

Reviewer Mirco Carrattieri
CitationIl volume di Antonella Salomoni si situa all’incrocio di due filoni di ricerca. Da un lato il suo lavoro pluridecennale sulle forme di costruzione della memoria pubblica e di uso della storia nel contesto russo. Dall’altra il tema, riemerso dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, dell’abbattimento delle statue e in generale di quella che è stata definita “cancel culture”. Esso ha trovato una peculiare declinazione nell’area ex sovietica, in corrispondenza dell’invasione russa dell’Ucraina e poi del centenario della morte di Lenin. L’esperienza e la competenza di Salomoni consentono alla trattazione di superare il livello del mero dibattito politico e della polemica d’occasione per offrirci una ricerca documentata (con un'ampia letteratura internazionale) che spiega il particolare rapporto che la Russia degli ultimi 150 anni ha avuto con il tema dell’immagine politica e con l’iconoclastia. Emblematica è la vicenda del Mausoleo di Lenin sulla piazza Rossa di Mosca, con cui il libro si apre: più volte se ne è chiesta, anche da prospettive diverse, la dismissione, salvo non farne nulla, a testimonianza dell’ambiguo atteggiamento di Putin verso Lenin e in generale verso il bolscevismo, critica ideologica, ma anche uso strumentale in chiave identitaria. Proprio nel confronto tra i due Vladimir Salomoni, qui come in altre occasioni, mostra le sue raffinate capacità di analisi, rifuggendo le letture unilaterali e spiegando invece l’obliquità e anche le risonanze che segnano il rapporto del leader russo attuale con il suo illustre predecessore.
Il primo capitolo è dedicato alle azioni di distruzione dei monumenti operate dai bolscevichi subito dopo la presa del potere e sugli esordi della loro strategia di “propaganda monumentale”. Salomoni mostra l’ambizione di Lenin e dei suoi di demolire il passato anche simbolicamente, per sostituirlo con una nuova tipologia di monumento, inizialmente concepito come temporaneo e di per sé contromonumentale. Si ripercorre la vicenda di alcune statue simbolo, mostrando le incertezze del percorso e le differenze tra Mosca e il resto del paese. Significativa, per il pubblico italiano, la storia della statua equestre di Alessandro III, opera dello scultore Paolo Trubeckoj (1866-1938), nato e morto sul Lago Maggiore, ma figlio di un diplomatico russo e docente a Mosca dal 1897 al 1906. Inaugurata a San Pietroburgo nel 1909, viene variamente giudicata per il suo aspetto poco monumentale; poi in regime bolscevico è più volte celata e addirittura ingabbiata; finchè nel 1937 viene smantellata e collocata al Museo Russo, dove peraltro è ripetutamente spostata; infine riprodotta nel 2021.
Nel secondo capitolo l’attenzione si concentra sulle “leniniana” cioè forme e prodotti del culto di Lenin, rilevandone fin da subito la natura polimorfa e le non poche contraddizioni. Viene ricostruita nel dettaglio la malattia che, dopo il primo ictus nel 1922, lo porta alla morte il 21 gennaio 1924. Il giorno dopo viene preso il calco del volto da Merkurov e svolta l’autopsia da parte del patologo Abrikosov; poi viene fatto l’annuncio ufficiale, singolarmente dettagliato sui particolari della malattia, del decesso e dello stato del cadavere. Il 23 gennaio il corpo è portato da Gorki a Mosca e esposto nel pomeriggio nella Sala delle Colonne della Casa dei Sindacati. Migliaia di persone lo visitano, per cui interrotto il flusso alla fine del 26 gennaio e programmati i funerali per il giorno dopo, si decide di esporre la bara scoperta in un mausoleo collocato nella piazza Rossa. In realtà già da mesi i vertici del partito si erano opposti all’idea dell’imbalsamazione, già avanzata da Stalin; e la moglie e i principali collaboratori avevano esplicitamente deplorato la trasformazione del corpo di Lenin in una reliquia cosi come l’erezione di monumenti in suo onore. Ma in poco tempo si decide altrimenti. Il provvedimento temporaneo di imbalsamazione viene prorogato a 40 giorni e poi si studiano nuove procedure per renderlo permanente. L’obiettivo architettonico è complesso, dovendo inserirsi senza traumi nella piazza Rossa, ma dandole una