IX, 2026/2

Maria Adank

I Grimani di San Luca

Review by: Elisabetta Dalla Giustina

Authors: Maria Adank
Title: I Grimani di San Luca. Cultura materiale, genere e potere a Venezia tra Cinque e Seicento
Place: Roma
Publisher: Viella
Year: 2025
Pages: 320
ISBN: 9791257010164
URL: link to the title

Reviewer Elisabetta Dalla Giustina - Università degli Studi di Padova

Citation
E. Dalla Giustina, review of Maria Adank, I Grimani di San Luca. Cultura materiale, genere e potere a Venezia tra Cinque e Seicento, Roma, Viella, 2025, in: ARO, IX, 2026, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/2/i-grimani-di-san-luca-elisabetta-dalla-giustina/

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Due sorelle Morosini, due fratelli Grimani, un patrimonio condiviso: il volume di Maria Adank esplora il vissuto della nobiltà veneziana tra XVI e XVII secolo «sotto la lente della materialità» (p. 150). Il contributo muove dalla stipula di un duplice matrimonio, nel 1560: Angela e Morosina Morosini, portando in dote la proprietà istriana di Sanvincenti, entrarono a far parte del nuovo ramo dei Grimani di San Luca, spose di Almorò e Marino. Il sottotitolo del libro, che rivela da subito la centralità della cultura materiale, anticipa altri due aspetti: genere e potere. L’intervento femminile, infatti, fu determinante per la sorte dei beni familiari; essi, al contempo, resero visibile e tangibile il potere. Questo si manifestò a livello informale, con artigiani e domestici; si propose nella sua declinazione signorile a Sanvincenti; si impose, non senza qualche difficoltà, tra i pari del patriziato veneziano e sulla scena internazionale, quando Marino ottenne l’incarico di doge. L’autrice, concentrandosi sui beni mobili e immobili della famiglia, esamina azioni e circostanze che ne riguardarono l’acquisto, lo scambio o l’utilizzo.

Negli ultimi decenni, le storiche e gli storici che si sono occupati di cultura materiale non hanno seguito un criterio univoco. Il concorso di più discipline sembra essere stato una costante condivisa; il panorama italiano, tuttavia, ha spesso considerato la produzione e l’uso di beni materiali in relazione alla sola storia dei consumi. L’autrice, invece, intende guardare alla materialità come a uno degli aspetti attraverso cui un ambiente sociale esplicita e qualifica le relazioni umane. La cultura materiale si rivela un utile strumento per indagare non soltanto la posizione sociale, ma anche gusti, ambizioni e tratti personali, altrimenti poco individuabili nelle fonti ufficiali. Ciò che si riceve in dono, si esibisce, si trasmette, non avrebbe solo un preciso significato all’interno di una collettività, più o meno estesa; contribuirebbe a forgiare la self-perception, la percezione di sé e della propria identità, di chiunque utilizzi un elemento materiale.

Ricordando la posizione dei curatori di Writing Material Culture History, l’autrice sottolinea l’importanza assunta da contesto e domande di ricerca nel plasmare una specifica trattazione.[1] Per affrontare la storia della penisola italiana attraverso la cultura materiale, ad esempio, il confronto con la ricca documentazione archivistica a disposizione resta ineludibile. Il volume recensito ne offre un esempio: lo studio prende le mosse da scritture familiari, in gran parte conservate presso l’Archivio di Stato di Venezia, nel fondo Grimani e Barbarigo; la documentazione, non essendo ordinata né inventariata, ha richiesto un importante lavoro preliminare. Lo sviluppo delle indagini, però, ha integrato l’uso dei documenti scritti con l’osservazione di oggetti e opere d’arte, provenienti da musei e collezioni digitali. Lo sforzo è stato quello di restituire un’immagine verosimile di ogni elemento concreto, senza trascurarne le qualità sensoriali che lo rendevano desiderabile in passato e che, tuttavia, un libro può riprodurre solo attraverso la capacità evocativa della parola. Anche per questo, l’autrice sceglie di inserire una selezione di immagini a colori, per supportare la descrizione di alcuni oggetti o per far comprendere l’aspetto interno ed esterno degli edifici di cui parla.

