III, 2020/3

Thomas Max Safley

Family Firms and Merchant Capitalism in Early Modern Europe

Review by: Katia Occhi

Authors: Thomas Max Safley
Title: Family Firms and Merchant Capitalism in Early Modern Europe. The Business, Bankruptcy and Resilience of the Höchstetters of Augsburg
Place: London - New York
Publisher: Routledge
Year: 2020
ISBN: 9780367137106
URL: link to the title

Reviewer Katia Occhi - FBK-ISIG

Citation
K. Occhi, review of Thomas Max Safley, Family Firms and Merchant Capitalism in Early Modern Europe. The Business, Bankruptcy and Resilience of the Höchstetters of Augsburg, London - New York, Routledge, 2020, in: ARO, III, 2020, 3, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2020/3/family-firms-and-merchant-capitalism-in-early-modern-europe-katia-occhi/

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Su quali basi si fondavano le scelte economiche dei mercanti della prima età moderna? Certo non bastavano le informazioni commerciali che circolavano nelle grandi città e neppure le corrispondenze, sfavorite dai ritardi e dall’incertezza delle comunicazioni. Le organizzazioni oggi associate alla grande finanza, in cui si incontravano prestatori e debitori per stipulare transazioni a lungo termine, come la borsa di Anversa e quella di Amsterdam, vennero create solo nel 1531 la prima e nel 1609 la seconda. Per Thomas Max Safley bisogna dunque interrogarsi sull’esperienza d’affari e sulla pratica (praxis) all’interno del contesto sociale per ricostruire le tappe dello sviluppo economico dell’età moderna, in cui le istituzioni intese alla Douglass North vanno considerate dei correttivi post hoc per regolamentare situazioni di tipologia e criticità diverse[1]. È quanto emerge in questo bel volume sulla storia degli Höchstetter di Augusta, tra i più noti mercanti-imprenditori del Cinquecento in cui l’autore riflette sul momento più drammatico della loro parabola: la rovinosa bancarotta del 1527-1532 che travolse il ceto mercantile cittadino unito da legami familiari e finanziari con i protagonisti. La documentazione giudiziaria offre una serie di informazioni che essi non avrebbero certo divulgato: il valore delle imprese, il network commerciale, le tipologie dei capitali, l’elenco dei debitori e creditori, le strategie messe in atto per raggiungere i propri obiettivi. Un materiale ricchissimo proveniente dagli archivi cittadini di Augusta, di Norimberga, di Ulm e dall’archivio Fugger di Dillingen, integrato con documentazione pubblica degli archivi di Stato di Innsbruck, Vienna e Monaco e da un'importante cronaca coeva del benedettino Clemens Sender che permettono di ricostruire l'organizzazione delle grandi società familiari: separazione di capitale e lavoro, ampi investimenti, ricorso a una forza lavoro mobile e internazionale, nonché trasporto su lunghe distanze di materie prime e prodotti finiti.

Il primo capitolo analizza la compagnia dei discendenti di una oscura famiglia di commercianti di tessuti di Augusta, i fratelli Ambrosius I, Hans Höchstetter e soci per il commercio a lunga distanza e all’ingrosso, dal 1501 in possesso di un proprio deposito nel Fondaco dei Tedeschi a Venezia, città strategica per acquisire informazioni di natura economica e organizzare i traffici tra i Paesi Bassi e il Mediterraneo. Gli atti costitutivi della società, operativa dal 1520 e rinnovata per il periodo 1524-1532, impiegano per la prima volta il termine «Gepruederschafft» (p. 54), la fraterna, la società familiare che è stata quasi ovunque l’istituzione predominante dell’iniziativa economica privata, come scriveva Frederic C. Lane[2]. Osservando da vicino la struttura aziendale, scrive Safley, si nota tuttavia che il reclutamento dei talenti aziendali sconfinava dal bacino familiare e la maggior parte dei collaboratori e lavoranti non provenivano dalla sfera degli Höchstetter. L’esame di questi materiali rivela inoltre come la struttura e il funzionamento delle imprese non fosse disciplinato dagli atti costitutivi, che si limitavano a regolare le relazioni tra i soci, i quali erano liberi di occuparsi del perseguimento dinamico dei propri interessi, fatti salvi i diritti e le responsabilità che li impegnavano contro forme di opportunismo, asimmetrie informative o mancati controlli (p. 52).

