VI, 2023/3

Alan S. Blinder

A Monetary and Fiscal History of the United States, 1961-2021

Review by: Duccio Basosi

Authors: Alan S. Blinder
Title: A Monetary and Fiscal History of the United States, 1961-2021
Place: Princeton
Publisher: Princeton University Press
Year: 2022
ISBN: 9780691238388
URL: link to the title

Reviewer Duccio Basosi - Università Ca' Foscari Venezia

Citation
D. Basosi, review of Alan S. Blinder, A Monetary and Fiscal History of the United States, 1961-2021, Princeton, Princeton University Press, 2022, in: ARO, VI, 2023, 3, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2023/3/a-monetary-and-fiscal-history-of-the-united-states-1961-2021-duccio-basosi/

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Alan Blinder, professore di Economia all'Università di Princeton con trascorsi nel Council of Economic Advisers della Casa Bianca e nel Board della Federal Reserve negli anni Novanta, è l'autore di questa importante storia delle politiche monetarie e fiscali statunitensi dal 1961 al 2021. Si tratta di un volume che mescola in modo sapiente la storia politica statunitense (con le sue alternanze di governo e i suoi cambiamenti di medio e lungo periodo), la storia delle policies adottate dalle diverse amministrazioni e dai diversi governatori della "Fed" e la storia dei cambiamenti delle teorie economiche prevalenti che quelle politiche influenzavano. Il titolo del libro è un esplicito omaggio alla Monetary History of the United States, 1867-1960 pubblicata nel 1963 da Milton Friedman e Anna Schwartz, dal cui punto di arrivo la narrazione di Blinder parte anche sul piano cronologico.

In diciotto capitoli, più un'introduzione e un capitolo conclusivo, Blinder ripercorre le vicende delle politiche economiche statunitensi dall'adozione della politica fiscale come strumento per generare un'espansione dell'occupazione negli anni di Kennedy alle straordinarie misure di espansione fiscale e monetaria poste in essere da Tesoro e Federal Reserve nel 2020-21 in risposta allo shock economico provocato dalla pandemia da Covid-19. Tra i due estremi cronologici trovano spazio capitoli dedicati a discutere le origini della "stagflazione" degli anni Settanta e le politiche incerte poste in essere per contrastarla (cap. 4-6), la svolta "monetarista" della "Fed" del 1979-82 (cap. 7), i conflitti tra politica monetaria e politica fiscale negli anni di Reagan (cap. 8) e l'ingenerarsi, in quegli anni, di un ciclo economico-politico ventennale per cui i Repubblicani (Reagan e Bush Jr., in particolare) accrescevano a dismisura il deficit del bilancio federale nel nome del mantra del taglio delle tasse, mentre i Democratici (Clinton e Obama) utilizzavano la politica fiscale essenzialmente per ridurre i deficit accumulati dai predecessori (capp. 10-15), creando per di più, a giudizio di Blinder, la pericolosa illusione ottica secondo cui la crescita economica degli anni Novanta e Dieci fosse frutto della contrazione del bilancio (e non meramente parallela ad essa). In questo quadro, lo stimolo fiscale del primo anno della Presidenza Obama, adottato in risposta alla "grande recessione" del 2008, fu una fugace eccezione alla regola, presto controbilanciata da un ritorno a politiche di contrazione del bilancio anche a fronte di un ritmo della crescita economica e dell'occupazione non particolarmente brillante (cap. 15). Se la risposta eccezionale al Covid-19 abbia rappresentato una rottura di questo ciclo e dell'ideologia che lo sottendeva è questione che ovviamente il libro lascia aperta: gli ambiziosi programmi di spesa sociale e infrastrutturale di Biden sembrerebbero indicare una risposta positiva, mentre le resistenze che essi hanno incontrato, dopo la fine dell'emergenza-Covid vera e propria, tra i Repubblicani e in una parte degli stessi Democratici, servono da inviti alla cautela (cap. 18).

