

Reviewer Anna Grillini - Università di Torino
CitationIl numero monografico della rivista «Genesis», dedicato alla storia della deistituzionalizzazione da una prospettiva di genere, è stato pubblicato, non a caso, nell’anno che celebra il centenario dalla nascita di Franco Basaglia. Il volume esamina il ruolo delle professioniste della salute mentale (psichiatre, psicologhe, assistenti sociali, infermiere) e volontarie nella deistituzionalizzazione in Italia, Québec e Francia. Il contributo di queste figure femminili all’evoluzione del proprio ruolo professionale e alla costruzione dei servizi territoriali di salute mentale rimane poco indagato dalla storiografia, in favore di studi sull’opera basagliana, sulla deistituzionalizzazione o sulle voci dei pazienti. I cinque saggi approcciano, nel complesso, un arco cronologico ampio che rientra nella recente concezione di «deistituzionalizzazione di lunga durata» proposta, tra gli altri, da Smith, Long, Krisotaki nel volume collettaneo Deinstitutionalisation and After: Post-War Psychiatry in the Western World [1] che espande la cronologia fino a metà del diciannovesimo secolo.
Come dichiarato anche dalle curatrici nell’introduzione, uno degli obiettivi del volume è comprendere la portata, le modalità e le conseguenze delle interazioni tra deistituzionalizzazione e femminismo e questo si realizza nei tre saggi in lingua italiana, di cui due sono incentrati sul territorio piemontese. I due saggi rimanenti riguardano lo spazio francofono e sono i contributi che espandono il concetto temporale di deistituzionalizzazione, in entrambi il focus è sulle trasformazioni della professione infermieristica femminile tra le mura manicomiali. Marie-Claude Thifault e Alexandre Klein riconsiderano dichiaratamente la storiografia tradizionale che pone l’inizio del movimento di deistituzionalizzazione in Québec nel 1962, con la pubblicazione del rapporto della Commission d’étude sur les hôpitaux psychiatriques du Québec. Gli autori evidenziano come, ben prima della psichiatria moderna, sono le suore (religiose e laiche) che già a partire dall’inizio del XX secolo profondono sforzi per far fronte al sempre maggiore sovraffollamento con metodi di cura e custodia alternativi. Attraverso le storie significative di due donne, Soeur Augustine e Charlotte Tassé, si presentano tentativi come l’istituzione di una scuola per fanciulli anormali e la creazione di corsi specialistici che contribuiscono attivamente a favorire l’evoluzione della professione infermieristica e a evidenziare la possibilità di una gestione psichiatrica alternativa. I percorsi attivati dalle donne, tuttavia, sono successivamente giudicati non all’altezza di un’assistenza psichiatrica moderna e non meritevoli di essere portati avanti.
Il contributo di Mathis Lorenzo è dedicato al caso studio dell’Association de Santé Mentale Paris XII, centro principale per lo sviluppo dei servizi territoriali, quindi alternativi al manicomio, tra il 1963 e il 1985. Attraverso lo studio dell’archivio del centro di formazione infermieristico dell’istituto psichiatrico, l’autore vuole analizzare come la femminilizzazione della professione abbia gradualmente condotto a una rivalutazione della stessa, spostando il centro dell’azione dalla sorveglianza e dal semplice accudimento dei pazienti alla ricerca di un ruolo terapeutico a tutti gli effetti. Lorenzo conclude, tuttavia, che nel contesto psichiatrico la professione infermieristica rimase decisamente subordinata all’autorità medica che era ancora un’autorità prevalentemente maschile e di stampo patriarcale.
I contributi sul mondo francofono sottolineano la presenza di iniziative importanti che rappresentano un primo passo verso la formulazione di un’alternativa all’internamento, in questo contesto l’ottica di genere assume un’importanza primaria visto che le fautrici di questi percorsi furono donne, ma evidenzia anche come i tempi non fossero ancora sufficientemente maturi per una reale considerazione del contributo femminile. I saggi sul contesto italiano si collocano, invece, nella più tradizionale cronologia sulla deistituzionalizzazione e analizzano come l’apporto femminista fu determinante ma ancora in maniera non scontata, in continuo confronto col retaggio patriarcale che era ancora ben presente, anche tra le fila del movimento basagliano.
Manoela Patti affronta la prospettiva di genere nel contesto della deistituzionalizzazione a Napoli e Palermo, negli anni ’70 emerge con forza la questione dell’assenza di voci femminili nel movimento di psichiatria radicale: «se il manicomio è un’istituzione patriarcale, pure il movimento rischia di perpetuare meccanismi patriarcali» (p. 130). A Napoli la prospettiva femminista si afferma, riuscendo a opporsi a una gestione ancora perlopiù maschilista che non vuole la territorializzazione della sezione femminile e realizzando una deistituzionalizzazione specifica per le donne, per il loro particolare vissuto manicomiale. Il contesto palermitano non si caratterizza per un così proficuo scambio tra il movimento per la deistituzionalizzazione e il femminismo, la chiusura del manicomio richiese tempo e il superamento di numerosi ostacoli.
I contributi di Adorni e Tabor e Milazzo sono dedicati a Torino e Cuneo. Il capoluogo piemontese contava cinque istituti psichiatrici e oltre 4300 ricoverati nel 1968, qui i gruppi femministi si caratterizzavano per una ricerca di mediazione politica con le istituzioni e per il focus sulla sperimentazione di pratiche alternative per la deistituzionalizzazione. La peculiarità più rilevante dell’esperienza torinese fu senza dubbio la collaborazione pluriennale col terzo settore, nell’ottica di una dimissione basata su tre cardini essenziali: casa, lavoro, approccio terapeutico. Contrariamente a quello che succedeva nel capoluogo, a Cuneo il contributo delle donne alla deistituzionalizzazione non passò attraverso il movimento femminista e, secondo Milazzo, non ci fu una vera e propria presa di consapevolezza di genere. Piuttosto, si sviluppò una critica generale alla psichiatria e al modello di cura del malato. Il saggio ricostruisce il lavoro delle volontarie dell’Associazione per la lotta contro le malattie mentali, delle assistenti sociali, docenti, specialiste di arte terapia, infermiere e psichiatre nel contesto di una provincia segnata dall’esperienza partigiana ma anche pesantemente influenzata dalla religione cattolica.
Concludendo, il volume monografico è un interessante contributo, uno stimolo importante allo sviluppo di una storiografia della deistituzionalizzazione in ottica di genere. Nonostante la limitatezza degli spazi geografici e cronologici (i saggi italiani sono incentrati sul tradizionale periodo della deistituzionalizzazione), è evidente la volontà di autori e curatrici di inserire i casi studio nell’ampissimo contesto del movimento femminista anche attraverso corposi apparati bibliografici e approfondimenti che aiutano il lettore a dipanarsi nelle complesse trasformazioni culturali descritte.
[1] Despo Krisotaki, Matthew Smith, Vicky Long (eds.), Deinstitutionalisation and After: Post-War Psychiatry in the Western World, New York, Palgrave-Macmillan, 2016.