IX, 2026/1

Gerd Schwerhoff

Der Bauernkrieg

Review by: Giorgio Politi

Authors: Gerd Schwerhoff
Title: Der Bauernkrieg. Geschichte einer wilden Handlung
Place: München
Publisher: C.H. Beck
Year: 2024
ISBN: 9783406821806
URL: link to the title

Reviewer Giorgio Politi - Università Ca' Foscari Venezia

Citation
G. Politi, review of Gerd Schwerhoff, Der Bauernkrieg. Geschichte einer wilden Handlung, München, C.H. Beck, 2024, in: ARO, IX, 2026, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2026/1/der-bauernkrieg-giorgio-politi/

PDF

L’avvento del cinquecentesimo anniversario della cosiddetta “guerra contadina” tedesca ha rianimato, almeno in Germania, l’interesse per questo “grande evento” della storia europea che, dopo il diluvio di studi e dibattiti della fine del secolo scorso, era andato, comprensibilmente, affievolendosi. Anche se questo interesse si è manifestato, mi sembra, soprattutto in celebrazioni di vario genere, non sono mancati nuovi studi, dei quali il lavoro qui preso in esame è un esempio.

L’Autore, a quanto sembra, è nuovo a questo argomento che, per la sua dimensione, non lascia in genere molto spazio a ricerche d’altro genere; Schwerhoff si è interessato soprattutto a studi di storia della criminalità medievale e solo ora scende nell’arena di questa difficile tematica, accompagnando il volume in questione, sull’esempio della maggior opera di Günther Franz e dei suoi Vorläufer, con un lavoro dedicato ai precursori.[1] Appare quindi necessario chiedersi, innanzitutto, quale tipologia di studio venga qui avanzata e la risposta, a nostro avviso, è chiara: siamo di fronte a un’opera divulgativa, pensata per un pubblico ampio, non limitato agli specialisti, che non si ripropone di aggiungere nuove conoscenze a quelle già conosciute, ma di renderle accessibili; le 76 pagine di note in calce al testo contengono infatti, in schiacciante maggioranza, puri e semplici rimandi alla bibliografia e a fonti edite, non a fonti primarie; ciò comporta, d’altra parte, severi limiti per l’indagine, posto che l’esegesi, cioè la valutazione critica, delle fonti primarie è condizione decisiva per un loro utilizzo, come avremo occasione di constatare.

A questa circostanza se ne aggiunge un’altra, a nostro avviso alquanto sorprendente. Quasi cent’anni dopo la comparsa delle Annales, un ritorno alla storia avvenimenziale – impegno che l’Autore poi puntualmente onora;[2] il fatto però è che le strutture non sono qualcosa d’altro rispetto agli avvenimenti, ma parte integrante e condizione degli avvenimenti stessi e perciò presupposto irrinunciabile d’una loro comprensione. Da una simile scelta discende il fatto che dal lavoro in esame manchino sia la storia religiosa che quella economico-sociale, ridotte a meri elenchi di rivendicazioni, non altrimenti sviluppati: il proposito degli insorti, largamente diffuso in tutte le aree della rivolta, di voler vivere secondo la lettera del Vangelo “senza aggiunte umane” non viene inteso nel suo reale significato, ma ripetuto di continuo come se avesse il medesimo peso dovunque. Proviamo però a immaginare quale portata potesse assumere questo principio per esempio dal punto di vista dei contadini che, nel maggio 1525, assalirono l’abbazia di Neustift/Novacella, saccheggiandola, accanendosi in particolare sui libri contabili e dando così inizio alla rivolta nel Principato vescovile di Bressanone; grazie al lavoro di Karin Pattis sappiamo ora che circa i tre quarti di loro erano letteralmente schiacciati da debiti insoluti per censi e tributi vari – un carico che si era venuto aggravando recentemente e aveva potuto quindi essere anche percepito come illegittimo.[3]

Di fatto un’eventuale riduzione generalizzata del clero, secolare e regolare, cioè di uno dei pilastri della società bassomedievale, allo stato laico, avrebbe significato un terremoto nell’economia e nelle società dell’intera Europa cristiana; suscita perciò non poca meraviglia che, nelle sue conclusioni, l’Autore respinga la qualificazione del Bauernkrieg come «rivoluzione dell’uomo comune» – un giudizio formulato da Peter Blickle rielaborando la definizione degli eventi tedeschi data trent’anni prima da Günther Franz, che aveva parlato di «rivoluzione politica del ceto contadino tedesco»[4] – ricordando che misure riformatrici in quell’ambito poterono essere promosse anche dall’alto, «mirando solo a un segmento dell’antica società europea su base cetuale senza scuoterne in alcun modo le fondamenta»;[5] peraltro non possiamo sapere cosa invece sarebbe successo in caso di vittoria degli insorti ma in ogni caso definire l’intero apparato ecclesiastico “un segmento” lascia più che perplessi – di questo passo potremmo negare che la rivoluzione bolscevica sia stata una rivoluzione perché prendeva di mira solo un segmento della società, la proprietà privata dei mezzi di produzione. Ci sembra che qui Schwerhoff cada in pieno anacronismo, applicando all’antico regime una percezione della Chiesa che appartiene solo ai tempi nostri, e neppure da molto tempo.