Le fonti primarie utilizzate da Blinder spaziano dalle riviste accademiche ai documenti declassificati di diverse amministrazioni, ai report della Casa Bianca e della Federal Reserve, agli studi del Congressional Budget Office, alle minute delle riunioni interne della Fed, alle proprie memorie personali da consigliere di Clinton e vice-Presidente della Fed (queste ultime usate, però, solo per rafforzare conclusioni raggiunte sulla base di altre fonti). Pur tenendo conto della specificità di certe tematiche, si tratta di un volume scritto in linguaggio accessibile e a tratti ironico, che non perde però mai un chiaro rigore accademico. Anzi, una delle virtù di questo testo risiede proprio nel fatto che, in contrasto con tanta produzione delle academic presses statunitensi, esso rappresenta un vero testo accademico, nel quale abbondano i tentativi di comprovare o confutare le conclusioni altrui. Più specificamente, sotto questo profilo, lo stesso Friedman omaggiato nel titolo è uno dei principali bersagli di Blinder, il cui volume può essere letto anche come una rivendicazione orgogliosa della validità teorica del keynesismo come matrice analitica della macroeconomia e, con più cautela, come una apologia delle politiche keynesiane di spesa pubblica fondate sulla tassazione progressiva (Blinder è attento a distinguere il keynesismo "descrittivo" dal keynesismo "normativo").

Due questioni, entrambe importanti nel volume, possono essere segnalate come "problematiche": la prima riguarda il trattamento dello shock petrolifero del 1973 come variabile del tutto esogena alla politica economica statunitense. Ciò deriva dall'idea, tanto diffusa quanto errata, che lo shock sia stato il prodotto della Guerra arabo-israeliana di Ottobre 1973 (p. 69-93). Se si considera invece che i governi dei Paesi dell'OPEC offrirono sempre e solo giustificazioni economiche per la propria decisione di quadruplicare i prezzi del greggio, e che tra queste essi inclusero anche la necessità di contrastare la perdita di valore delle proprie riserve di dollari indotta dalle recenti svalutazioni del biglietto verde (1971 e 1973), quello che secondo Blinder sarebbe stato uno shock del tutto esogeno diventa almeno parzialmente endogeno. La crisi degli anni Settanta cambierebbe in questo modo una parte della propria natura.

La seconda questione problematica è la relativa timidezza con cui Blinder affronta il tema della progressiva affermazione (a partire dalla fine degli anni Settanta) della Federal Reserve come istituzione tecnocratica non solo formalmente "indipendente" dall'amministrazione, ma anche relativamente poco accountable (poco "responsabile", con una brutta traduzione italiana) nei confronti del Congresso. Sul piano analitico, è evidente che l'interpretazione di cosa significhi "indipendenza" della Banca Centrale è cambiata nel tempo, senza che cambiasse il testo del Federal Reserve Act. Ciò induce a ritenere non del tutto persuasive certe argomentazioni di Blinder sull'impossibilità giuridica di intervenire sulla Fed, contro la quale si sarebbero scontrati a più riprese diversi Presidenti degli Stati Uniti da Reagan in poi (p. 160, 201-211, 337-340). Sarebbe probabilmente più corretto affermare che i Presidenti in questione, per debolezza o per calcolo, non abbiano voluto sfidare l'interpretazione post-anni Settanta di tale "indipendenza". Sul piano valutativo, in un rapido passaggio conclusivo, Blinder ammette che il fatto che la Federal Reserve sia un'organizzazione «di economisti, non di politici» presta il fianco alla critica che ci si trovi in presenza di un "deficit di democrazia", ma risolve laconicamente il problema affermando che un gran numero di osservatori giudica che «l'indipendenza della Federal Reserve negli ultimi Sessant'anni sia stata un fattore importante di una performance economica superiore» (p. 390). La questione è complessa, ma proprio perché lo è, avrebbe richiesto una discussione più articolata.

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