IX, 2026/1

Lyndal Roper

Summer of Fire and Blood

Review by: Carlo Taviani

Authors: Lyndal Roper
Title: Summer of Fire and Blood. The German Peasants' War
Place: London
Publisher: Basic Books
Year: 2025
ISBN: 9781399818025
URL: link to the title

Reviewer Carlo Taviani - Università di Teramo

Citation
C. Taviani, review of Lyndal Roper, Summer of Fire and Blood. The German Peasants' War, London, Basic Books, 2025, in: ARO, IX, 2026, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/1/summer-of-fire-and-blood-carlo-taviani/

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Il volume di Lyndal Roper sulla guerra contadina del 1525 si presenta come una lunga narrazione, scorrevole e a tratti suggestiva, che nella suddivisione dei capitoli e dei temi pare riecheggiare non solo le stesse stagioni affrontate dai contadini nell’anno fatidico della ribellione (winter, spring, summer), ma, più nel lungo periodo, quelle che ne scandirono la vita nei secoli della prima età moderna. Il volume costruisce una serie continua di rimandi tra i temi della storia di lungo periodo dei contadini – l’ambiente, la vita di comunità, i meccanismi di organizzazione e comunicazione – e il breve e intenso momento della ribellione del 1525.

Nel primo capitolo, Stirrings, vengono identificati alcuni segnali del malcontento che precedettero la rivolta nei decenni precedenti (nel 1476, 1491, 1493, 1502 e 1513). Attraverso un crescendo, vengono menzionati i conflitti locali, non ancora coordinati, per le decime, per i diritti d’uso e le giurisdizioni nelle regioni sud-occidentali dell’Impero. Nel secondo capitolo (Land) viene descritto il ruolo della terra per i contadini: i pascoli, i boschi, le acque e i diritti collettivi, che via via vennero perduti o vennero considerati come tali. In queste pagine particolare attenzione viene dedicata al modo in cui i contadini venivano rappresentati nelle stampe dagli artisti. Il terzo capitolo (Freedom) approfondisce l’ampio campo semantico del concetto di libertà e ne analizza sia i legami con l’ambito religioso, che le modalità del richiamo al passato. L’autrice insiste molto sugli aspetti teologici e analizza a fondo il pensiero di Lutero, Karlstadt e Thomas Müntzer. I contadini percepivano la libertà come un procedimento per restaurare un ordine passato. Si consideravano liberi dagli obblighi che venivano giudicati come illegittimi, quali le decime e le corvée. Una parte del capitolo è dedicata alla relazione tra la religione e la politica: i contadini recepirono i contenuti delle sacre scritture e li tradussero molto spesso in rivendicazioni contro le servitù ingiuste. In modo analogo la ricezione dei testi religiosi influenzò la redazione dei famosi Dodici Articoli, il manifesto della guerra contadina. Non un testo inteso dai contadini come rivoluzionario, ma piuttosto come conforme al Vangelo.

Il capitolo intitolato “Inverno” (Winter) mostra come i contadini si organizzassero tra i mesi di passaggio tra il 1524 e il 1525, strutturando quelle che prima erano delle bande in leghe, come quelle dell’Alta Svevia e della Foresta Nera. Ciò significava anche individuare dei capi che potessero soprintendere alle azioni militari, quali l’occupazione dei castelli e dei monasteri, ma che fossero anche capaci di negoziare con i signori. Una parte del capitolo è dedicata alla redazione dei famosi Dodici Articoli da parte di Sebastian Lotzer che trasformarono quella che era una tradizione di gravami in un vero e proprio manifesto politico.

L’autrice analizza il linguaggio politico della signoria nel quinto capitolo, Lordship. Una parte del capitolo è dedicato al dispositivo del giuramento, solitamente utilizzato come sistema rituale per cementare i legami con il signore e riconfigurato durante la rivolta dai contadini per creare invece delle leghe autonome e un sistema di fratellanza coeso. Il sistema della signoria era così pervasivo che i contadini faticarono a immaginare nuovi linguaggi politici.

