IX, 2026/1

Andrew Vidali

Giustizia e violenza delle élites in una repubblica aristocratica

Review by: Andrea Toffolon

Authors: Andrew Vidali
Title: Giustizia e violenza delle élites in una repubblica aristocratica. Politica del diritto, tribunali e patriziato nel Cinquecento veneziano
Place: Trezzano sul Naviglio (MI)
Publisher: Unicopli
Year: 2024
ISBN: 9788840022727
URL: link to the title

Reviewer Andrea Toffolon - Ca' Foscari, Venezia

Citation
A. Toffolon, review of Andrew Vidali, Giustizia e violenza delle élites in una repubblica aristocratica. Politica del diritto, tribunali e patriziato nel Cinquecento veneziano, Trezzano sul Naviglio (MI), Unicopli, 2024, in: ARO, IX, 2026, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/1/giustizia-e-violenza-delle-elites-in-una-repubblica-aristocratica-andrea-toffolon/

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Il volume di Andrew Vidali mira a smentire una delle componenti del mito di Venezia, ossia la sostanziale pacificità del patriziato lagunare, e lo fa attraverso l’analisi della ritualità processuale di casi concernenti nobili veneziani tra i primi anni e gli anni Ottanta del Cinquecento. Il suo studio è centrato sull’analisi della conflittualità nobiliare veneziana e sulle relazioni che essa ebbe con il sistema dell’amministrazione della giustizia veneziana, in via di cambiamento nel corso del secolo.

I primi due capitoli servono da introduzione alle tematiche sviluppate nel corso del volume. Il primo capitolo fornisce il contesto storico e storiografico di riferimento, richiamando studi chiave di Gaetano Cozzi e, in particolare, di Claudio Povolo. Il secondo capitolo offre una disamina dei tribunali e delle magistrature che ricorrono nell’analisi dei casi, sottolineando il problema della sovrapposizione delle giurisdizioni tra le varie magistrature, che portò anche a tensioni tra istituzioni giudiziarie. Sulla base della disamina della Prattica criminale di Lorenzo Priori – un testo tardocinquecentesco che raccoglie la prassi processuale veneziana – Vidali introduce una tematica meritevole di ulteriori approfondimenti, ossia la vicinanza sostanziale, nella pratica, tra il sistema giuridico veneziano, caratterizzato dal forte accento consuetudinario, e la giustizia pubblica basata sullo ius commune, che si fondava sul diritto romano.

Alla negoziazione dell’assoluzione è dedicato il terzo capitolo. Le suppliche inviate ai tribunali, sottolinea lo studioso, facevano parte del momento extragiudiziale, ma ne rappresentavano un’informale prosecuzione: oltre a spingere il tribunale a riprendere in mano l’incartamento, esse comunicavano le modalità con cui il conflitto si era risolto. Le paci – atti notarili che sancivano la fine del conflitto e in cui spesso la famiglia dell’offeso dichiarava la rinuncia alle ostilità o all’opposizione alla richiesta di grazia dell’offensore – costituivano un momento fondamentale nella negoziazione della sanzione. Esse avevano ripercussioni non solo in ambito sociale, in quanto rappresentavano la risoluzione consuetudinaria delle inimicizie, ma anche giudiziario.

Il quarto capitolo si concentra sull’onore, «un complesso e intricato sistema di pratiche e valori» (p. 101) attivo nell’Europa moderna e tuttora in alcune società contemporanee. Vidali sviscera questa tematica, in riferimento alle costruzioni di genere e alle idee di moralità e famiglia, mostrando attraverso l’analisi di casi giudiziari l’attività dell’Avogaria di comun e della Quarantia criminale nella conservazione dell’onore e nella battaglia contro la violenza intrafamiliare, ritenuta pericolosa per la coesione sociale.

Il quinto capitolo affronta l’intervento di una delle più alte magistrature veneziane, il Consiglio dei Dieci, nella gestione processuale delle inimicizie tra patrizi. Se all’inizio del Cinquecento i Dieci intervenivano poco in tali questioni, essendo sopravanzati da Avogadori di comun, Signori di notte e Cinque anziani alla pace, dal secondo decennio il Consiglio aumentò il proprio intervento, reprimendo lo scoppio di risse e tafferugli in luoghi sacri, arginando la violenza simbolica contro l’onore delle famiglie patrizie, e assumendo la giurisdizione su ingiurie, offese e violenze verso patrizi con ruolo pubblico. Interessante l’analisi del lessico impiegato nei documenti per comprendere se i gruppi familiari patrizi coinvolti nei conflitti si caratterizzassero come fazioni: una delle caratteristiche delle fazioni è rappresentata dalla presenza di legami verticali che travalicano le differenze di ceto, declinata con il lessico dell’aderenza. Per quanto i patrizi potessero contare su relazioni che andavano oltre le barriere di ceto, tale riferimento agli aderenti manca nei documenti veneziani: Vidali conclude opportunamente chiedendosi «se l’omissione rappresenti un artificio retorico […] per dare sostanza alle dichiarazioni di assoluta unità del patriziato veneziano che costituivano parte integrante del mito di Venezia che si stava via via sviluppando. Oppure il non voler riconoscere la presenza di aderenti all’interno delle vendette e delle inimicizie tra famiglie nobili era il frutto di una diversità più profonda, che concerneva le modalità stesse di partecipazione al conflitto? Per il momento, questa rimane una domanda aperta» (p. 143).

