

Reviewer Lucia Tedesco - ISIG-FBK - Università di Torino
CitationÈ un fatto ormai noto e ampiamente accettato che l’ambiente sia diventato progressivamente un campo di battaglia negli anni Settanta del Novecento, lasciando la posizione marginale che da sempre aveva occupato nella storia. Sono i decenni centrali del XX secolo a sottolineare come «l’ambiente non fosse la stessa cosa per tutti i gruppi sociali ed etnici, che a diverse posizioni politiche corrispondevano altrettanto diverse politiche ambientali, che le differenze di genere e classe si riflettevano nel modo di relazionarsi alla natura» (pp. 11-12). Parte da qui Roberta Biasillo nel suo ultimo libro dedicato alla storia globale dell’ambiente, dal ricordarci due esempi di portata globale che testimoniano come la «dinamica virtuosa» – come l’ha definita – «tra accademia e società abbia contribuito all’origine della storia ambientale» (p. 12). Da un lato, la pubblicazione di Silent Spring di Rachel Carson nel 1962; dall’altro, quella di The Unquiet Woods: Ecological Change and Peasant Resistance in the Himalaya di Ramachandra Guha nel 1989.
Dunque, se è vero che la prima generazione di storiche e storici dell’ambiente abbiano storicizzato le questioni sollevate dai movimenti ambientalisti attivi su più scale, è vero anche che in questo mezzo secolo di studi, o «di tentativi» come li chiama Biasillo, sia cresciuta sempre di più la consapevolezza di riflettere maggiormente sulle criticità e sui problemi metodologici, così come sulla possibilità di innovare il dibattito storiografico e aprire nuove linee di ricerca. L’autrice individua, perciò, tre punti deboli con i quali la storiografia ambientale si è confrontata negli anni: prima di tutto, la difficoltà di superare i confini nazionali; poi, una forte produzione legata ai disastri causati dall’essere umano e, al contrario, uno scarso interesse verso le storie di «ribilanciamento del rapporto umani-natura» (p.15); infine, il rischio di far dipendere il divenire storico dalle dinamiche ecologiche e di aprire al determinismo ambientale. Pur essendo state, queste critiche, in parte superate (per esempio, facendo dialogare la storia ambientale con la storia politica, studiando i tentativi di resistenza ai processi di modernizzazione, riflettendo su come integrare i soggetti non umani, riconosciuti come agenti nella creazione del passato), Biasillo ricorda che soprattutto sul piano delle metodologie le storiche e gli storici continuano a sperimentare. Da qui, l’invito lanciato con il suo libro a ripensare la contemporaneità su scala globale attraverso l’ambiente.
Un’operazione storiografica, quella proposta, che – in assenza di una storiografia consolidata – incontra alcune sfide. Prima di tutto, la scelta della periodizzazione. L’inizio della storia ambientale dell’età contemporanea coincide generalmente con l’avvio del processo di colonizzazione europea delle Americhe, nei primi decenni del XVII secolo; al contrario, «[s]tabilire una data che chiuda questo periodo significa individuare un momento di cesura ancora in corso» (p. 17), scrive l’autrice. La scelta ricade sul 2015, anno dell’Accordo di Parigi, in quanto momento di svolta nelle trattative internazionali sul clima avviate dagli anni Novanta in poi. In questo lasso cronologico, però, il termine “globale” presenta due accezioni: prima della metà del XX secolo, con “globale” si fa riferimento alle connessioni tra diverse regioni attraverso persone, beni e conoscenze, mentre dopo la metà del XX secolo, con lo stesso si fa riferimento a fenomeni con effetti planetari o sovranazionali. Ultimo ma non meno importante, l’uso della categoria “ambiente”, che nel libro è contemporaneamente un focus tematico e una prospettiva analitica per interpretare macrofenomeni storici.
Il risultato è un manuale suddiviso in nuclei tematici, divisi a loro volta in due parti. La prima – che va dal primo al quinto capitolo – ricostruisce in ordine cronologico i principali processi della storia ambientale contemporanea, dalla colonizzazione europea delle Americhe nel periodo compreso tra il XVII secolo e la seconda metà del Novecento: vengono analizzati i sistemi ecologici coloniali (piantagioni, frontiere, migrazioni), l’estrattivismo ottocentesco dei fertilizzanti minerali, la nascita e la diffusione globale dei parchi nazionali come strumenti di tutela ma anche di potere coloniale e, infine, la svolta rappresentata dalla Guerra fredda, con la militarizzazione dell’ambiente e l’emergere di una dimensione planetaria legata a radioattività, cooperazione scientifica e gestione delle risorse comuni.
La seconda parte – che va dal sesto capitolo all’ottavo – è di carattere storiografico: ripercorre l’evoluzione della storia ambientale come disciplina, le sue teorie e metodologie, e si conclude con il dibattito sull’Antropocene, concetto centrale ma controverso, che ha rafforzato il ruolo epistemico della storia ambientale pur presentando rischi interpretativi (come, per esempio, la tendenza a ragionare in termini di specie umana e non di gruppi sociali distinti).
L’originalità del volume rispetto ad altri manuali – almeno quelli apparsi nel panorama italiano – sta principalmente nella proposta bibliografica aggiornata e integrata da prospettive decoloniali. Non solo; nel capitolo dedicato agli aspetti metodologici e analitici (che non a caso intitola La cassetta degli attrezzi), Biasillo riesce a presentare e tenere insieme i diversi quadri teorici che hanno influenzato la storia ambientale nel tempo e la costante negoziazione di quest’ultima con altri ambiti, discipline contigue e spazi interdisciplinari (si pensi, per esempio, alle Environmental Humanities). Così facendo, pur non aspirando all’esaustività, l’autrice mostra in modo completo i limiti e le difficoltà – a partire dalla definizione della disciplina – e, allo stesso tempo, il potenziale che ogni singola ricerca ha di smentire, aggiornare o proporre nuove teorie, fornendo una bussola a chiunque si avvicini per la prima volta alla storia ambientale o voglia tirare le somme di questi primi settant’anni di ricerche.