

Reviewer Giacomo Ghedini
CitationIl volume Chiesa e Stato in Brasile. Religione, politica e società nella Repubblica (1889-1945), edito da Carocci nel 2026, è la rielaborazione di una tesi di dottorato sostenuta alla Scuola Normale Superiore di Pisa. L’autore, Jair Santos, affronta le relazioni tra la Santa Sede e il Brasile (il paese ancora oggi con più cattolici al mondo) dall’inizio del periodo della cosiddetta "Prima Repubblica" (1889) fino alla fine dell’“Era Vargas” (1945). La scelta, come emerge dall'introduzione, è quella di concentrarsi sulla dimensione diplomatica e istituzionale dei rapporti intercorsi tra Roma e il nuovo Stato repubblicano. L'analisi storica ha quindi inizio a partire dal colpo di stato militare che pose fine all’impero dell’ormai anziano Pedro II di Bragança – prima che gli succedesse la principessa Isabel, che nel 1888 da reggente aveva firmato la Lei Aurea per l’abolizione della schiavitù. Con il regime imperiale, venne a cadere anche il sistema del Padroado, cioè il controllo diretto sulla Chiesa brasiliana da parte dell’imperatore. Attraverso un'approfondita ricerca archivistica sulla documentazione conservata specialmente negli archivi vaticani, l'autore ricostruisce le strategie della diplomazia pontificia, le modalità con cui la Chiesa cercò di ridefinire la propria presenza in un contesto profondamente mutato dopo la separazione tra Chiesa e Stato e il ruolo svolto da alcuni protagonisti di questa stagione. Ne emerge un quadro articolato delle relazioni tra la Santa Sede e le istituzioni brasiliane, nel quale trovano spazio tanto le dinamiche politiche quanto le reti ecclesiastiche che contribuirono a consolidare la presenza cattolica nel Paese.
Uno dei principali punti di forza del volume risiede proprio nell'accurata ricostruzione delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica brasiliana. L’utilizzo sistematico delle fonti vaticane consente all'autore di illuminare aspetti poco conosciuti della politica ecclesiastica romana nei confronti del Brasile e di offrire una narrazione documentata dei negoziati, delle tensioni e delle strategie che caratterizzarono questo rapporto. Il libro si distingue inoltre per alcuni approfondimenti particolarmente riusciti, che arricchiscono l’analisi generale. Tra questi merita di essere segnalato il capitolo dedicato all’emigrazione italiana, nel quale emerge con efficacia il ruolo svolto dal vescovo italiano Giovanni Battista Scalabrini, incaricato da Propaganda Fide di una prima pastorale dei migranti, con attenzione particolare agli italiani nelle Americhe. Ugualmente felici risultano le pagine dedicate ai giudizi sui pontefici espressi dal diplomatico brasiliano di lungo corso Magalhães de Azeredo e quelle sull’azione dell’influente cardinale Sebastião Leme, figure che l’autore restituisce nella complessità del loro operato e della loro influenza nei rapporti tra Chiesa e Stato. Santos mostra poi efficacemente come il sostegno accordato dalla gerarchia cattolica al regime di Vargas rispondesse meno a un’affinità ideologica e più a una convergenza di interessi politici e istituzionali. Un’intesa pragmatica e di potere, che in qualche modo contribuì anche a mantenere l’opzione integralista del partito brasiliano ispirato al clerico-fascismo in una posizione di minoranza e perfino a rendere il Brasile un paese disponibile ad accogliere un certo numero di profughi ebrei convertiti al cattolicesimo in fuga dalla Shoah. Nelle conclusioni, l’autore si spinge fino agli anni recenti in una rapida ma puntuale sintesi dell’evoluzione del panorama ecclesiale e politico brasiliano, calcando in particolare sul fenomeno della diffusione delle chiese neopentecostali. Emerge così come, secondo Santos, in Brasile «la Chiesa non ha perso la sua posizione per effetto di una più intensa secolarizzazione della società, ma perché un’altra confessione ha preso il suo posto, rivendicando anzi una maggiore presenza della religione nella sfera pubblica» (p. 222).
Accanto agli indubbi meriti, il volume presenta anche alcuni limiti, riconducibili soprattutto allo scarto tra le aspettative suscitate dal titolo e l’effettivo contenuto dell'opera. Il titolo lascia infatti presagire uno studio a tutto tondo sui rapporti tra Chiesa cattolica e Stato in Brasile – tra religione, politica e società – mentre l’analisi si concentra prevalentemente (quasi esclusivamente) sulla dimensione diplomatica e istituzionale e sulla documentazione prodotta dalla Santa Sede. Questa scelta metodologica è perfettamente legittima, ma dovrebbe risultare maggiormente esplicita a cominciare dal titolo. La prevalenza delle fonti della Santa Sede finisce infatti per privilegiare lo sguardo romano sulla società brasiliana. Pur consentendo una ricostruzione precisa della diplomazia pontificia, questa scelta rende meno visibili le dinamiche locali e l’azione di altri attori ecclesiali e sociali. Ne deriva la percezione di una storia prevalentemente “dall’alto”, nella quale rimangono poco visibili alcuni tra i soggetti che maggiormente sperimentarono gli effetti delle trasformazioni religiose e politiche del Brasile repubblicano. Rimangono così sullo sfondo delle questioni che ebbero un’importanza decisiva sia per la storia del Brasile sia per quella del cattolicesimo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. In particolare, il volume dedica uno spazio molto limitato agli effetti dell’abolizione della schiavitù sulle popolazioni afrodiscendenti e alle risposte elaborate dalla Chiesa di fronte alle profonde trasformazioni sociali che hanno preceduto e seguito il 1888. Analogamente, risultano non esplorati i rapporti con le popolazioni indigene, tema che avrebbe consentito di cogliere ulteriori dimensioni dell’azione ecclesiastica nel territorio brasiliano e delle tensioni tra evangelizzazione, costruzione dello Stato nazionale, politiche di integrazione più o meno forzata e tentativi di inculturazione missionaria. Sullo sfondo resta anche il tema del genere, se non forse per quel che riguarda la ricorrente opposizione di alti prelati e deputati cattolici al divorzio, e all’agency delle donne cattoliche brasiliane non è riservato spazio.
Queste osservazioni non riducono il valore complessivo del lavoro, che rappresenta un contributo solido e ben documentato alla storia delle relazioni tra la Santa Sede e il Brasile della Prima Repubblica e dell’“Era Vargas”. Il volume offre una storia coerente della diplomazia pontificia e delle sue interazioni con le istituzioni brasiliane nell’arco di quei sessant’anni. Letto in questa prospettiva, esso costituisce uno strumento prezioso per gli studiosi interessati alla politica ecclesiastica della Santa Sede, alle relazioni internazionali del cattolicesimo e alla storia politico-religiosa del Brasile a cavallo tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo.