VI, 2023/1

L'ombra del duce, Rethinking Fascism

Review by: Stefano Cavazza

Authors: Wolfgang Schieder
Title: L’ombra del duce. Il fascismo italiano in Germania
Place: Roma
Publisher: Viella
Year: 2022
ISBN: 9788833137742
URL: link to the title

Editors: Andrea Di Michele, Filippo Focardi
Title: Rethinking Fascism. The Italian and German Dictatorships
Place: Berlin/Boston
Publisher: De Gruyter Oldenbourg
Year: 2022
ISBN: 9783110766455
URL: link to the title

Reviewer Stefano Cavazza - Università di Bologna

Citation
S. Cavazza, review of L'ombra del duce, Rethinking Fascism in: ARO, VI, 2023, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2023/1/lombra-del-duce-stefano-cavazza/

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Il fascismo resta un tema di grande attualità nell’opinione pubblica e anche tra gli studiosi come testimoniano i dibattiti sul presunto carattere fascista di Trump o di Putin. Nel 2018 il film Sono Tornato, di Luca Miniero, riprendeva un Mussolini redivivo – interpretato dall’attore Massimo Popilizio – in giro per Roma raccogliendo dal vivo le reazioni assai differenziate della popolazione: dai selfie dei turisti ai saluti romani di nostalgici, indice di una persistenza sottotraccia nella società italiana del mito di Mussolini e implicitamente del fascismo. Come ricorda Richard Bosworth nel volume curato da Andrea Di Michele e Filippo Focardi, segni di questa persistenza sono riemersi periodicamente nella storia italiana come nel caso delle elezioni del 2019 quando il nome del duce fu allusivamente evocato nei manifesti dal suo discendente Caio Mussolini, uno dei candidati di Fratelli d’Italia (p. 110). Il dibattito sul fascismo presenta spesso due dimensioni che a volte divergono: quella della pratica storiografica e quella del discorso pubblico. I due volumi recensiti si concentrano soprattutto sulla prima, offrendo innanzitutto un quadro significativo sullo stato degli studi sul fascismo, ma non trascurano la seconda dimensione, soprattutto nel caso del volume di Di Michele e Focardi che dedica un’intera sezione al neofascismo.

Per quanto riguarda il volume di Wolfgang Schieder – uno dei più importanti storici internazionali di fascismo e nazionalsocialismo – esso offre al pubblico italiano la traduzione di alcuni dei più importanti saggi di ricerca sui due regimi, saggi basati su un ampio scavo documentario, su un’approfondita riflessione teorico-metodologica e su un’ottica comparativa. Superando le diatribe tra funzionalismo e intenzionalismo, l’autore parte dall’idea che l’analisi del fascismo debba prendere le mosse dall’indagine dei due casi storici concreti e dalla consapevolezza che il fascismo sia stato il precursore e il modello del nazionalsocialismo. Sotto questo profilo, l’autore dimostra – come ha fatto più diffusamente in un altro studio – quanto Hitler fosse stato influenzato dall’esperienza di Mussolini. Quest’ultimo, del resto, risultava una figura popolare anche tra i gerarchi nazisti, mentre più controverso appariva l’atteggiamento riservato al fascismo come movimento, visto dai conservatori come una via per trasformare in senso autoritario lo Stato meno radicale di quella nazionalsocialista, e dall’ala radicale della NSDAP come distante dal progetto nazionalsocialista. Il prestigio di Mussolini all’estero fu rafforzato anche da due fattori: la politica di costruzione dell’immagine realizzata attraverso vari strumenti come la gestione delle fotografie del duce o le udienze con singoli o gruppi e il ruolo svolto da intellettuali che ne alimentarono il mito o facilitarono le relazioni con altri paesi. L’indagine sulle udienze accordate a visitatori tedeschi compiuta dall’autore, basata sui resoconti ufficiali degli attori istituzionali e sulle memorie, dimostra come le udienze fossero parte di un rituale complesso volto ad esaltare la superiorità di Mussolini rispetto agli interlocutori. Comunicate in genere con breve preavviso, le udienze erano precedute da una lunga attesa nell’anticamera a cui seguiva l’ingresso in una grande sala, debolmente illuminata, in fondo alla quale emergeva la figura di Mussolini che a volte con teatralità studiata andava incontro all’ospite stupendolo per la familiarità del saluto. L’attenzione alla coreografia e all’ambientazione era accompagnata da un’accurata preparazione del colloquio nel quale Mussolini pur senza mai andare in profondità mostrava di conoscere gli scritti dell’interlocutore o aspetti della vita culturale e politica. Ne usciva così rafforzata l’immagine di uomo colto e informato che lasciava ammirati i suoi ospiti e alimentava il mito di eccezionalità del duce costruita dall’apparato propagandistico del regime. Anche la gestione delle rappresentazioni fotografiche le rendeva parte della «messinscena mediatica» che costruiva il mito del capo (p. 51). Anche in questo caso la comparazione con Hitler fa emergere una cura simile della rappresentazione fotografica, ma con esiti parzialmente diversi, affidata a un ristretto numero di fiduciari. Alcune immagini come quella del duce a torso nudo che miete il grano, paiono lontane dalla rappresentazione di Hitler che occasionalmente si mostrava in veste di lavoratore (p. 71) senza utilizzare uno stile politico dai tratti populisti, come nel caso del duce, ma sottolineando la distanza dal popolo e la superiorità di Hitler rispetto ad esso. Questo apparato propagandistico contribuiva alla costruzione del carisma e rafforzava il consenso sulla persona e indirettamente sul regime. Qui Schieder, pur senza affrontare il tema dal lato teorico, introduce il tema della funzione carismatica del leader, analizzata per esempio da Maurizio Bach, che, come l’autore ricorda, resta però sostanzialmente marginale nella storiografia italiana. Per quanto riguarda Mussolini, non meno importante è il ruolo svolto da personaggi che contribuirono a diffondere una positiva immagine del fascismo al di fuori d’Italia o si proponevano come intermediari. È il caso di Giuseppe Renzetti, che svolse questo ruolo di intermediario al di fuori dei canali ufficiali e che conquistò un credito duraturo presso i suoi interlocutori nazisti, mantenuto anche quando il suo ruolo di intermediario frenato dall’apparato della Farnesina, venne meno (p. 285).

Due saggi esplorano in parallelo le dinamiche interne e la  composizione sociale dei due movimenti. Riguardo ai due leader, la comparazione rileva come Mussolini e Hitler dovessero misurarsi con problemi simili, giungendo a soluzioni in parte analoghe e in parte differenti. Entrambi dovettero fare i conti con il problema di mettere sotto controllo le squadre paramilitari e di ridimensionare la loro dedizione ai capi e nello stesso tempo di marginalizzare le componenti più radicali dei loro partiti. Mussolini scelse la strada dello svuotamento del potere dei Ras sulle squadre con l’inserimento dei loro militanti nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN); Hitler, dopo aver emarginato l’ala sinistra della NSDAP legata a Strasser, fu più radicale eliminando fisicamente i vertici delle SA. Entrambi i leader salirono al potere nel rispetto formale della procedura costituzionale – anche se non va dimenticato come la forzatura politica rappresentata dalla marcia su Roma fosse di per sé un elemento di forzatura politica – e dovettero fare i conti con i vincoli derivanti dal sistema costituzionale. Nel caso tedesco la possibilità di utilizzare l’art. 48 introdotto dai costituenti per proteggere la Repubblica di Weimar, ma poi – va ricordato – mai circoscritto nella sua concreta applicazione da una normativa specifica, e la successiva morte di Hindenburg consentirono a Hitler di assumere il potere assoluto. In tal modo si svuotò il sistema di check and balances  riunendo sempre meno il governo e presentandosi spesso in una funzione arbitrale rispetto ai conflitti tra istituzioni concorrenti, la cosiddetta policrazia che non configurava però – come giustamente rileva Schieder – Hitler come dittatore debole, anzi ne rafforzava il ruolo e l’immagine anche se a costo di una riduzione dell’efficienza del sistema. Mussolini dovette sempre misurarsi con la presenza del re e, seppure ciò non rappresentò un vincolo ostativo alla realizzazione delle politiche fasciste e del volere di Mussolini, il sovrano restava pur sempre un elemento del sistema con cui fare i conti. Ciò non significa che vi fosse, come taluno ha sostenuto, una diarchia, perché l’equilibrio nella distribuzione del potere fu sempre dalla parte di Mussolini, almeno fino alla guerra. Quando però le sorti della guerra sembrarono perse, l’indebolimento del sostegno a Mussolini anche tra una parte delle file del partito, rese possibile la destituzione di Mussolini e l’avvio di una transizione. Si trattava di una situazione che non fu possibile in Germania non solo per il fallimento dell’attentato a Hitler, ma anche e soprattutto per l’assenza di attori istituzionali che potessero traghettare il regime verso altre sponde.

