IX, 2026/1

Carlo Bazzani

Processo al “giacobinismo”

Review by: Walter Panciera

Authors: Carlo Bazzani
Title: Processo al “giacobinismo”. Paure, complotti e voci a Brescia nell’inverno di Venezia
Place: Trento
Publisher: FBK Press
Year: 2025
ISBN: 9788898989898
URL: link to the title

Reviewer Walter Panciera - Università di Padova - Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell'antichità

Citation
W. Panciera, review of Carlo Bazzani, Processo al “giacobinismo”. Paure, complotti e voci a Brescia nell’inverno di Venezia, Trento, FBK Press, 2025, in: ARO, IX, 2026, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/1/processo-al-giacobinismo-walter-panciera/

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Due sono le impressioni quasi immediate che sorgono dalla lettura di questo bel volume di 237 pagine, di cui 106 riservate alla puntuale e inappuntabile trascrizione della fonte principale utilizzata. La prima è che siamo di fronte a un perfetto esempio di microstoria, che però attiene non a una dimensione socio/economica o culturale, bensì al più squisito ambito della storia politico/istituzionale. La densità delle fonti, il modo con cui vengono analizzate e quasi notomizzate, la capacità di rimontarle in una narrazione coerente e di forte spessore interpretativo, ci riporta a questo ambito storiografico, forse però ancor più alla scuola storiografica ‟veneta”, sempre molto fedele alle fonti primarie, che da Roberto Cessi conduce fino ai compianti Marino Berengo, Gaetano Cozzi, Paolo Preto. La seconda sensazione, quasi ovvia, è che questo libro faccia da ragionato pendent al precedente corposo, originale e assai significativo lavoro dell’Autore dedicato all’esperimento della repubblica bresciana del 1797 e al successivo approdo alla Cisalpina (Dal municipio alla patria italiana. Lotte e culture politiche a Brescia, 1792-1802, Milano, Franco Angeli, 2024, 408 pp.). Rispetto a quest’ultimo, il Processo suona quasi come un prequel, dotato però di propria autonomia logico-interpretativa, nonché di un’ottima struttura narrativa.

Il volume si divide in due parti fondamentali. Ne La costruzione del mostro, Bazzani ci conduce attraverso modi, temi, tempi e personaggi che contribuirono a creare tra il 1792 e il 1793 la paura di un complotto ispirato agli eventi rivoluzionari e a costruire la figura del ‟giacobino” come nemico, più che dello stato marciano, della morale e dei valori tradizionali, in primis la rigida gerarchia cetuale e il rispetto per la religione cattolica. Suddivisa in undici agili paragrafi, questa parte dimostra come classicamente fosse l’autorità costituita ad alimentare fobie e sospetti, allo scopo di rispondere in qualche modo alla serpeggiante inquietudine e alle pur vaghe preoccupazioni sorte in seguito alle vicende francesi. 

La seconda parte, I processi, è dedicata a ricostruire con precisione le tre procedure d’inquisizione che dal novembre 1793 al maggio 1794 riguardarono un totale di 36 indagati, alcuni inquisiti più volte per un totale di 41 sentenze, di cui vengono ricostruite per quanto possibile le intere biografie: «il più grande processo inquisitoriale del germe “giacobino”» (p. 43). Diciamo subito che l’esito pratico di tutto il processo, basato sostanzialmente su voci infondate, su delazioni imprecise e su mere impressioni, non fu affatto sanguinario, né tanto meno utile alla causa della Serenissima. Anzi, possiamo senza dubbio concordare con l’autore che siamo di fronte a un classico caso di eterogenesi dei fini: «Quella stessa inquisizione, tuttavia, aveva avuto un effetto indesiderato. Il dissenso verso la Dominante, che serpeggiava tra i protagonisti di questa vicenda si radicalizzò e fece capire loro la necessità di spingersi oltre le semplici discussioni […]» (p. 95).

Ben ventotto assoluzioni, solo quattro reclusioni di qualche durata (al massimo 8 mesi), tre reclusioni brevissime, il resto ammonizioni davanti ai Rettori di Brescia o, nel peggiore dei casi, davanti ai temuti Inquisitori di Stato a Venezia furono gli esiti che, grazie anche alla mitezza consigliata senza dubbio dall’impalpabilità delle prove, contribuirono non a stroncare, bensì ad acuire sentimenti di rivalsa verso la Signoria Serenissima e verso il ceto dirigente cittadino accusato di essere prono ai voleri di quest’ultima. Com’è ovvio aspettarsi, una breve ma chiara introduzione e soprattutto una conclusione dedicata al confronto storiografico, completano il testo assieme a tutti gli indici desiderabili.

