IX, 2026/1

Stefania Montemezzo

Networks in the Early History of Capitalism

Review by: Cristina Setti

Authors: Stefania Montemezzo
Title: Networks in the Early History of Capitalism. Merchant Practices in Renaissance Venice
Place: London
Publisher: Taylor & Francis (Routledge)
Year: 2025
ISBN: 9781032628134
URL: link to the title

Reviewer Cristina Setti - Università degli Studi Roma Tre

Citation
C. Setti, review of Stefania Montemezzo, Networks in the Early History of Capitalism. Merchant Practices in Renaissance Venice, London, Taylor & Francis (Routledge), 2025, in: ARO, IX, 2026, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/1/networks-in-the-early-history-of-capitalism-cristina-setti/

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Il libro di Stefania Montemezzo ambisce a collocare lo studio del commercio marittimo veneziano del basso medioevo nel quadro della storia del capitalismo o piuttosto, come precisato dalla stessa autrice, delle «pratiche capitalistiche» (p. 7), qui riferite ai mercanti veneziani del secondo Quattrocento. Il tema riparte, aggiornandoli, dai risultati di poderosi lavori divenuti ormai quasi dei classici della storia economica veneziana del Rinascimento (si pensi ai contributi di Friedrich Lane, Ugo Tucci, Jean-Claude Hocquet, Alessio Sopracasa, Claire Judde de Larivière sulla navigazione e l’economia marittima veneziana); a differenza di questi, però, l’autrice adotta un approccio di tipo sociologico e microanalitico, fondato sullo studio dettagliato di pochi ma emblematici casi, al fine di dimostrare la resilienza e la flessibilità dell’impresa commerciale veneziana e delle sue strategie di business. Nello stesso tempo, tale approccio si fonda su una geografia che si vuole regionale ma che si rivela transnazionale, se non globale, essendo le piazze qui trattate (Alessandria d’Egitto, Damasco e Beirut) gli snodi fondamentali dell’interscambio euro-asiatico di seta, spezie e altri prodotti indo-cinesi con tessuti grezzi e materie prime provenienti dal Nord-Europa. L’acquisto e la riesportazione di queste merci nel Medio-Oriente mammelucco è appunto contrattata dai mercanti veneziani stessi sulla piazza di Rialto o nel Fondaco dei Tedeschi oppure, in loro vece, da commessi e intermediari presenti sulle piazze finanziarie di Londra e Bruges (pp. 76-101).

La detta impostazione metodologica è resa possibile dalla qualità, più che dalla quantità, delle fonti considerate. Montemezzo si serve della fitta trama di dati economici, finanziari, sociali e familiari provenienti dal copialettere del patrizio Marco Bembo (caso assai raro di corrispondenza commerciale, se escludiamo le ricche collezioni toscane), nonché di ciò che resta delle corrispondenze commerciali di un altro paio di patrizi-mercanti, Alvise Michiel e Giovanni Foscari. Di quest’ultimo, nipote del doge Francesco Foscari, l’autrice ha già avuto occasione di pubblicare i due libri di conto sopravvissuti, qui ora analizzati parallelamente al libro mastro di Michiel. All’occorrenza tale documentazione è integrata da fonti istituzionali, come gli atti del Senato e le sentenze di Auditori Novi e Giudici di Petizion, magistrature fondamentali per studiare le vertenze, oltre che le deliberazioni politiche, pertinenti al commercio marittimo dell’epoca.

I tre soggetti prescelti costituiscono ciascuno l’idealtipo del mercante veneziano del Rinascimento, vale a dire che non rappresentano casi eccezionali; pertanto, le loro memorie e rendicontazioni appaiono all’autrice basi affidabili per delineare le caratteristiche della struttura societaria più affermata nella Venezia quattrocentesca: la ‟fraterna”, qui alternativamente comparata al modello euro-asiatico della ‟commenda” (pp. 38-40) e a quello della ‟Casa” toscana (p. 157). Questi tipi di società commerciale costituivano tre approcci diversi al commercio interculturale: mentre la fraterna si fondava sull’unità familiare patrizia (di cui rifletteva le gerarchie interne), delegando in modo controllato le operazioni di scambio ad agenti scelti accuratamente tra gli intermediari più noti, esperti e affidabili, gli altri due casi prevedevano accordi societari e di partenariato con compagnie con cui non si condivideva necessariamente una contiguità parentale, nazionale o linguistica e religiosa.

L’autrice si serve dei conti delle fraterne Foscari e Michiel per portare avanti, nei primi tre capitoli del libro, una disamina dettagliata delle rispettive strategie di business, ora giustapponendole ora comparandole; nei capitoli quarto e quinto, invece, ella si serve dei metodi della sociologia economica e della social network analysis per descrivere le strategie di protezione e valorizzazione del «capitale commerciale» nel quadro di una sorta di ‟protostoria” del capitalismo europeo. Emergono qui i rapporti tra le strategie ricostruite e le modalità di costituzione, monitoraggio, e utilizzo dei fitti networks di agenti ed intermediari su cui si appoggiavano i tre resident merchants nelle piazze fiamminga, inglese, nordafricane, egiziane e siriache.

