sistemi di spionaggio, testimonia la goffaggine – e insieme la spregiudicatezza – degli apparati statali nel ricorrere ai medesimi mezzi. Il teorema messo a punto da Stieber per incastrare Karl Marx si era infatti fondato su documenti sottratti con l’inganno o costruiti «ad arte da un falsario londinese che infine confessò e ammise di essere al soldo di Stieber», rendendo nullo il processo (p. 57).

Il confine dunque tra vero, falso e verosimile acquista significati e sfumature via via diverse a seconda del fenomeno su cui si posa la lente d’ingrandimento di Serena Luzzi. I documenti contraffatti sono falsi, eppure verosimili. Le dichiarazioni di Bedolzky sono forse vere o forse false, ma sicuramente verosimili. Includono dettagli sulla mobilità, sugli incontri, sul lavoro e sulle relazioni che, sebbene individuali, appaiono universalmente valide. Se Bedolzky fu davvero, come dice, il figlio unico di una madre sola – Emilie Kaiser – la sua infanzia fu simile a quella delle migliaia di bambini nati ad esempio nella Casa delle partorienti di Alservorstrasse, a Vienna. Luzzi esclude che, a differenza di quanto dichiarato da Bedolzky, l’uomo sia effettivamente nato in quella struttura – il suo nome non compare nei registri dell’Ospedale, né è presente quello della madre –, ma che abbia trascorso i primi anni di vita seguendo Emilie e la compagnia di musici cui si era aggregata è plausibile. Così come lo è che, in età adulta, abbia lavorato come cocchiere prima per un mercante ebreo e poi per una famiglia rom, che si sia dato alla macchia per evitare otto lunghissimi anni di servizio militare e che abbia attraversato l’impero al seguito di una compagnia circense.

La biografia di Gustav Kaiser Bedolzky è però, come avvisa Serena Luzzi già nell’introduzione, destinata a rimanere un mistero, né è mai stata l’obiettivo di questo volume. Gli squarci che i suoi interrogatori aprono su una «Mitteleuropa vista dal basso» sono il vero valore di questo testo, che risale il Danubio inquadrando l’avvento dell’industrializzazione moderna, la depressione delle aree periferiche, l’enorme migrazione interna, la crisi occupazionale che colpisce migliaia di uomini e donne e la spaccatura sempre più profonda tra classi subalterne e classi dominanti (p. 10). Di pari passo procedono quindi l’ossessione, come la definisce l’autrice, per il controllo di queste masse in movimento e la resilienza di individui ai margini della società. Individui, e questa è forse l’aspetto più interessante del libro, che mantengono in quei margini forme di agency ben chiare e che all’alienazione delle catene logistiche e produttive preferiscono una libertà sicuramente scomoda, fatta di patimenti e privazioni, e nondimeno più autentica.