nuova connotazione. L’incaricato è Scusev, che propone subito la forma del cubo, simbolo di perfezione dell’idea. In sei anni vengono realizzati tre mausolei. Il primo sorge in meno di tre giorni. Lo schizzo è pronto già la mattina del 24, il 25 viene annunciato, il 26 sono conclusi i lavori di predisposizione, in tempo per il funerale. È un cubo di legno con una gradinata e una sobria scritta “Lenin”. Nelle settimane successive si decide per le pratiche di imbalsamazione permanente che vengono svolte tra marzo e luglio. A quel punto sorge il secondo mausoleo, sempre in legno e sempre su disegno di Scusev. Stavolta però la forma è quella del tronco di piramide, le dimensioni sono maggiori, vengono aggiunti il portico e le tribune. In ottobre si decide per l’erezione di una struttura stabile e in gennaio si lancia un concorso ad hoc che si chiude nell’aprile 1926. Partecipano oltre 100 concorrenti, architetti famosi ma anche dilettanti, lavoratori, studenti. Ne vengono considerati adatti 25, ma alla fine si torna all’idea di Scusev, che realizza un nuovo modello in granito. La costruzione in pietra viene realizzata dal luglio 1929 all’ottobre 1930. Il nuovo mausoleo è più alto di tre metri e ha un volume interno 12 volte maggiore. Contestualmente emerge il progetto per il Palazzo dei Soviet, a cui è dedicato il successivo capitolo del volume. L’idea di base è quella di “edificio principale” lanciata da Kirov già nel dicembre 1922, che doveva mostrare al mondo la potenza e il progresso del nuovo regime. In realtà la costruzione non verrà mai portata a termine. Il luogo prescelto è quello occupato in precedenza dalla Chiesa di Cristo Salvatore, consacrata nel 1883 e allora l’edificio più alto e largo di Mosca. Essa viene abbattuta nel 1931. La forma del nuovo Palazzo viene scelta con varie tornate concorsuali: la prima preliminare in febbraio, che seleziona 15 proposte; la seconda in luglio che ne raccoglie quasi 300; una terza nel marzo 1932 con 12 concorrenti preselezionati; infine una quarta dall’agosto 1932 al febbraio 1933 con 22 progetti in gara. Salomoni mostra come nel corso dell’iter si perda la spinta sperimentale del costruttivismo e si approdi a forme più classiche. Prevale Iofan, che viene designato come capoarchitetto, affiancato da Scuko e Gelfrejch, che completano il progetto nel febbraio 1934. Esso prevede un piedistallo di 320 m formato da tre cilindri su una base quadrata, con in cima una statua di Lenin di 100 m, una sorta di faro della società socialista, visibile da oltre 50 km di distanza. La statua si prevede più del doppio di quella della Libertà; mentre l’edificio dovrebbe superare l’Empire State Building. Davanti ad esso sono collocate una scalinata monumentale rivolta verso il Cremlino e una piazza di 100.000 metri quadri. Dentro una sala grande da 20.000 posti, con una volta alta 100 m, e una piccola di 6.000, combinando maestosità e razionalità, “democratismo sovietico e umanesimo socialista”. Nel 1938 vengono ultimate le fondamenta, e si progetta il completamento dell’edificio per il 1942. Intanto la statua viene commissionata a Nasonov e Majstruck. Sono inoltre previste oltre 700 sculture e 11.000 metri quadrati di bassorilievi. Progressivamente l’accento passa dalla statua di Lenin al palazzo di Stalin, con riferimenti al suo giuramento, alla sua Costituzione, alla sua guerra. E il Palazzo, ancora virtuale, già compare in guide, dipinti, e anche, tramite effetti speciali, in pellicole dell’epoca. Ma la guerra blocca la realizzazione del progetto, che riparte solo nel 1947. Nel 1949 viene rivisto dallo stesso Iofan, abbassandolo ma armonizzandolo. Nel 1957-1958 viene bandito un nuovo concorso, che ridimensiona il programma e sposta l’edificio, mentre nella sede prevista in precedenza viene inaugurata una piscina. Il progetto viene definitivamente abbandonato all’inizio degli anni Sessanta, rilevandone l’impraticabilità tecnica, ma anche il non senso concettuale: artificioso, una scultura più che unʼarchitettura, comunque avulso dal contesto. Ma ovviamente pesa anche la svolta politica del 1956, che si traduce anche in una eliminazione delle statue di Stalin.