Il fine appare a supportare la tesi centrale del libro, ossia: nonostante la volatilità dei prezzi, l’instabilità monetaria, ed un contesto politico internazionale che, a partire dalla prima guerra veneto-ottomana del 1463-1479, vede Venezia impegnata militarmente su più fronti, i mercanti-patrizi continuano a preferire di gran lunga organizzarsi in fraterne per affrontare le sfide del commercio marittimo internazionale, piuttosto che aderire a partenariati a cui delegare il controllo di rilevanti fette di mercato; società come le commende, infatti, agivano ben oltre i confini della giurisdizione e della rete consolare veneziana, esponendo ad un rischio più elevato il capitale investito, vale a dire le merci acquistate in partenza.

L’autrice mostra come le tutele garantite dalla famiglia e dalle alleanze parentali nella selezione degli agenti, così come dalla presenza a Venezia di solide istituzioni marittime, monetarie, finanziarie e giudiziarie (governate da membri di quelle stesse famiglie) rendessero di fatto inutile il ricorso a compagnie di ventura a largo raggio, permettendo al contempo libertà economiche come l’investimento individuale in joint-venture temporanee separate dalla contabilità familiare, il noleggio di vascelli privati (cocche) e l’esplorazione di mercati alternativi (pp. 19-32). D’altra parte, il sistema della navigazione pubblica, noleggiato per le merci più lussuose e pregiate (oro, argento, gioielli, sete e spezie orientali), compensava le potenziali perdite degli investimenti privati verso i mercati nord-europei (Londra e Bruges, raggiunti sia per terra che per mare), monopolizzati dagli agenti autoctoni e dunque penetrabili solo tramite intermediari accuratamente selezionati oppure con l’ottenimento di privilegi per la ‟nazione” veneziana ivi insediata (pp. 58-64).

In tali frangenti l’intervento delle istituzioni pubbliche nell’economia di mercato appare tutt’altro che concorrenziale o alternativo alle attività delle imprese commerciali private (come invece postulato in altri contesti da studiosi come Avner Greif e Sheilagh Ogilvie, con cui l’autrice si confronta in maniera critica soprattutto alle pp. 50-53). Anzi, lungi dal contrapporsi, lo Stato e i mercanti-patrizi si supportano a vicenda: l’uno favorendo la vendita delle merci importate dall’Oriente con incentivi economici (detassazioni, politica dei prezzi), proteggendo accordi e privilegi doganali con le diplomazie ed i servizi consolari (attivi soprattutto nei mercati islamici, a supporto di contrattazioni fondate sul baratto di merci all’ingrosso) e perseguendo in giudizio i responsabili di truffe e frodi; gli altri, noleggiando le galere pubbliche e contribuendone all’armamento. I mercanti, del resto, supportavano il fabbisogno della città di Venezia di beni sia di lusso che di beni prima necessità.

I libri di conto delle fraterne Michiel e Contarini consentono altresì di provare come l’organizzazione interna della fraterna e la diversificazione delle sue strategie di business garantisse una mitigazione del rischio sia rispetto alla necessità di protezione del capitale investito sia rispetto alla sua (ri)valorizzazione in circuiti commerciali alternativi: in ciò assume particolare rilievo lo studio accurato dei prezzi delle merci scambiate e delle loro curve (pp. 96-101), nonché delle tecniche contabili predilette dalle fraterne per monitorare la gestione del capitale (in primis la partita doppia ‟in stile veneziano”, su cui opportunamente ci si sofferma alle pp. 32-37, evidenziandone il legame diretto con il commercio a lunga distanza). Il capitolo 3 in questo senso si dimostra particolarmente riuscito: in esso, ad esempio, l’analisi dei conti di Alvise Michiel mostra come in assenza degli acquisti di seta e spezie bloccati dal conflitto veneto-turco degli anni 1470, il mercante residente avesse importato nei porti nordafricani merci lavorate sulla base delle esigenze dei clienti, come i panni-lana feltrini rifiniti a Venezia, in cambio di olio, tappeti, polveri mediche e allume: prodotti mediterranei la cui domanda europea era destinata ad accrescersi per via della loro minor disponibilità, non trovando totale soddisfazione con le scorte immagazzinate in precedenza. Questa strategia, che aveva richiesto l’investimento nella filiera artigianale veneziana, si era rivelata vincente, almeno rispetto all’obbiettivo di preservare il volume degli scambi della fraterna Michiel anche a prezzo di minori guadagni, in attesa di tempi migliori.