Sin dalla prima società si nota che la famiglia era suddivisa in molteplici linee con altrettante imprese che operavano contemporaneamente. Si trattava di compagnie che duravano dai 3 agli 8 anni, trascorsi i quali venivano liquidati gli utili e le perdite e, se le condizioni lo consentivano, erano create delle nuove attività con nuovi soci e capitali per continuare i vecchi traffici o entrare in nuovi mercati (p. 222). Queste modalità di gestione permettevano di riorganizzare oppure cedere le attività a un ramo cadetto in una strategia di resilienza ai cambiamenti e alle crisi.

Il secondo capitolo ci proietta dentro le contrapposizioni del Cinquecento in cui si scontravano gli interessi dei grandi imprenditori, favoriti dai sovrani, interessati a capitalizzare il patrimonio naturale (miniere, foreste) e le comunità, ostaggio del capitale mercantile forestiero. Il caso della concessione del 1509, che permise agli Höchstetter di costruire una fonderia di ottone a Pflach in Tirolo, è emblematico: vi troviamo la violazione dei regolamenti sull’approvvigionamento di generi alimentari e vino a danno degli esercizi locali, il reclutamento di manodopera forestiera, una giurisdizione mineraria (Berggericht) separata dalla giustizia ordinaria. L’autore non manca di sottolineare che se gli Höchstetter rispettavano formalmente i termini della loro concessione, non facevano proprio nulla per costruire relazioni positive con le comunità di Breitenwang e di Reutte, impotenti e impoverite da questa presenza. Solo in casi di abusi aperti le autorità politiche di Innsbruck imponevano dei risarcimenti, ma questi non servivano a ripristinare i diritti consuetudinari o gli usi locali violati dalla nuova manifattura (p. 87). 

Nel terzo capitolo Safley affronta la crisi e l’insolvenza della ditta, esito infausto dell’affare delle miniere di mercurio e di cinabro di Idria (oggi in Slovenia), basato su una concessione di Ferdinando I d'Asburgo del 1525. Che cosa spinse gli Höchstetter ad entrare nel mercato del mercurio, un settore nuovo, si chiede l'autore. I mercanti-imprenditori dell'epoca dovevano contare sulla propria  esperienza d’affari perché del contesto potevano avere solo una conoscenza dinamica e incompleta. La mancanza di statistiche e di metodi di calcolo delle probabilità, nonché la frammentazione e l’imprecisione delle notizie commerciali rendeva complesso valutare il rischio d’impresa. Da ciò scaturiva anche un buon grado di indipendenza d’azione dei partner e dei fattori con forti asimmetrie informative e forme di opportunismo che complicavano la gestione della compagnia. Le carte della bancarotta Höchstetter mostrano una strategia aziendale in cui il contesto politico, basato sui legami di patronage con gli Asburgo, ebbe un peso determinante.

L’avventura del mercurio si rivelò tragica: una serie di fattori contingenti, la cui cognizione completa sfuggiva (forse) all’epoca agli Höchstetter, contribuì all’insolvenza dell’impresa familiare. Incapacità di valutare il rischio, scelte errate, malafede portarono a una crisi di liquidità, cui Ambrosius I e soci non seppero far fronte. Fu in questa fase che entrò in scena Anton Fugger prestando alla famiglia 160.000 fiorini, solo una quota dell’enorme debito, impossibile da determinare nella sua globalità, che gli Höchstetter usarono per risarcire i creditori più «eccellenti», tra i 300 coinvolti. Sulla base di una serie di valutazioni che violano ogni moderno principio di razionalità economica, Fugger scelse di farsi carico di un onere che probabilmente non avrebbe mai recuperato (p. 119). Questa mossa gli permise però di accaparrarsi la capacità produttiva del suo concorrente, consolidare il proprio network politico-sociale, acquisire la posizione che gli avrebbe permesso di determinare il destino del suo maggior competitore e in breve prenderne il posto di uomo di fiducia degli Asburgo e di Ferdinando I in particolare, sotto il cui controllo erano poste le ricchezze minerarie di gran parte del Sacro Romano Impero e le cui necessità finanziarie offrivano enormi opportunità di arricchimento.

