

Reviewer Alessandro Paris - FBK-ISIG
CitationIl volume di Alessandra Celati, Donne che creano disordine. Storia di Caterina e altre eretiche nel Cinquecento, edito da Einaudi Storia nel 2025, apre squarci inediti sui percorsi biografici di donne di bassa estrazione sociale che incontrarono la Riforma e subirono denunce e processi inquisitoriali a Venezia tra XVI e XVII secolo. Quale fu il loro coinvolgimento e con quali specificità si inserirono nella galassia del dissenso religioso italiano della prima età moderna, e – di converso – come il mutamento imposto dalla conversione impattò sulla loro condizione sociale e sui loro rapporti con l'altro sesso, costituiscono alcune delle domande primigenie della ricerca.
Nella maggior parte dei fondi archivistici dei tribunali inquisitoriali italiani, le donne hanno prevalentemente lasciato traccia di sé come accusatrici o testimoni. Sono protagoniste dei processi inquisitoriali in rarissimi casi: basti pensare che, nel pur ricco archivio veneziano dei Savi all'eresia scandagliato tra gli altri da Celati, le donne di ogni ceto sociale sono al centro dei processi soltanto per il 5% dei casi. Per la studiosa, tale marginalizzazione è in larga parte un prodotto «dell'approccio inquisitoriale alla repressione, di uomini cioè che consideravano la donne costitutivamente incapaci di essere eretiche», in quanto prive della tentazione di un "peccato intellettuale", «per sua natura alieno alle menti femminili» (pp. X-XI). Quandanche costoro fossero state al centro delle indagini, in molti casi le accuse a loro carico decadevano, «poiché da una parte le accusate sfruttavano le ambiguità della propria dottrina per mostrarsi inconsapevoli e incolpevoli, e dall'altra i giudici applicavano codici interpretativi e operativi in cui la clemenza discendeva dal pregiudizio» (p. XIII). Infatti, le donne nel Rinascimento continuavano ad essere per la controparte maschile la fonte per eccellenza del disordine: ingannevoli, volubili, instabili, per natura e socialmente inferiori, non potevano in alcun modo sottrarsi, o tentare di sottrarsi, ad una sottomissione che coinvolgeva anche l'ambito religioso.
Se le ricerche degli ultimi decenni sulle donne di elevata estrazione sociale che incontrarono la nuova fede in Italia hanno certamente contribuito «a scalfire una lettura univocamente maschile della Riforma» (p. XX), ricerche come quelle di Celati permettono finalmente di allargare il campo e raccontare le vite delle "donne del popolo". Pur emergendo anch'esse dai processi inquisitoriali come un «guazzabuglio di storie interrotte [...] raccontate a maschi, estorte da maschi e analizzati con le lenti dei maschi» (p. XXII), le loro vite sono talora ricomponibili incrociando tutti i ferri del mestiere propri tanto della storia delle donne e della storia di genere, quanto della storia delle emozioni e della storia urbana, nonché facendo ricorso a riuscite sperimentazioni letterarie. Celati, infatti, apre ciascun capitolo del volume con un breve racconto ispirato alle vicende processuali delle protagoniste, eccetto nel primo dove racconta in prima persona di dubbi, fatiche e meraviglie della ricerca. Al pari e insieme alla ricostruzione condotta sulle fonti, tali istantanee costituiscono per la studiosa «un affondo nell'intimità delle persone, dei loro pensieri, dei loro comportamenti e delle loro personalità, che sempre ci sfuggiranno ma che non smetteranno mai di attrarci» (p. XXXI).
