IX, 2026/1

Sandra Cavallo, John Henderson (eds.)

Medical Theory and Practice in Early Modern Italy

Review by: Stefano Tomassetti

Editors: Sandra Cavallo, John Henderson
Title: Medical Theory and Practice in Early Modern Italy
Place: Turnhout
Publisher: Brepols Publishers
Year: 2025
ISBN: 9781915487650
URL: link to the title

Reviewer Stefano Tomassetti - Università del Molise

Citation
S. Tomassetti, review of Sandra Cavallo, John Henderson (eds.), Medical Theory and Practice in Early Modern Italy, Turnhout, Brepols Publishers, 2025, in: ARO, IX, 2026, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/1/medical-theory-and-practice-in-early-modern-italy-stefano-tomassetti/

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Il volume raccoglie dieci saggi uniti dal benemerito sforzo di esplorare il rapporto tra teorie e pratiche mediche nell’Italia moderna, mettendo a frutto una crescente consapevolezza storiografica sull’intima interrelazione tra i due domini. Il nodo è cruciale per un’epoca in cui il confronto problematico con le auctoritates antiche dovette fare i conti con il crescente peso epistemologico dell’empirismo e dello sperimentalismo. Ne emerge un quadro variegato, capace di problematizzare assiomi storiografici tradizionali e aprire nuove piste di indagine, offrendo letture originali di fonti, soggetti, oggetti e spazi già noti ma introducendone anche di nuovi.

La prima sezione si interroga sulle chiavi di lettura dei corpi e delle malattie. Michael Stolberg propone una revisione del «mito» storiografico per cui le malattie, secondo la medicina di matrice galenica di Cinque-Seicento, fossero causate dallo squilibrio umorale. Leggendo una dozzina di pubblicazioni di medici di formazione universitaria – con un focus specifico sulla melancolia – ne emerge un modello diverso, che insisteva sulla localizzazione delle patologie. Spesso causate da un’inefficace digestione del cibo, che determinava accumuli di materie morbose estranee, la loro cura mirava a espellere tale materia, che ostruiva o putrefaceva gli organi, o determinava tumori o vapori nocivi.
Alessandra Quaranta esamina minuziosamente l’operato di medici italiani – ma anche di curatrici – a servizio degli Asburgo nel secondo Cinquecento. Se ne evince un confronto problematico tra auctoritates antiche, osservazione empirica e pratiche terapeutiche tradizionali e nuove, nutrite dalla necessità di salvaguardare sia la reputazione al cospetto della comunità medica che il ruolo a corte. I due obiettivi comportavano strategie variabili, in cui caso per caso era necessario giustificare le divergenze tra teorie e prassi o allargarne la forbice per rispondere alle aspettative di guarigione dei propri patroni e pazienti.

La seconda sezione esplora alcune forme concrete di trattamento medico. Focalizzandosi sulla Roma del Seicento, Sandra Cavallo mette in discussione l’idea di un’eclissi delle pratiche preventive e purgative come effetto della crescente disponibilità di rimedi farmacologici a partire dal Cinquecento. La tesi è sostenuta indagando le pratiche di cura rintracciate nelle lettere della famiglia Spada e lo studio incrociato di due fortunati trattati di medicina pratica pubblicati a circa settant’anni di distanza (1570, 1644). Ne emerge – oltre che una crescente premura per terapie non invasive – la complementarità tra rimedi farmacologici e strategie fondate sulla “vecchia” concezione fisiologica umorale.
Lucia Dacome studia l’interazione tra disciplina e cura nel trattamento dei galeotti a Livorno. L’obbligo di remare affollate e insalubri galere conviveva con l’impiego di un’équipe di curatori che, oltre a vagliarne la robustezza, ne garantiva il controllo disciplinare e ne tutelava, con parziale successo, quel tanto di salute necessaria per rendere più efficiente la guerra di corsa. Il “bagno” dove gli schiavi erano alloggiati in terraferma fu anche uno spazio di prevenzione e cura, al netto di abusi e ricorrenti malattie: era perciò dotato di un ospedale, che fu pure luogo di osservazione medica, in vita e post mortem, e sperimentazione di nuovi trattamenti terapeutici.