Il contesto giuridico della vicenda è oggetto dei due capitoli successivi che mostrano come Augusta non avesse una normativa sulla bancarotta e si regolasse secondo il diritto comune (cap. 4). Solo in seguito a queste vicende la città fu spinta a dotarsi di regole e misure per rafforzare le istituzioni (p. 143). Dalle carte processuali trapelano i dettagli sugli accordi societari che attestano come quasi tutti i soci avessero la responsabilità illimitata negli obblighi dell’impresa. La normativa allora in vigore prevedeva pertanto che gli interi patrimoni dei soci insolventi fossero a disposizione dei creditori, ad eccezione delle proprietà che le mogli portavano in dote.

Il quinto capitolo esamina il procedimento giudiziario a livello regionale e imperiale, dal quale emerge la fisionomia dei creditori degli Höchstetter: principi, nobili, ecclesiastici, cittadini, servitori, domestiche, dipendenti e contadini che avevano investito nella compagnia depositi di varia entità in cambio di un interesse fisso, animando un mercato finanziaro avant la lettre (p. 168). Ne risulta il quadro di un’azienda familiare il cui patrimonio si basava per la maggior parte su capitale esterno alla famiglia, individui anche forestieri, rintracciabili nei vari dibattimenti e le cui possibilità di risarcimento si affievolirono progressivamente nel corso della bancarotta, testimoni e vittime del crack finanziario degli Höchstetter, in una sorta di anticipo di «modernità» in pieno proto-capitalismo.

L’ultimo capitolo (cap. 6) si apre con la morte di Ambrosius, in prigione per debiti, nel 1534. In un'epoca in cui gli affari si fondavano sulla fiducia, la bancarotta poteva rappresentare la morte sociale ed economica. Ma così non fu: nel capitolo vediamo sfilare al processo uno dopo l’altro dipendenti, soci, parenti, servi, vicini, orafi e venditrici ambulanti fatti convocare dai creditori i quali testimoniano quanto la famiglia Höchstetter fosse integrata nel network dei propri pari e nella società cittadina e potesse contare su una comunità multidimensionale di relazioni tanto verticali quanto orizzontali (basate su forme di opportunismo o di solidarietà) che permise ai partner e alle moglie degli imputati di trasferire capitali – con vendite fittizie o trafugamenti di denaro, gioielli, oggetti e tessuti pregiati – per sottrarli ai creditori assicurando in tal modo la sopravvivenza del clan allargato e dei rami cadetti. A costoro vennero trasferite le ricchezze per poter ricreare l’impresa, in una strategia di resilienza che a metà del secolo diede i suoi frutti permettendo a Sebastian Höchstetter, con il sostegno di Ferdinando I d’Asburgo, di rilevare le vetrerie di Hall e a Daniel, figlio di Joachim Höchstetter, sfuggito alla bancarotta, di dar vita a un nuovo ramo impegnato nello sfruttamento delle miniere inglesi, concessegli da Elisabetta I d’Inghilterra. Il ricorso al patronage dei principi permise anche la liberazione dei due coimputati di bancarotta: nel 1541 un mandato di Carlo V ordinava il rilascio dei due Höchstetter sopravvissuti in prigione per dieci anni, accordato dai magistrati della città imperiale di Augusta non senza qualche esitazione e richiesta di garanzie.

Ancora una volta fu l'appoggio dell'imperatore a permettere agli Höchstetter di sottrarsi alle conseguenze della bancarotta: il patronage si confermava un aspetto tipico della pratica capitalistica fondata sull’accesso alle risorse naturali a prezzi stabili, bassi costi di transazione lungo il processo di produzione, di trasporto e di vendita con un vantaggio competitivo che poteva tenere a freno i concorrenti e assicurare un certo grado di successo.

 

[1] Sulla teoria istituzionalista si veda il classico D. North, Istituzioni, cambiamento istituzionale, evoluzione dell'economia, Bologna, Il Mulino, 2007; sulle pratiche del commercio un interessante inquadramento è offerto dal volume di M. Häberlein - C. Jeggle (Hrsg.) Praktiken des Handels. Geschäfte und soziale Beziehungen europäischer Kaufleute in Mittelalter und früher Neuzeit, Konstanz, UVK Verlagsgesellschaft, 2010.

[2] F.C. Lane, Società familiari e imprese a partecipazione congiunta, in F.C. Lane,  I mercanti di Venezia, Torino, Einaudi, 1996, pp. 237-255.

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