

Reviewer Luigi Giorgi - Istituto Luigi Sturzo
CitationVerrebbe da dire, a mo’ di provocazione, leggendo questo libro, che è un testo che sarebbe poco utile, in una situazione normale, dove con questo termine intendo un contesto in cui la storia è patrimonio comune. Faccio riferimento ad una storia che sfugge ad ogni uso politico (ma sarà mai così?), che viene fatta con metodo, secondo quegli arnesi del mestiere di storico indicati da grandi maestri come Bloch, Marrou o Carr solo per citarne alcuni. Una storia che opera attraverso un uso critico delle fonti, la proposizione e lo studio della complessità come categoria sua propria.
Uno stato di cose in sostanza nel quale la storia non è piegata alla propaganda ma in cui alcune acquisizioni dimostrate con i suddetti arnesi del mestiere (come fa con perizia d’altra parte l’autore del saggio in questione) sono patrimonio di un sano confronto. Ma soprattutto sono acclarate e condivise senza troppi distinguo e sottilizzazioni sempre salvaguardando nella pluralità e nella libertà del pensiero di ciascuno il valore della ricerca. Che può limare, approfondire, puntualizzare ma che difficilmente può mettere in discussione, soprattutto in modo sostanziale, dati acquisiti e provati fino quasi ad affermare il contrario.
E faccio riferimento sostanzialmente al dato, incontrovertibile, che il fascismo sia stato un regime dittatoriale con mire totalitarie sulla società italiana. Un regime che ha costruito il suo consenso anche con l’uso sistematico della violenza, la soppressione degli avversari politici e sociali, con la guerra prima interna e poi all’esterno. Conflitti che sono stati di aggressione, per nulla edulcorati da una presunta bonarietà italica contrapposta alla ferocia tedesca: «Le truppe italiane fecero anche largo uso delle distruzioni materiali, tanto da essere definite dagli iugoslavi come palikuci (bruciacase), allo scopo di sottrarre risorse al movimento partigiano. Tale aspetto, quello della sottrazione del cibo come risorsa, fu particolarmente evidente in Grecia, dove la distruzione e una vera e propria strategia della terra bruciata divennero parte integrante dell’azione italiana di controguerriglia nella tarda fase dell’occupazione» (p. 118).
Per di più conflitti condotti dentro uno schema fortemente ideologico con base anche razziale: «Le origini ideologiche della politica estera fascista vanno rintracciate nelle concezioni di potenza del più radicale nazionalismo italiano combinate col mito della vittoria mutilata, come la definì Gabriele D’Annunzio […] Di conseguenza, la politica estera del regime fascista implicava la ricerca di un ruolo di grande potenza e una revisione della posizione internazionale del Paese in chiave rivendicativa» (p. 6).
Guerre scatenate, inoltre, da un capo impreparato per la guida. Digiuno di ogni infarinatura tattica o strategica che ha guidato per motivi di potere personale e per cause ideologiche (come la fallimentare impresa sovietica: 114.520 tra morti dispersi e feriti su 229.888 uomini disponibili) una generazione di giovani al massacro: «Mussolini fu un pessimo condottiero militare e questo esercitò un ruolo pregnante nella gravità della sconfitta e nella conseguente caduta del regime fascista» (p. 33).
Una impreparazione generale delle forze armate colmate dalla fiducia cieca nei confronti delle presunte capacità mussoliniane di guidare il Paese negli eventi bellici: «Tutto il complesso istituzionale dello stato fascista ruotava intorno al mito del dittatore, capo del partito e del governo, e infatti, pur essendo consapevoli dell’impreparazione del Paese, i vertici politici e militari nel 1940 appoggiarono la scelta di entrare in guerra anche perché avevano “fiducia nel genio di Mussolini”, esprimendo quindi una relazione di fideismo nei confronti del dittatore e della sue capacità politiche e militari» (pp. 33-34).
Il testo fa giustizia di questi aspetti soprattutto grazie agli studi dell’autore, esperto di storia militare che molto più di tanti altri approcci (che integra e definisce) favorisce la comprensione di ciò che è accaduto. Bisogna rilevare però come il libro viri ad un certo punto nella descrizione del fronte interno, perdendo un po' quella densità e continuità di argomento che autorevolmente lo caratterizza. Sembra in qualche modo “sfilacciarsi”, almeno in parte, rispetto al tema principale. Allo stesso modo recupera respiro in seguito nel descrivere la caduta di Mussolini e la fine del regime: «Ad anticipare l’azione del sovrano furono però i vertici del fascismo, mossi dalla critica all’accentramento di potere che si era consumato attorno alla figura del dittatore e che a loro giudizio ormai paralizzava il Paese» (p. 177).
Il testo raggiunge il suo scopo, anche in virtù di una presa scorrevole che non toglie nulla alla scientificità e alla complessità del tema. Con la scelta del titolo, infatti, smonta il ricordo di uno dei passaggi più dolorosi e difficili dell’Italia durante la Seconda guerra mondiale come è stata la battaglia di El-Alamein: «Il cippo del memoriale del 7° bersaglieri affisso sul campo di El-Alamein recita “mancò la fortuna, non il valore” e una targa commemorativa nel sacrario della battaglia riporta una frase attribuita a Rommel secondo cui “il soldato italiano ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”. Mentre la seconda è apocrifa, la prima è semplicemente errata: la sconfitta di El-Alamein ha poco a che fare con la fortuna, dato che fu il prodotto di una serie di decisioni miopi di due dittatori e dei loro comandi, accompagnata dalla superiorità operazionale e tattica del nemico che si impegnò per distruggere le unità italo-tedesche» (p. 101).
E quindi si inoltra con autorevolezza nel difficile campo (soprattutto da qualche anno a questa parte) della ricostruzione e proposizione motivata e documentata di una memoria bellica nazionale molto spesso edulcorata, vittimistica e autogiustificatoria.