E proseguiamo proprio dalla fine, cioè da come questo lavoro intende rapportarsi con una tradizione storiografica che in qualche modo voleva quasi definitivamente chiusa la questione, a partire dal classico libro di Marino Berengo (La società veneta alla fine del Settecento, 1956). Rispetto al giudizio di quest’ultimo, basato solo sull’esame impressionistico della sola fonte processuale e ripetuto pappagallescamente fino a tempi molto recenti,  Bazzani rileva l’inconsistenza della tesi secondo la quale si trattò della manifestazione di una precoce adesione al ‟giacobinismo”, cioè alle correnti radicali e repubblicane sorte dalla Grande rivoluzione. L’Autore dimostra, invece, senza ombra di dubbio, come i protagonisti dei processi del 1793/94  fossero ben lontani da definire se stessi come ‟giacobini”, caso mai il contrario, come poi quasi tutti fossero inorriditi dalla caduta della monarchia dei Borbone, infine come le accuse nei loro confronti non fossero basate che su dicerie, alimentate dal clima di incertezza e di paura, che gli Inquisitori di Stato e i Rettori in un certo senso cavalcarono.

L’esame completo e accurato delle fonti indica piuttosto una frattura generazionale di un gruppo di giovani nei quali «ribolliva un profondo desiderio di indipendenza, sia dai padri e dalla famiglia, complici di voler instillare una educazione severa e antiquata, sia dalla Dominante, considerata incapace di provvedere ai bisogni della comunità» (p. 104). Se di eversivo c’era dunque qualcosa era l’avversione per un ordine sociale antiquato, dispotico e paternalistico, per una forma di governo retriva e arrogante, ancorata al dominio medievale di una città-stato che di questo stesso ordine si era fatta sempre garante. L’influenza delle vicende di Francia in questa fase fu allora quella di scuotere le coscienze, di far capire attraverso le notizie che giungevano d’oltralpe e quelle veicolate dalle ‟pericolose” gazzette, in particolare il letterario e moderato «Mercure de France», che il cambiamento era possibile, che gli angusti orizzonti politici della Serenissima potevano essere superati. E gli eventi successivi, ovvero la proclamazione della repubblica bresciana del 1797, dopo l’arrivo dell’Armée d’Italie, confermeranno la forte impronta municipalista, elitaria e scarsamente democratica del gruppo di uomini che solo dal 1795, in stretta relazione con la Francia del Direttorio, operarono per una cospirazione di sicuro anti-veneziana e non certo ‟giacobina” (si veda il precedente citato volume dell’Autore). Il cambiamento avvenne davvero soprattutto nel ceto dirigente con un successivo approdo di alcuni verso un ideale italiano che, come sappiamo bene, neppure la Restaurazione poté cancellare (qualcuno dei ‟giacobini” bresciani in questione si trovò addirittura ben riciclato nel successivo apparato della monarchia asburgica!) . 

Possiamo ora ritornare all’inizio e cioè comprendere l’evidente intento polemico contenuto nella Introduzione al volume: «Questo lavoro si pone dunque come riflessione critica su una certa produzione storiografica che, anche negli ultimi anni, ha mostrato una crescente inclinazione a seguire modelli teorici alla moda o metodologie astratte, spesso a scapito di un confronto ravvicinato con il contesto e con le fonti primarie» (p 14). Sottoscrivo in pieno e rincaro la dose dopo aver letto il libro, dicendo io apertamente che qualche acritica ripresa dell’interpretazione, in questo caso fornita da Marino Berengo ormai settanta anni orsono, denota un’evidente caduta dell’etica legata al mestiere dello storico. Berengo propese, in modo peraltro un po’ contraddittorio e in buona fede, per una estremizzazione delle posizioni degli inquisiti bresciani per motivi senza dubbio ideologici, legati a quel momento particolare, e per una lettura parziale delle fonti primarie (ma ricordiamoci però che il suo fondamentale contributo riguardava tutto lo stato marciano). In tempi più recenti, sia che si tratti di illustri accademici locali, sia di giovani professori di storia di belle speranze che vantano curricula da teorici della politica, la scarsa attenzione verso l’archivio e la superficialità del senso critico segnalano un vero rischio di débacle per il nostro mestiere. Se quello che conta è solo il ‟prodotto”, non la sua qualità, né la legittimità di un’interpretazione fondata sulla lettura attenta delle fonti, il destino segnato è la perdita di significato del nostro mestiere, che si smarrisce nel seguire argomenti alla moda o nel ripetere e chiosare teorie. A questo ci richiama l’ottimo lavoro di Carlo Bazzani, assieme a tanti altri che per fortuna ancora riusciamo a ‟produrre”.