E poiché abbiamo evocato l’anacronismo, secondo Lucien Febvre il peccato che non si può perdonare agli storici così come, a tenore del Vangelo, non sarà perdonata la bestemmia contro lo Spirito,[6] ecco che Schwerhoff ce ne offre un altro, di particolare rilievo per l’interpretazione del Bauernkrieg: il numero delle vittime della repressione. A tal proposito occorre premettere che le cifre fornite dalle fonti coeve sono totalmente inaffidabili, se prese alla lettera, innanzitutto perché spesso presentate in comunicazioni i cui autori avevano tutto l’interesse a spararla grossa – che il cavaliere francone Ambrosius Geyer parli di seimila contadini morti, suona totalmente assurdo;[7] in secondo luogo, anche a prescindere da ciò, per due altri ottimi motivi: a) è cosa arcinota, a livello di scienze cognitive, la totale incapacità di chiunque d’effettuare una stima numericamente plausibile di una qualsiasi folla, anche di modeste dimensioni; b) è altresì noto come l’epoca medievale e moderna ponessero una distanza oggi per noi inimmaginabile fra la lettera delle leggi, condanne comprese, e la loro applicazione – «le leggi son, ma chi pon mano ad esse?», lamenta il Poeta già nel secolo XIV, non in guisa di giudizio etico, ma di constatazione materiale; è ben noto infatti, ad esempio, come proprio il problema esecutivo bloccasse il funzionamento del Tribunale camerale imperiale per l’intera sua esistenza. Gli stati d’antico regime, del resto, erano ben lungi dal possedere apparati esecutivi anche lontanamente paragonabili con quelli cui oggi siamo abituati, mentre spesso l’inserimento di leggi negli statuti, per esempio, d’un comune, non intendeva prevederne l’applicazione, ma solo costituire una dichiarazione di principio o dichiarare sudditanza verso un comune maggiore, com’era normale nei patti di comborghesia – è questo il significato originario del motto circa «la legge vicentina che dura dalla sera alla mattina», posto che la debole Vicenza cambiava molto spesso padrone.

Che queste non siano mere speculazioni lo possiamo toccare con mano nei rari casi in cui è possibile controllare sulle fonti cosa accadesse davvero. È il caso del Principato vescovile di Trento, ove la rivolta delle Valli del Noce aveva costituito la spina dorsale della rivolta, nonostante la defezione della città, che aveva rifiutato di unirsi ad essa – un importante episodio che Schwerhoff peraltro non tratta.[8]

In un quadro caratterizzato dalla tendenza vescovile e aristocratica a non calcar la mano e a curare piuttosto il recupero delle proprie rendite, il numero esatto di condannati ammontò a 188, fra cui solo 5 condanne capitali, mentre quasi la metà delle altre punizioni, di bando o pecuniarie, furono in grande maggioranza mitigate o rimesse nel giro di un anno. E non era tutto. Nel 1530 si scoprì che uno dei banditi più ricercati, Nicolò Vanel, da oltre due anni risiedeva nelle Valli, entrava nelle chiese, nelle osterie e partecipava alle feste paesane; uno fra i testimoni dichiarò: «Io ho praticato con lui […] perché l’era me parent e che vedeva praticar et conversar cum li altri come nol fusse sta bandì. E che lui diseva che gera sta promessa per certi suoi benemeriti la grazia […]».

A Revò un sacerdote lo ospitava spesso e lui, da parte sua, s’era premurato di presentargli la decima del vino, mentre un altro sacerdote teneva in casa oltre diciotto persone, quasi tutte donne di vicini banditi. D’altra parte Nicolò Riz, uno fra i massimi capi della sedizione, poi perdonato dal Clesio, aveva aiutato sia il Vanel che Simone Arnoldini «cum eis praticando, ludendo et bibendo, commedendo ac aliter eisque consilium, auxilium et favorem prestando». Molta responsabilità nella questione dei banditi risaliva peraltro agli officiali vescovili stessi e alle loro connivenze e inerzie: prete Stefano da Pavillo dichiarò di aver creduto che il Vanel fosse stato graziato «eo magis quia videbat eum […] publice praticare cum omnibus et maxime cum officialibus et secum comedebat et bibebat».

Non sappiamo che fine abbiano fatto le condanne emesse nel 1530 a seguito dell’inchiesta poi promossa su questi fatti; dall’altra parte, nuovi e importanti privilegi furono concessi alle valli, mentre i sudditi rimasti fedeli all’autorità vennero ricompensati.