Salomoni mostra invece la diversa sorte di quelle di Lenin, complessivamente più di 10.000 in Urss. Nel 2005 il giornalista Kudinov ne censisce, fotografa e cataloga quasi 15.000, di cui metà in Russia, ma oltre 5.000 anche in Ucraina. Nel 2021 ne rimangono la metà: sono sparite nei Baltici; di molto calate in Ucraina e in Kazakistan; ancora molte in Bielorussia e Asia; ridotte di sole 100 unità in Russia, dove sono ancora oltre 6.000. Il volume ricostruisce cronologie, modalità ed esiti degli abbattimenti. Fin dal dicembre 1989, per lo più a furor di popolo, vengono abbattute le statue in Polonia (come quella di Nowa Huta del 1974, già oggetto di un attentato nel 1979), in Romania (quella di Bucarest, eretta nel 1960, rimossa nel marzo 1990 e sostituita nel 2016 da un monumento alla lotta anticomunista), in Bulgaria (quella di Sofia, risalente al 1971, smontata nel gennaio 1991), in Gemania orientale (dove la statua di Berlino, inaugurata nel 1970, viene smantellata nel novembre 1991, spezzettata e sepolta). Diverse e emblematiche anche le sorti di queste statue: la prima è trasferita in un forte e poi venduta a un imprenditore svedese; la seconda sfollata in un parco in periferia; la terza depositata nel museo di arte socialista aperto nel 2011; l’ultima lasciata sepolta, salvo la testa, recuperata nel 2016 e esposta in una mostra permanente. Fenomeni simili, seppur qualche mese più tardi, riguardano anche i Baltici. Piu complessa appare invece la situazione in Ucraina. Qui i monumenti erano molti e diffusi. Dopo l’indipendenza sono considerati un segno di “schiavitù spirituale”, quindi se ne avvia lo smantellamento, che avviene però in tempi diversi e secondo un gradiente geografico ovest-est. Nel 1990-1991, in corrispondenza con la desovietizzazione dei programmi scolastici, vengono tolti i monumenti nei luoghi di lavoro e studio, smobilitate le “stanze di Lenin”, avviata la revisione odonomastica. Le statue di Lenin vengono rimosse nella parte occidentale del paese (quella annessa nel 1939), soprattutto per iniziativa delle autorità locali e contro il parere della Duma. A Kiev viene abbattuto il Memoriale alla grande rivoluzione socialista d’ottobre, inaugurato nel 1977. Unʼaltra quota di statue viene eliminata nei primi anni Duemila, nella fase della presidenza Juscenko, quando l’eredità sovietica viene radicalmente rigettata e sostituita dal rilancio di simboli nazionali. Un punto di svolta è segnato nel 2006-2007 dal dibattito sul Holodomor, nel corso del quale si arriva nel 2009 a sottrarre i monumenti sovietici dalla tutela di Stato. È anche danneggiato il monumento di Kiev, eretto nel 1946 da Merkurov e già più volte vandalizzato. Ma Lenin rimane una presenza nella maggior parte del paese, dove le sue statue e le vie a lui dedicate sono ancora moltissime. L’ultima e decisiva ondata di iconoclastia anticomunista è quella avviata nel 2013 dal partito Svoboda e culminata a fine anno nel corso della rivolta di Euromaidan, contro il tentativo di Janukovic di bloccare il processo di avvicinamento all’Europa. Nel corso delle proteste, poi definite “rivoluzione della dignità”, che coinvolgono oltre un milione di persone, l’8 dicembre viene abbattutto il Lenin di Kiev . Il granito rosso viene fatto a pezzi e distribuito come gadget; sul plinto vuoto vengono poste la bandiera ucraina e quella europea. Di lì comincia il fenomeno “leninopad”, cioè l’abbattimento sistematico delle statue rimaste come campagna collettiva di riconfigurazione identitaria. La dinamica si carica di nuovi significati con lo scoppio della guerra in Donbass nell’aprile 2014. Ne scaturisce una vera e propria battaglia attorno al Lenin di Charkiv, che viene danneggiato ma non abbattuto. Nel 2020 è stato poi sostituito con una fontana. A fine anno risultano 500 i monumenti eliminati (a cui si aggiungono quelli ad altri protagonisti della storia sovietica, all’Armata Rossa liberatrice, ai simboli comunisti), ma ancora ne rimangono oltre 1.500. A questo punto il governo si assume il compito di ufficializzare la campagna e finire il lavoro. Porosenko emana in maggio quattro decreti di decomunistizzazione, che riconoscono le organizzazioni nazionaliste, sostituiscono la definizione di “grande guerra patriottica” con quella di “Seconda guerra mondiale”, aprono gli archivi degli organi di sicurezza sovietici. Soprattutto, con il quarto provvedimento, si associa alla condanna del nazismo quella del comunismo e dei suoi simboli. Da cui una campagna, ora ufficiale, che porta alla sostituzione di oltre 50.000 toponimi e all’abbattimento di oltre 2.500 monumenti. Con l’invasione russa del febbraio 2023 si è aperta unʼulteriore fase, in cui la decomunistizzazione diventa in pratica derussificazione, perchè oltre ai vertici del partito vengono colpiti anche i militari, i simboli di unità con la Russia, i segni commemorativi dell’Armata Rossa. Poi anche i protagonisti della storia presovietica, come Caterina II o Suvorov; e infine gli scrittori in lingua russa, come Puskin. Dal giugno 2022 l’organismo preposto, emanazione del Ministero della Cultura e dell’Istituto per la memoria nazionale ha quindi fatto ricorso a un nuovo termine, parlando di “decolonizzazione” e intimando l’eliminazione dallo spazio pubblico di tutti i segni della “propaganda imperiale russa”. Ora gli enti locali hanno a disposizione una norma che permette loro di legittimare le azioni già intraprese su piccola scala per “superare i miti coloniali” e “creare una nuova identità”.
Salomoni offre dunque unʼanalisi articolata degli attori, dei modi e delle conseguenze delle rimozioni, evidenziando anche i sottintesi, le resistenze, gli equivoci. E anche le dispute diplomatiche, come quelle causate dalla rimozione del “soldato di bronzo” in Estonia o del monumento a Kobnev a Praga. Il volume si conclude citando Wodiczko che suggerisce la rielaborazione artistica come alternativa più efficace alla rimozione; e auspicando quindi un passaggio dalla iconoclastia alla creatività contromonumentale.