Riprendendo la tesi di Gaetano Cozzi sul declino dell’Avogaria di comun nel panorama giudiziario veneziano cinquecentesco, nel sesto capitolo Vidali mette a confronto l’azione dei Signori di notte e dell’Avogaria di comun adottando un’analisi quantitativa dei casi di omicidio tra patrizi. I risultati mostrano un picco dell’intervento dei Signori di notte negli anni Trenta e Cinquanta del Cinquecento, mentre l’apice dell’azione giudiziaria si colloca negli anni Dieci, dopo Agnadello, e a metà anni Trenta. Chiaro è il graduale declino di queste due magistrature nella gestione giudiziaria della violenza tra famiglie patrizie dagli anni Trenta e Quaranta del Cinquecento a favore del Consiglio dei Dieci, che si inserì in modo monopolistico nella gestione della conflittualità nobiliare lagunare. Il motivo di questo cambiamento – conclude lo storico – è probabilmente politico: forse fu la persistenza dei riti giudiziari, con salvacondotti per dimostrare l’assenza di premeditazione, fideiussioni ‟de non offendendo” e appello a fatti giustificativi, a spingere il Consiglio dei Dieci a sovrapporsi agli Avogadori e alla Quarantia.

Il settimo capitolo affronta l’impatto della pace nelle procedure criminali del Consiglio dei Dieci. Se la pace risultava centrale nella prima metà del Cinquecento, nella seconda metà del secolo iniziò a essere messa in discussione: nella negoziazione penale attraverso le richieste di grazia, emerge infatti la lenta svalutazione della pace ai fini dell’assoluzione. Tale interpretazione dell’atto della pace da parte dei Dieci modificò il significato socioculturale di vendette e inimicizie e fece emergere la volontà punitiva delle sentenze dei Dieci. A metà Cinquecento si acutizzò inoltre la percezione dell’allarme sociale per la conflittualità tra famiglie e gruppi patrizi. Venezia cercò così di porre un freno al duello, forma ritualizzata di confronto armato, prima ancora che le tensioni tra le parti scoppiassero e si scatenassero eccessi e violenze, proibendo anche i cartelli di sfida, pena un pesante bando con minaccia di confisca di beni in caso di ulteriori ostilità, che aveva lo scopo di spingere a riconciliarsi. Le controversie dei patrizi erano sempre più incanalate nella giustizia istituzionale, caratterizzata da una presenza sempre più invasiva del Consiglio dei Dieci, con un ruolo non tanto di mediatori, ma imponendo dall’alto la pacificazione.

L’ottavo capitolo analizza nel dettaglio alcuni casi processuali, per evidenziare la delegittimazione della pace e quindi delle modalità consuetudinarie del conflitto e del ristabilimento degli equilibri tra le famiglie. Emerge la preminenza dei Dieci come indiscussi regolatori del conflitto nobiliare in laguna, intimanti paci con caratteristiche culturali diverse, avvertite dalle famiglie come intrusioni. Contestualmente, il maggior peso alle pratiche di riconciliazione, in cui i Procuratori di San Marco spiccano come mediatori, si configura come una risposta sociale alla politica di delegittimazione giuridico-culturale del valore della pace da parte del Consiglio dei Dieci.

Il volume di Andrew Vidali, basato sull’analisi rigorosa di un notevole numero di casi derivanti da scavo d’archivio, si presenta come un testo di riferimento per chi si interessi non soltanto di storia di Venezia, ma in generale di storia della giustizia e della violenza in età moderna. Alcune tra le molte tematiche sviluppate nel libro sarebbero meritevoli di ulteriore approfondimento, come le contiguità tra la gestione della violenza nobiliare a Venezia e nella Terraferma – un confronto auspicato dallo stesso Vidali nelle conclusioni –, il lessico delle inimicizie e le emozioni emergenti da conflitti, scontri e violenze – una tematica, quella legata a emozioni e sensi, a cui la storiografia sta recentemente prestando attenzione[1].

 

[1] Cfr. Alessandro Arcangeli, Tiziana Plebani (eds.), Sensibilità moderne. Storie di affetti, passioni e sensi (secoli XV-XVIII), Roma, Carocci, 2023, recensito in questo stesso numero di ARO da Lisa Roscioni.