Nel solco di una consolidata storiografia sul dissenso religioso e sull'Inquisizione della prima età moderna italiana, il volume appare pertanto come un ricco affresco di storie femminili, messe a fuoco per la prima volta in un'ottica di genere e fortemente intrecciate alla dimensione urbana di Venezia. Nella capitale commerciale, diplomatica, editoriale e della comunicazione della prima età moderna, la Riforma penetrò nel tessuto urbano con la quotidianità delle relazioni e dei vissuti lavorativi, segnando per molte donne una via di attivazione sociale e una modalità di acquisizione di nuovi spazi di libertà individuale. Accanto alle modeste case dove risiedevano, furono le residenze dove prestavano servizio come domestiche, i mercati e le botteghe (su tutte le spezierie) a consentire loro di acquisire competenze, stringere relazioni, leggere (e farsi leggere) libri. In particolare il sestiere periferico di Cannareggio fu un centro fondamentale di diffusione della nuova fede. Qui, tra ambasciate, botteghe e spazi di forte marginalià sociale, visse e lavorò Caterina Colbertalda, la cui tortuosa vicenda biografica apre il volume e interseca poi nei successivi capitoli i percorsi di altre donne incappate in denunce inquisitoriali. Illetterata e di umili origini, dopo un primo matrimonio infelice con un uomo truffatore e violento, Caterina seppe garantirsi la sopravvivenza come serva domestica e poi come sarta, vivendo per oltre vent'anni la nuova fede all'interno di un importante network riformato.
Nel secondo capitolo le vicende processuali di alcune anabattiste fanno emergere l'ampia varietà delle modalità di conversione, il variegato rapporto con i maschi della famiglia (fratelli compresi) e la gamma di strategie di difesa adottate di fronte agli inquisitori. Da questo punto di vista, la ricerca di Celati ridimensiona fortemente il ruolo dei maschi nell'opera di proselitismo religioso femminile, evidenziando di converso come la coercizione e la violenza maschile esercitata nei confronti delle loro compagne, si traducesse da parte di queste ultime in tradimenti, denunce o mancate difese. È il caso, ad esempio, di Lucrezia delle Maddalene, che non mostrò alcuna intenzione di scagionare in sede processuale un marito violento che l'aveva abbandonata; mentre la veneziana Angelica Spadaro riuscì sempre a difendere di fronte ai giudici il consorte con cui condivideva anche la nuova fede, cedendo all'abiura soltanto dopo un anno di isolamento carcerario.
Nel quarto capitolo la studiosa affronta il tema dell'esilio familiare, ricostruendo ad esempio la storia di Aurora Clario alla fine del Cinquecento. Fuggita col marito nel regno di Polonia, ritornò a vivere, alla morte di quest'ultimo, nella Terraferma trevigiana con un giovane compagno di fede musulmana, destando da un lato clamori e denunce, ma trovando, dall'altro, un'inattesa difesa da parte del pievano locale che la considerava semplice vittima di pregiudizio.
Infine, il quinto e ultimo capitolo affronta il tema dell'insubordinazione femminile alla fine del Cinquecento, tanto in ambito conventuale, quanto di fronte a forti sbilanciamenti di ceto sociale. Tra queste donne che sommarono alla sovversione dei ruoli di genere quella ai valori religiosi tradizionali, Celati si sofferma così sulla vita della poverissima e anziana Dionora Calia, mai disposta a sottomettersi alle arroganze e agli abusi degli uomini di alto rango con cui entrava in contatto per lavoro.
In conclusione, dalla varietà e dalla complessità delle storie ricostruite da Alessandra Celati emerge quale minimo comun denominatore dell'"identità ereticale femminile" una volontà di rompere ogni sorta di recinti individuali e sociali. Come dimostra la studiosa con puntiglio storiografico e insieme raffinatezza di racconto, grazie ad un'adesione (nella maggior parte dei casi libera e autonoma) alla Riforma, molte donne di bassa estrazione sociale nella Venezia del Cinque e del primo Seicento «incepparono, anche se non necessariamente in modo intenzionale, la macchina della soggezione» e seppero percorrere «una possibilità, se pur rischiosa e spesso effimera, di autoaffermazione» (p. XXIX).