Frutto di un convegno organizzato dalla SISCALT a Bolzano, il volume Rethinking Fascism, curato da Focardi e Di Michele, risulta ben costruito attorno alla comparazione tra i due casi nazionali, ma si apre a uno spettro più ampio di tematiche e a un arco cronologico più esteso. In apertura, Arnd Bauerkämpfer e Roberta Pergher, in due ricchi e documentati contributi, offrono un quadro dello stato dell’arte delle ricerche sui due fenomeni in un’ottica transnazionale. Il primo ricostruisce il dibattito interpretativo sul nazionalsocialismo mettendolo in relazione anche al fattore generazionale, partendo dallo studio degli apparati di dominio per passare poi a una prospettiva dal basso realizzata attraverso nuove impostazioni come l’Alltagsgeschichte. La seconda prende le mosse dall’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, ponendosi dunque la domanda sul ruolo del fascismo nella modernità, per passare in rassegna diverse impostazioni di ricerca transnazionali. Secondo tali impostazioni il set di valori e idee correlate al fascismo risulta essere il prodotto di molteplici influenze provenienti da vari paesi e il fascismo diventa un oggetto che va al di là dei due casi storici. Tuttavia la stessa autrice si interroga sull’efficacia interpretativa generale di queste impostazioni transnazionali che – si può aggiungere dal punto di vista di chi scrive – se da un lato ci permettono di cogliere legami e influenze che sfuggono a un’impostazione centrata su un caso nazionale, dall’altro lato rischiano di sfumare il ruolo fondativo che l’esistenza di regimi storicamente esistenti ha avuto nella storia reale del fascismo. D’altra parte per rispondere alla domanda sulle origini del 6 gennaio 2021, che fa parte di un processo di sviluppo di un neonazionalismo in varie parti del mondo, oltre alle influenze reciproche transnazionali appare necessario indagare i fattori strutturali che alimentano tali fenomeni all’interno dei contesti nazionali cercando semmai di integrare le diverse prospettive e di evitare che il timore di cadere nel nazionalismo metodologico diventi un bias che ci impedisce di analizzare e spiegare i fenomeni storici. Un nodo centrale nello studio dei fascismi è costituito dal tema del consenso e dei rapporti con la società del regime, oggetto dei contributi di Frank Bajohr e Paul Corner. Le dittature sono governate certamente dal terrore e dalla repressione, ma – come ben mostra Bajohr illustrando i risultati di diverse metodologie di ricerca – vi furono conflitti dentro al regime e dentro alla società che spiegano il coinvolgimento di settori della popolazione nel regime al di là della rappresentazione ideologica monolitica nell’idea di una comunità nazionale e razziale, come nel caso dei giovani cattolici del collegio Augustinum che si avvicinarono alle organizzazioni giovanili naziste come reazione all’autoritarismo delle strutture scolastiche e per ottenere una maggiore libertà (p. 67). Corner riprende una riflessione avviata da tempo che, partita dalla confutazione delle tesi sul consenso di massa nel fascismo di De Felice, si è poi arricchita dalle acquisizioni della ricerca sulle analisi dei regimi comunisti. In tal modo Corner ha elaborato un’impostazione originale e innovativa per analizzare dal basso la vita dentro al regime, le strategie di sopravvivenza superando la dicotomia tra vittime e oppressori e quella tra consenso e dissenso che ha dominato il dibattito italiano negli anni Settanta e in parte negli anni Ottanta del Novecento. Ciò non significa negare la violenza che i due regimi esercitarono nei confronti degli oppositori, degli ebrei e di gruppi etnici ritenuti inferiori come documentano i saggi di Sybille Steinbacher e di Amedeo Osti Guerrazzi. Nel primo si ricostruisce criticamente la discussione recente sul concetto di genocidio in relazione allo spatial turn, nel secondo si ricostruiscono le varie modalità di esercizio della violenza da parte del fascismo sia all’interno sia all’esterno. Il tema del consenso rimanda al ruolo esercitato dai due leader nei rispettivi contesti nazionali – analizzato da Schieder secondo lo schema discusso in precedenza. Bosworth analizza invece la figura di Mussolini nella sua persistente mitologia che è parte di un mancato processo di rielaborazione. Corni analizza la rappresentazione biografica di Hitler, partendo dalle raffigurazioni basate sull’interpretazione hitlerista fino alle più articolate biografie di Kershaw e Longerich (Corni). Nella sezione dedicata al «fascismo di pietra», Albert Feiber e Thomas Schlemmer indagano il modo in cui Hitler utilizzò l’Obersalzberg come teatro di visite diplomatiche funzionali alla politica estera del regime. Paolo Nicolosi analizza diversi monumenti ed edifici lasciati dal regime e le difficoltà della loro defascistizzazione. Andrea Di Michele analizza la storia del monumento alla Vittoria di Bolzano e del Fregio di Piffrader, i conflitti identitari che li hanno accompagnati e le modalità con cui si è cercato di storicizzarli. Anziché distruggerli, si è cercato di contestualizzarli per attenuarne il significato ideologico divisivo. Chiudono il volume tre contributi dedicati all’evoluzione recente del neofascismo e all’estrema destra, di Matteo Albanese sui gruppi neofascisti italiani, di Marzia Ponso sull’estrema destra tedesca e di Roger Griffin, uno dei più importanti studiosi del fascismo. Griffin esamina il problema della persistenza del fascismo ricostruendone l’evoluzione da movimento e regime nel periodo tra le due guerre mondiali a galassia di gruppi soggetti a contaminazioni ideologiche, senza perdere per questo l’identità fascista. In questo contesto, Griffin affronta il tema dei rapporti tra populismo e fascismo per criticare l’uso superficiale e approssimativo del termine fascista per personaggi come Trump, Bolsonaro o Putin, e stigmatizzare la confusione generata dai media e da intellettuali tra il populismo di estrema destra e il fascismo. Come ben sottolinea Griffin, la minaccia alla democrazia proviene dai movimenti populisti di destra e dalla diffusione di pratiche illiberali nelle democrazie più che dal fascismo. Tuttavia, pur minoritaria, la presenza del fascismo nel discorso politico, secondo Griffin, conserva una potenziale pericolosità nelle occasionali pratiche terroristiche di alcuni gruppi, nell’alimentare un nazionalismo identitario all’interno della galassia di estrema destra europea e soprattutto per lo sviluppo di una «sinergia tra populismo, fascismo e nuova destra identitaria che spinge il centro di gravità della democrazia verso destra e verso l’esclusione sociale» (p. 296). Difficilmente si può essere in disaccordo con questa analisi che ci riporta alle considerazioni di apertura sulla longevità del fascismo come mito, ma anche come categoria politica della contemporaneità.

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