Per risolvere questo nodo, quello delle forme persistenti e tradizionali, da un lato, e delle trasformazioni, dall’altro, l’autrice dedica uno dei capitoli più interessanti del volume ai sogni (Dreams) come elemento dell’immaginario che produceva innovazioni politiche. Il capitolo è incentrato sui sogni, le utopie e i programmi politici. Vengono qui trattati tanto i sogni di chi si preoccupava per le continue violenze, quanto quelli dei loro artefici. Vengono descritti i sogni di una monaca cattolica di Bamberga, e il trattato sull’interpretazione dei sogni di Alexander Seitz. Centrale è però la descrizione e l’analisi dei sogni dell’entourage di Thomas Müntzer. Il sogno di un anziano membro della congregazione di Allstedt fa il paio con quello di Hans Puttyger e di Heinrich Preiffer. Sono sogni che attraverso visioni venate dalla violenza annunciano morte e distruzione. Müntzer stesso, a quanto pare, ricorse all’utilizzo della descrizione dei sogni, ma con l’intento di rafforzare la propria autorità militare. Insieme alle visioni e ai racconti di sogni veri e propri l’autrice menziona anche quelle visioni programmatiche che restarono un sogno, ma che erano dei veri programmi politici, quali quelli di Wendel Hipler (una sorta di sistema rappresentativo), Balthasar Hubmaier (una comunità elettiva armata), e Hans Hergot (la cancellazione dell’istituto della famiglia e l’assegnazione delle risorse su base comunitaria) e infine quello, forse il più radicale e importante, di Michael Gaismair, che immaginò la riorganizzazione su basi egualitarie del Tirolo. Nell’ambito della trattazione del caso sudtirolese, occorre notare come l’autrice dia ormai per scontato che la famosa Landesordnung di Gaismair, il suo “sogno” programmatico, fosse un documento originale e non un falso, come invece è stato proposto alcuni anni fa da Giorgio Politi.[1] Sembra che l’analisi di Roper sia in linea con la maggior parte dei lavori storiografici degli ultimi anni che non hanno accolto la proposta di Politi.

Una serie di tre capitoli (Early Spring, Movement e Late Spring) è dedicata alla primavera del 1525, alle sue mobilitazioni e alle sconfitte. Agli inizi della stagione i movimenti si estesero dalla Svevia verso la Franconia e la Turingia. La stampa aveva permesso un’ampia circolazione dei Dodici Articoli e i contadini li leggevano nelle assemblee e durante i giuramenti collettivi. È questa ancora una fase non completamente polarizzata: alle azioni violente si alternarono anche le negoziazioni con i signori. Ben presto però sfruttando le fiere, le taverne, le chiese, i mercati e le vie di comunicazione le leghe dei contadini si tennero in contatto e si organizzarono. Accanto alle informazioni circolavano anche i modelli organizzativi e un linguaggio politico nuovo. Alcune città fungevano da snodi logistici per i contadini, altre invece si chiusero. Come anche in aree lontane dall’epicentro della rivolta, quali il Trentino, si nota una variabilità dei casi cittadini e un rapporto instabile tra la città e la campagna. Nella configurazione del movimento contadino, così come si articola nella tarda primavera del 1525, si coglie secondo l’autrice il carattere policentrico e in movimento della ribellione. Le bande (Haufen) si strutturarono dal punto di vista militare, sebbene fossero molto varie nella loro composizione e per via della loro mobilità. La tarda primavera fu però anche il momento in cui i contadini andarono incontro alla terribile sconfitta della battaglia di Frankenhausen del 14 e 15 maggio 1525.

Il capitolo intitolato Brothers si occupa degli aspetti relazionali e del concetto di fratellanza nella guerra dei contadini. Mostra come tali legami fecero da sostrato di coesione alla rivolta e il modo in cui si formarono le leghe e i patti fra i contadini. Attraverso la pratica della ribellione un complesso e articolato linguaggio politico e rituale cementò i legami militari. Si trattò di un fenomeno eminentemente maschile e spesso violento. L’autrice prende anche in esame gli attacchi dei contadini a un altro tipo di fratellanza, del tutto diverso, quella religiosa dei conventi. In una sezione particolarmente interessante di questo capitolo vengono mostrati i risultati di un progetto di ricerca che ha ricostruito le violenze dei contadini nel 1525 contro i conventi.