La necessità di rendere ciclico l’investimento nella mercatura è motivata nel capitolo 4, dove l’accumulazione rapida del capitale commerciale avvenuta nelle città-stato italiane del Rinascimento viene identificata come la prima fase storica del capitalismo moderno. A detta dell’autrice, un commercio come quello veneziano, praticato in regime di semi-monopolio e supportato dal combinato di supporto istituzionale e scelte economiche strategiche, avrebbe avuto un «potere trasformativo» paragonabile a quello della globalizzazione e dell’industria moderne. Benché assai precedente a questi fenomeni, esso avrebbe stimolato lo sviluppo di «pratiche capitalistiche» come l’uso di strumenti finanziari «virtuali», quali appunto i depositi bancari e le ‟lettere di cambio” (pp. 112-142). Mentre i primi venivano usati per pagare i creditori direttamente su piazza, assicurando il versamento presso una banca o una sua filiale in loco, le seconde erano usate sia come mezzo di pagamento differito (perché si riferivano alla moneta di conto, preservando il valore nominale delle valute contro il rischio di caduta dell’intrinseco) sia per finanziare nuove industrie e catene di valore durante i periodi di stagnazione del movimento marittimo e commerciale (tipicamente: le guerre e le epidemie). Le lettere di cambio, evitando di ricorrere alla compravendita per baratto, avevano dunque l’effetto di generare nuova liquidità in un mercato dai prezzi instabili. Il capitale commerciale, così, veniva rimesso in circolo anche in carenza di moneta metallica, rimanendo preservato da svalutazioni e deprezzamenti eccessivi. Un altro modo per valorizzarlo era quello di investire in beni di prima necessità (vino, grano, formaggio), garanti di una «vendibilità assoluta» e dell’accesso alle catene di approvvigionamento derivate (legno per le botti, metalli per i cerchi etc., cfr. pp. 119-126).

Le lettere commerciali di Bembo divengono altresì la fonte regina del capitolo 5, dedicato alla ricostruzione e all’analisi mirata dei networks di agenti (commission agents ovvero commessi, fattori) e intermediari (brokers, all’epoca detti sensali) che fecero la fortuna delle fraterne veneziane, permettendone la resilienza e la flessibilità nel tempo. Gli agenti venivano accuratamente selezionati dalla fraterna sulla base della loro formazione e reputazione professionale: possibilmente erano dei parenti o degli affini le cui connessioni nei mercati locali permettevano l’accesso a informazioni strategiche su prezzi, valori monetari correnti, tassi di interesse etc., così come sulle vicende politiche locali e internazionali che potevano condizionare la continuità degli scambi. Sebbene gli agenti fossero teoricamente motivati dalla natura del loro compenso (una commissione fissa su ciascuna transazione), il loro monitoraggio da parte del principale doveva essere costante, per evitare fraintendimenti o conflitti di interessi. Per assicurare loro il recapito delle lettere commerciali era inoltre necessaria la costruzione di un network of safe passages attraverso il coinvolgimento di altri agenti ‟di buona fama” o intermediari di provata moralità (come gli ecclesiastici) o affidabilità (i capitani di nave), cui erano affidati pacchi di lettere da distribuire porto per porto. L’autrice infine saggia il rapporto tra l’agente ed il suo principale analizzando il lessico e le attitudini psicologiche del secondo, caratterizzate da toni paternalistici e dalla ricorrenza di concetti come la fiducia/confidenza (trust) e l’onore/reputazione (honour).

In generale il libro di Stefania Montemezzo appare ben riuscito e di sicuro impatto scientifico: ordinato nell’argomentazione, chiarissimo nell’esposizione, riesce senz’altro a inserire l’oggetto specifico della ricerca nei dibattiti degli ultimi decenni concernenti il ruolo delle organizzazioni formali e informali nello sviluppo dell’economia preindustriale. In questo senso la scelta di rendere il testo in inglese si rivela quantomai strategica poiché ne favorisce la circolazione anche al di fuori dei circuiti accademici italiani e del ristretto (seppur affascinante) campo della storia economica di Venezia. Le tematiche affrontate sono accompagnate da grafici e tabelle dosate con misura, che registrano in poche e semplici istantanee quello che è invero un lungo e paziente lavoro di confronto con fonti ostiche come i libri di commercio del quindicesimo secolo. Proprio per questo dispiace la scelta di mantenere il bianco e nero anche su grafi, tabelle e diagrammi, ove l’assenza di colori rende difficile l’osservazione. Anche la bibliografia avrebbe potuto essere raggruppata unitariamente alla fine del libro, anziché essere ripetuta alla fine di ogni capitolo, con inevitabili ridondanze e frequenti ripetizioni di titoli. Cionondimeno, chi scrive si congratula per la finalizzazione di un lavoro che sintetizza con efficacia un’esperienza di ricerca di molti anni, svolta a livello sia nazionale che internazionale.