

Reviewer Maximiliane Rieder
CitationCome nascono gli istituti scientifici tedeschi all’estero? Stefan Laffin – professore ospite del DAAD di Late Modern Europe presso l’University of California, Berkeley – esamina questa questione prendendo a esempio il Centro Tedesco di Studi Veneziani (DSZV), che nel 2022 ha celebrato il suo cinquantesimo anniversario. La sede tedesca sul Canal Grande è una delle più importanti istituzioni di ricerca interdisciplinare della Repubblica Federale in Europa. L’impostazione multidisciplinare voluta dai ‟padri fondatori” anticipò, già nelle fasi di nascita e sviluppo del Centro, tendenze accademiche che si sarebbero affermate solo in seguito. Laffin, già borsista dell’istituto, ne analizza i primi vent’anni di attività, che inizialmente offriva opportunità di lavoro nella città lagunare solo a studiosi di discipline umanistiche impegnati in ricerche sulla storia e la cultura di Venezia e dell’ex area di influenza veneziana. Il sostegno agli artisti fu introdotto solo nel 1979. Michael Matheus, presidente dell’associazione dal 2013 al 2021, ha promosso la rielaborazione critica della storia del Centro. In che misura la creazione di istituzioni scientifiche è riconducibile, in linea di principio, all’azione di politica scientifica di singoli individui e di attori collettivi? L’autore affronta questo interrogativo adottando una prospettiva incentrata sulle figure chiave coinvolte, concentrandosi in particolare sulla fase formativa dell’istituzione nel contesto dell’espansione degli istituti di ricerca tedeschi all’estero durante gli anni Sessanta e Settanta.
Nel capitolo introduttivo (pp. 8-28), Laffin illustra la ricca base documentaria utilizzata per ricostruire e analizzare il complesso processo di istituzionalizzazione della sede veneziana. Oltre ai documenti di autorità statali – quali il Ministero dell’Interno e il dicastero competente per la ricerca scientifica (denominato Istruzione e Scienza dal 1969 e Ricerca e Tecnologia dal 1972) conservati presso l’Archivio Federale a Coblenza e l’Archivio Politico del Ministero degli Esteri (Berlino) – l’autore si avvale dei fondi del Kunsthistorisches Institut di Firenze (KHI), dell’Archivio Centrale di Stato della Baviera (Monaco) e del Centro Tedesco, la cui documentazione è stata in gran parte acquisita dall’Archivio Federale nel 2018. Alla prospettiva di storia istituzionale, l’autore affianca materiali provenienti dall’archivio privato del primo direttore, Wolfgang Wolters (Berlino), nonché i fondi dei primi membri del consiglio d’amministrazione, come quello di Adolf Butenandt conservato presso l’Archivio della Società Max Planck (Berlino).
L’ambiziosa idea di creare un polo scientifico a Venezia circolava già intorno al 1900 e poi nuovamente a partire dalla metà degli anni Sessanta. Il secondo capitolo (pp. 29-60) affronta l’iter progettuale – partendo dalle visioni di Wolters, collaboratore del KHI, circa una sede distaccata veneziana dell’istituto fiorentino – fino alla prima richiesta di finanziamento per la realizzazione del progetto, avanzata nel 1965. Tuttavia, la Fondazione Volkswagenwerk respinse la domanda presentata da Erich Steingräber, direttore del Germanisches Nationalmuseum di Norimberga. Secondo Laffin, l’argomento dell’alluvione secolare del 1966 favorì la nascita del centro di ricerca a Venezia, rafforzando la rete di attori che avrebbero poi collaborato alla sua fondazione. La catastrofe naturale e le successive operazioni di soccorso intensificarono inoltre i contatti bilaterali esistenti, per esempio con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Venezia. Alexander Kreuter – dottore in diritto economico, tesoriere del KHI e membro dell’Arbeitskreis Venedig della Commissione tedesca per l’UNESCO – sfruttò il momentum generato dall’alluvione catastrofica per concepire un istituto tedesco quale contributo attivo agli aiuti per la città. Anche Firenze, a seguito delle inondazioni estreme, ricevette un’enorme attenzione internazionale. Il Centro Tedesco fu infine concepito come sede distaccata del KHI. Nel terzo capitolo (pp. 61-100) Laffin analizza l’impegno congiunto di personalità influenti in seno a organismi di politica scientifica e di storici dell’arte come Wolters, volti a individuare una sede idonea e a reperire finanziatori. Il prestigioso Palazzo Barbarigo della Terrazza, risalente al Cinquecento, offriva un’opportunità unica grazie alla sua posizione e al prezzo vantaggioso di mezzo milione di marchi tedeschi per un piano con la terrazza e locali al pianterreno. Nel 1969 Kreuter – che fin dai tempi della Repubblica di Weimar intratteneva stretti legami con il gruppo Thyssen – pose le basi decisive attraverso una richiesta presentata a nome del KHI alla Fondazione Fritz Thyssen, la quale stanziò 920.000 marchi per l’acquisto, i costi di ristrutturazione, le borse di studio e le spese di gestione.