Il penultimo capitolo, Summer, si occupa della fase finale della guerra dei contadini e della sua repressione. Alcune pagine sono dedicate a Thomas Müntzer, alla sua cattura, tortura ed esecuzione. L’autrice si chiede in queste pagine quanto della sua influenza fosse effettivamente reale e quanto mitizzata. Il capitolo passa poi in rassegna le sconfitte dei contadini da parte dei signori in varie aree dell’Impero. Nel capitolo Aftermath infine l’autrice ricostruisce dapprima il ruolo di Lutero durante e dopo la rivolta. Vengono poi fatte delle stime sui numeri delle vittime tra i contadini e descritte le modalità della repressione, quali le multe, le confessioni e le punizioni.

Summer of Fire and Blood è un libro che sembra avere programmaticamente e deliberatamente un impianto narrativo, nel senso che l’autrice pare abbia voluto scegliere un’impostazione descrittiva per non dover replicare quelle che le possono essere sembrate delle interpretazioni ideologiche tipiche dei decenni passati, quando il tema della guerra contadina del 1525 veniva inquadrato in un approccio marxista. La cura posta dall’autrice nella narrazione in alcuni casi può dare l’impressione che si sia di fronte a un impianto interpretativo. Così, per esempio, l’aver accumunato i sogni e le visioni religiose con i programmi politici contribuisce a fornire al lettore una prospettiva interessante, perché la religione e la politica agirono spesso secondo modalità inscindibili durante la guerra contadina: effettivamente alcune visioni divennero programmi politici. Oppure, il modo in cui è descritto il paesaggio e la cura dei contadini per le risorse naturali comunitarie durante la ribellione sembrano alludere a una innovativa prospettiva di storia dell’ambiente – peraltro esplicitamente analizzata in alcune recenti iniziative, come il convegno organizzato dall’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento nel 2025 – o al fatto che la ribellione del 1525 possa essere inquadrata come un fenomeno di reazione allo sfruttamento dell’ambiente da parte dei nobili e dei mercanti. Tuttavia, complessivamente, sembra che il volume finisca per prediligere la narrazione all’individuazione di una prospettiva storiografica forte.

L’elusività del volume nell’affrontare snodi storiografici e insieme la sua capacità narrativa emergono nelle righe che l’autrice dedica, in chiusura al volume, nell’ultimo capitolo (Aftermath), a due opere di Dürer, la cosiddetta Visione di un sogno (p. 360) e il Monumento al contadino (p. 361). Mentre non ci sono fonti che ci inducano a pensare che, sebbene avuto in corrispondenza della tragedia dei contadini, il sogno – un acquerello che mostra un paesaggio vuoto, costellato all’orizzonte da colonne d’acqua – abbia effettivamente a che fare con la guerra contadina del 1525, il monumento è molto più esplicito, sebbene di difficile interpretazione. Quest’ultimo rappresenta un contadino colpito da una spada che resta infissa nella sua schiena (un tradimento?) sulla sommità di una colonna composta da elementi della vita contadina e alla base contornata da buoi e ceste. L’opera di Dürer ha suscitato una serie di interpretazioni per il suo carattere oscillante: non è del tutto una colonna infame, tipica della prima età moderna, ma nemmeno un’opera celebrativa dell’azione dei contadini. L’attenzione che l’autrice dedica alla Visione di un sogno in apertura al paragrafo crea un effetto narrativo suggestivo. Tuttavia la mancanza di riflessione e la rapidità con cui le righe successive scivolano sull’unica opera di Dürer che affronta il tema della guerra contadina del 1525 rappresentano la cifra stilistica di tutto il volume e forse la voluta superficialità nell’affrontare il tema. Quasi che, dopo la caduta del muro di Berlino, e quella che l’autrice chiama «un’era post marxista» (p. 393), non si possa fare altro che sorvolare dall’alto questi eventi e tratteggiarne una descrizione solo con rapide e abbozzate pennellate, senza cogliere con acume storiografico nella ribellione del 1525 le sue indubbie novità politiche.

 

 

[1] Questa proposta interpretativa è stata avanzata da Giorgio Politi nel volume Gli statuti impossibili. La rivoluzione tirolese del 1525 e il “programma” di Michael Gaismair, Torino, Einaudi, 1995.