Quanto alla sensibilità quantitativa dei contemporanei, già Febvre, nel suo maggior lavoro, aveva messo i lettori sull’avviso:

Mi ricordo sempre della bella storia del segretario di un presidente della Camera dei conti, a cui una banda intimò brutalmente di aprire la porta: “Se non apri, noi qui siamo in 50 e ti daremo ciascuno 100 bastonate”. L’interpellato risponde subito, con spavento: “Come! 5000 bastonate!” E Tallemant, che racconta la storia, a farsi meraviglie: “Ammiro la presenza di spirito di quest’uomo e mi pare che bisognava essere il segretario di un Presidente dei Conti per fare il calcolo così in fretta!” Il calcolo, l’impossibile calcolo: 100x50.[9]

Ciò per quanto riguarda le fonti. Chiunque però può verificare quanto abbiamo affermato ricordando il balletto di tante manifestazioni odierne che così spesso è dato constatare confrontando le stime della partecipazione date dai promotori con quelle degli organi di polizia. In occasione delle recenti proteste per la guerra a Gaza, ad esempio, organizzatori e organi di stampa hanno parlato di tre milioni di persone, la polizia di trecentomila. Stanche di simili balletti, alcune organizzazioni, anni or sono, decisero di chiedere ai partecipanti di disporsi in cordoni da dodici persone ciascuno; alla partenza dei cortei, membri del servizio d’ordine contavano con facilità i cordoni stessi e poi, con una semplice moltiplicazione, il numero dei manifestanti. Questa pratica serviva d’altra parte soprattutto a loro, proprio perché nessuno avrebbe altrimenti potuto sapere con certezza quanta gente ci fosse.

In conclusione, ci sembra che il lavoro di Schwerhoff sconti una contraddizione poiché, mentre da un lato mostra di perseguire l’obiettivo di rivolgersi a un pubblico ampio, dall’altro rischia, in virtù della scelta narrativo-avvenimenziale adottata, di non poterlo cogliere perché difficilmente anche il lettore comune più motivato potrà reggere per 720 pagine la ripetizione di eventi che, ridotti come sono all’osso, si somigliano tutti fra loro.

 

[1] Gerd Schwerhoff, Auf dem Weg zum Bauernkrieg. Unruhen und Revolten am Beginn des 16. Jahrhunderts, München, UVK, 2024.

[2] «Damit sind wir beim Ziel dieses Buches: die Ereignisgeschichte des Bauernkrieges zu rekonstruiren […] Die folgende Darstellung schlägt Kapital aus aus dieser Rehabilitierung des historischen Ereignisses in der Geschichtswissenschaft.»

[3] Karin Pattis, Neustift zur Zeit des Bauernaufstandes 1525. Wirtschaftliche, soziale und religiöse Hintergründe, Brixen/Bressanone, Weger, 2012.

[4] «Damit wird bewiesen, dass der Bauernkrieg nicht ein Aufruhr war […] sondern ein Volksaufstand, der das Recht in sich trug. Er ist damit eine echte Revolution gewesen, die politische Revolution des deutschen Bauernstandes», Günther Franz, Der deutsche Bauernkrieg, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1977, p. 288.

[5] Gerd Schwerhoff, Der Bauernkrieg. Geschichte einer wilden Handlung, München, Beck, 2024, p. 582

[6] Lucien Febvre, Il problema dell’incredulità nel secolo XVI. La religione di Rabelais, Torino, Einaudi, 1978, p. 7.

[7] Schwerhoff, Der Bauernkrieg, p. 374.

[8] Fabrizio Chiarotti, Dinamica territoriale e crisi delle strutture comunitarie nelle valli del Noce, Venezia, Università degli studi, a.a. 1987-88, 2 voll., pp. 731-836: pp. 821 e seguenti. Vedi in particolare il “Prospetto 10. Provvedimenti di condanna nei confronti degli insorti dell’Anaunia”.

[9] Febvre, Il problema dell’incredulità, pp. 373-374. Ciò vale, naturalmente, per la sensibilità comune; in casi particolari anche i contemporanei erano in grado di compiere stime esatte. A dicembre 1526 i reduci salisburghesi sotto il comando di Gaismair, esclusi le donne, i bambini e gli anziani al loro seguito, e ingrossati nelle settimane successive al loro arrivo d’altri seguaci e simpatizzanti, ascendevano al numero di 1707 e stavolta possiamo fidarci perché le autorità veneziane li pagavano e, da buoni mercanti, sapevano fare i loro conti. Vedi Giorgio Politi, Gli statuti impossibili. La rivoluzione tirolese del 1525 e il "programma" di Michael Gaismair, Torino, Einaudi, 1995, p. 253 nota 6.