La separazione dall’istituto di Firenze e la fondazione dell’associazione Deutsches Studienzentrum in Venedig e.V. (Centro Tedesco di Studi Veneziani) nell’aprile del 1970 garantirono provvisoriamente il finanziamento della struttura da parte del Ministero della Scienza di Bonn. Il quarto capitolo (pp. 101-144) illustra come il consiglio d’amministrazione fondatore, composto da personalità di spicco, abbia definito l’orientamento contenutistico del DSZV. Già nella prima seduta, i manager scientifici concepirono il consiglio come un «organo di direzione e controllo assoluto» (p. 118), limitando rigorosamente il margine di manovra del direttore. L’autore documenta in modo convincente questa concezione e prassi scientifica di stampo patriarcale sulla base della corrispondenza tra il premio Nobel Butenandt, il lobbista Kreuter e Steingräber – massimo esperto di Venezia nel consiglio e, dal 1969, direttore generale delle Bayerische Staatsgemäldesammlungen (Collezioni statali bavaresi di dipinti) a Monaco. Tale gerarchizzazione emerge chiaramente anche nella prassi di assegnazione delle borse di studio – inizialmente non bandite pubblicamente, bensì spesso funzionali agli interessi particolari e allo sviluppo dei progetti dei membri dell’associazione – nonché nella frequenza di aspri conflitti. Sebbene le idee innovative del giovane direttore dell’istituto – come le Settimane di Studi realizzate solo molto più tardi – non abbiano trovato ascolto, Wolters fu coinvolto in modo determinante nei preparativi per l’istituzione del Centro Tedesco, grazie alla sua competenza e alla sua attività di creazione di reti a livello locale. Tra i sette cofondatori, che per molti anni costituirono senza variazioni il primo consiglio d’amministrazione, figuravano inoltre: Hans-Georg Beck – presidente dell’associazione e del consiglio stesso, bizantinista presso l’Università Ludwig Maximilian di Monaco (LMU), membro del Wissenschaftsrat (Consiglio per la scienza) (1968) e vicepresidente (1965-1968) della Deutsche Forschungsgemeinschaft – DFG (Società tedesca per la ricerca); Julius Speer – presidente della DFG (1964-1973) e professore ordinario di scienze forestali presso la LMU; ed Helmut Coing – fondatore e direttore dell’Istituto Max Planck per la storia del diritto europeo (1964-1980), nonché presidente del consiglio scientifico della Fondazione Thyssen (1960-1995). Di tale consiglio facevano parte anche Speer e il biochimico Butenandt, presidente della Società Max Planck. In rappresentanza del Governo federale, sedeva nel consiglio d’amministrazione Karl-Friedrich Scheidemann, capo del dipartimento per la promozione generale della ricerca scientifica presso il Ministero della Ricerca.