La storia dei beni più rilevanti scandisce la struttura del volume: ogni capitolo prende spunto da uno di essi, spiegandone la funzione avuta presso Morosini e Grimani, prima e dopo il 1560, e confrontandola con le tendenze generali dell’élite a cui i due casati appartenevano. A volte i capitoli assumono il nome di un oggetto, altre di un’azione: la materialità, infatti, non è statica, ma va considerata nel suo continuo e vivificante utilizzo. Le sezioni del libro, pur partendo da suggerimenti distinti, mostrano quanto gli elementi sopra esposti siano intrecciati e inseparabili l’uno dall’altro. I due corredi identici di Angela e Morosina sono i protagonisti del primo capitolo; la madre Chiara Priuli, dopo la morte del marito Andrea e dell’unico maschio, diventò amministratrice del patrimonio e unica responsabile del futuro delle figlie. Ogni sua scelta fu orientata a garantire loro un’ottima posizione, seppur con qualche deroga alle leggi suntuarie quando si trattava di comparire in pubblico. Dalle scritture risulta evidente la volontà di mantenere una perfetta eguaglianza tra Angela e Morosina, a cui la vita matrimoniale avrebbe riservato destini diversi: se Almorò e Angela ebbero un ruolo primario nell’amministrazione delle ricchezze familiari, Marino e Morosina rafforzarono il prestigio sociale del gruppo.

Il secondo capitolo è dedicato a un bene che fu per loro fondamentale: il castello di Sanvincenti, con le relative pertinenze e la giurisdizione connessa. I Morosini avevano fortificato la zona, migliorandone le condizioni agricole; quando la proprietà passò ai Dandolo, riuscirono a recuperarla grazie a una donna, Caterina Frangipane. In seguito, la famiglia considerò il luogo una parte essenziale della propria identità: oltre ai disegni realizzati per motivi giuridici e strategici, il castello fu inserito in un ritratto di Morosina e associato ai nomi dei parenti. A Venezia, altri spazi furono abitati e modificati dalla famiglia: palazzo Grimani di San Luca (al capitolo terzo) e Palazzo Ducale (al quinto), due ambienti che la obbligarono tuttavia a presentarsi, letteralmente, in due vesti differenti. Il primo, l’abitazione veneziana delle coppie, era opera del padre di Marino, Girolamo, che perse per poco l’elezione dogale. Fu proprio con il patrimonio di questi, ritenuto un avaro, che il figlio poté permettersi la magnificenza necessaria al ruolo mancato al genitore. Palazzo Ducale, invece, fu la dimora temporanea della coppia dogale, dal 1595 al 1605. Teatro di trasferimenti di mobili e servitù, ospitò numerosi banchetti, preparati con le prelibatezze di Sanvincenti e accompagnati da spettacoli musicali; la presenza di dame versate nella musica e nella scrittura come Lucrezia Marinella fu uno degli aspetti condivisi con altre corti, come quella dei Gonzaga. I lussi di cui Marino si circondava potevano essere poco conformi alla mediocritas raccomandata tra patrizi; rappresentare la Repubblica, tuttavia, lo portò a cogliere mode e novità dei capi internazionali del proprio livello, per quanto queste rischiassero di essere scambiate per tendenze monarchiche.

Tra i beni mobili, l’autrice riserva un posto particolare alle vesti: l’abito esibisce il prestigio di un gruppo; disciplina il corpo e simboleggia le virtù richieste in ogni fase della vita; rivela l’affetto di chi lo procura a un congiunto o lascia immaginare l’emozione di indossare un tessuto pregiato. Alcuni oggetti preziosi, carichi di significati politici, sembrano aver avuto anche un’importanza intima e personale: la Rosa d’oro che il papa consegnò a Morosina, unica dogaressa a ricevere questo dono, fu lasciata al tesoro di San Marco; il fiore, però, venne aggiunto ai ritratti della donna, accompagnandola in quanto appartenente a lei, non a Venezia. Quanto ad Angela, diede ai Grimani l’unico erede maschio, ma fu meno ricca ed esposta della sorella; gli oggetti che lasciò ai suoi cari non furono scelti in base al loro valore economico, ma per conservare la memoria di un legame affettivo.

Il volume illustra con chiarezza la reciproca interazione tra persone e cose: il significato di ogni oggetto, in continua evoluzione, muta a seconda di chi è chiamato a prendersene cura o a sceglierne la destinazione; i beni, a propria volta, qualificano i soggetti coinvolti nella loro gestione. L’apparato genealogico e il glossario aggiunti alla fine del libro costituiscono degli ottimi strumenti per chi lo consulti.

 

[1] Anne Gerritsen, Giorgio Riello (eds.), Writing Material Culture History, London-New York, Bloomsbury, 2021 [2014].