La terza sezione è focalizzata sui rimedi farmaceutici. Elisa Andretta studia quelli minerali tramite l’opera del medico papale Michele Mercati (1541-1593). Combinando collezionismo, studio della natura ed esperienza di cura, l’archiatra enfatizzava il valore terapeutico di pietre preziose, terre e metalli. Questo sforzo si inquadrava in più ampi propositi scientifici, politici e religiosi, concretizzati nell’allestimento della Metallotheca vaticana, un museo descritto nell’omonimo libro: promuovere una materia trascurata dagli antichi e sottrarla al monopolio epistemologico dei tedeschi protestanti, affermando il ruolo pontificio nella promozione di un sapere di alto valore curativo e caritativo.
Sharon Strocchia ricostruisce i nodi commerciali ed epistemologici sottostanti all’introduzione in Europa della materia medica del Nuovo Mondo. Svela la storia del balsamo indiano, ritenuto un succedaneo della teriaca: coltivato a Hispaniola da fine Quattrocento, fu agevolmente introdotto in Spagna tramite accorte strategie commerciali. Fu più arduo far breccia presso le autorità politiche e mediche fiorentine: dopo vari e inefficaci test sensoriali e sperimentazioni su cavie umane e animali, fu introdotto nel Ricettario ufficiale (1567) con una riluttanza non del tutto vinta dalla sua crescente fortuna presso artigiani e professionisti della salute.
Rimanendo a Firenze, Gaston J. Basile si concentra sulle acque medicinali e cosmetiche. Ne evidenzia anzitutto l’integrazione nei manuali per speziali e nella farmacopea ufficiale, dove furono accolte nel Cinquecento. La progressiva apertura teorica e normativa al loro impiego era però surclassata dal massiccio uso concreto delle acque, riscontrato nella letteratura dei segreti e in ricettari di corte e ospedalieri: acque distillate o decotte, preposte ad usi curativi, preventivi e cosmetici, erano sperimentate, prodotte, vendute e impiegate su larga scala, coinvolgendo alchimisti, distillatori, profumieri, prostitute, ciarlatani e membri della corte.
Sabrina Minuzzi evidenzia lo scarto tra norme e prassi nelle dinamiche di legittimazione, produzione e vendita di medicinali nella Venezia seicentesca. Nonostante la lunga assenza, l’inefficacia e il mancato uso della farmacopea ufficiale galenica, cui gli speziali preferivano quelle “private”, la Repubblica autorizzava con misure ad hoc la commercializzazione di rimedi chimici innovativi. Inoltre, ampia era la forbice tra prezzi ufficiali e reali: clienti di varia estrazione sociale, talora anche senza prescrizione medica, ottenevano farmaci a prezzi vantaggiosi, anche in spezierie religiose teoricamente precluse alla vendita esterna.

L’ultima sezione indaga la produzione di saperi nello spazio ospedaliero e nel dominio della salute pubblica. Maria Pia Donato ricostruisce una controversia chirurgica settecentesca sul trattamento delle ferite che ebbe risonanza pubblica: i novatores – attivi soprattutto al S. Maria Nuova di Firenze – ritenevano sufficiente bendarle e medicarle raramente, superando l’idea galenica per cui la generazione di pus fosse un segno di guarigione. Il metodo fu giustificato con argomenti che insistevano sulla razionalità, l’esperienza e l’evidenza dei dati: statistiche e storie cliniche validavano un approccio che, oltre ad allinearsi alle nuove acquisizioni della fisiologia, convergeva con l’economicità e l’efficienza richieste dagli amministratori ospedalieri.
Lavinia Maddaluno rileva le sfumature epistemologiche e politiche di una controversia sulla coltivazione di riso nella Lombardia cinque-seicentesca. Cruciali nell’economia locale, le acque stagnanti delle risaie erano ritenute foriere di malattie e spopolamento. La discussione sulla loro distanza minima dalle città determinò un conflitto tra poteri civili e vescovili per la tutela e il controllo del territorio e dei sudditi contadini. Per armonizzare economia e salute, le autorità si appellarono complementarmente al sapere dei medici, in virtù dell’expertise sul nesso salute-ambiente, e degli ingegneri, essenziale per mappare e misurare il territorio.

Il volume si candida a divenire un’opera di riferimento essenziale per chi si occupa di storia della medicina in Italia e in Europa. Dimostra compiutamente che lo studio del mutuo rapporto tra dimensione teorica e pratica offre una comprensione problematica e sfaccettata della medicina di età moderna. Si tratta di un’operazione che richiede strumenti d'indagine flessibili, fonti eterogenee e apertura a un dialogo con la storia sociale, culturale, economica e politica che, pur consolidato da tempo, dimostra di non aver ancora esaurito la sua vivacità. Le scelte terapeutiche, la circolazione dei rimedi, le dinamiche di produzione di saperi, la gestione della salute di individui e comunità non sono separabili da logiche politiche, interessi economici e commerciali e dinamiche sociali. Offrendo quest’ottica, la lettura del volume è quindi stimolante per chiunque si interroghi sui nessi tra sapere, potere e società nell'età moderna.