Il quinto capitolo (pp. 145-200) tratta dell’inaugurazione ufficiale nel maggio 1972, dei rapporti di potere e dei conflitti personali interni tra il direttore e un consiglio d’amministrazione o associazione promotrice ormai in età avanzata dei soci. L’associazione maschile di diritto privato, che determinava le sorti dell’istituto veneziano, limitava anche il margine di manovra statale. Laffin spiega le attività del Centro Tedesco fino all’uscita di scena di Wolters (1974), avvenuta in seguito a dissidi con l’elitario sodalizio di studiosi. Il sesto capitolo (pp. 201-250) mostra come il Centro sia riuscito ad affermarsi nonostante le avversità e a superare nuove crisi finanziarie che minacciavano la sua esistenza, verificatesi dopo che il Ministero della Ricerca aveva ritirato il proprio sostegno. Per lungo tempo non si riuscì a trovare un nuovo ente promotore, né a livello federale né in Baviera, dove l’associazione aveva sede (a Monaco) e dove risiedeva la maggior parte dei membri dell’organo direttivo. Così, l’opposizione del ministro delle Finanze fece fallire il progetto di un finanziamento parziale da parte dello Stato libero di Baviera, per il quale si era invece battuto il ministro della Cultura Hans Maier. Con l’assunzione del finanziamento da parte del Ministero federale dell’Interno – che garantì risorse stabili a condizione che venissero assegnate borse di studio per l’arte – seguì un decennio di consolidamento del bilancio e di ampliamento del profilo di ricerca. Il settimo capitolo (pp. 251-323) descrive la vita quotidiana a Palazzo e il riassetto nella politica del personale dopo la fine dell’era Beck (1983) alla testa del Centro. Con la nomina di Dieter Nörr, docente ordinario di giurisprudenza a Monaco, a nuovo presidente dell’associazione e del consiglio d’amministrazione, e con l’assunzione della prima direttrice Karin Nehlsen-von Stryk – socia del consiglio dal 2004 –, i conflitti generazionali andarono progressivamente scemando: il direttore ministeriale Scheidemann e Kreuter avevano lasciato i loro incarichi già nel 1976, Speer e lo storico dell’arte Steingräber fecero parte del consiglio d’amministrazione fino alla morte (rispettivamente nel 1984 e nel 2013), mentre Beck uscì di scena nel 1987. Tuttavia, nemmeno questi avvicendamenti riuscirono ad appianare le antiche dispute tra i protagonisti, alimentate da interessi di politica scientifica e da motivazioni personali.
Una conclusione, gli elenchi delle illustrazioni, delle fonti e della bibliografia, nonché un indice dei nomi, completano questo volume frutto di una ricerca molto solida, pubblicato nella collana «Studi. Nuova serie» curata dal Presidente del Centro. Laffin corregge i miti fondativi correnti e confuta leggende diffuse, ricollocandole in un nuovo contesto – ad esempio in relazione al passato talvolta dubbioso di alcuni protagonisti della fondazione sotto il regime nazionalsocialista. Così, Butenandt, Scheidemann e Kreuter – quest’ultimo coinvolto nelle spoliazioni artistiche del regime nazista – riuscirono a preservare, senza troppe difficoltà, «la propria reputazione e le proprie reti di contatti nella Repubblica Federale». Tutti i membri del consiglio d’amministrazione citati hanno contribuito in modo significativo, grazie al loro prestigio, alla loro influenza e al loro impegno, alla fondazione del centro di ricerca veneziano dedicato alla promozione dei giovani studiosi.
Laffin ha orientato il proprio interesse conoscitivo principalmente verso l’analisi delle «logiche e dei meccanismi» della politica scientifica, del sostegno alla ricerca e della politica culturale estera della Germania occidentale. Fonti di provenienza italiana – ad esempio quelle conservate presso l’Archivio di Stato di Venezia, l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti o la Fondazione Cini – potrebbero fare ulteriore luce sulla fase di fondazione e sviluppo di questa istituzione di successo come «progetto congiunto italo-tedesco» (p. 82): si pensi, ad esempio, al ruolo dell’associazione Venezia Isola degli Studi, favorevole al rafforzamento della città lagunare quale polo scientifico, o alle informazioni riguardanti la percezione e l’accoglienza, da parte del pubblico veneziano, delle conferenze pubbliche, dei convegni scientifici e delle pubblicazioni del Centro. Stando alle relazioni annuali, tra gli ospiti di Palazzo Barbarigo figuravano regolarmente docenti delle università di Venezia, Padova, Trieste e Firenze, nonché esponenti di spicco della realtà locale.