II, 2019/3

Portelli, Ivan

Il seminario centrale di Gorizia

Review by: Oliver Panichi

Authors: Portelli, Ivan
Title: Il seminario centrale di Gorizia. Dalla Restaurazione alla prima guerra mondiale
Place: Gorizia
Publisher: Istituto di Storia Sociale e Religiosa di Gorizia
Year: 2018
ISBN: 9788890766787

Reviewer Oliver Panichi - Università degli Studi di Teramo

Citation
O. Panichi, review of Portelli, Ivan, Il seminario centrale di Gorizia. Dalla Restaurazione alla prima guerra mondiale, Gorizia, Istituto di Storia Sociale e Religiosa di Gorizia, 2018, in: ARO, II, 2019, 3, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/3/il-seminario-centrale-di-gorizia-oliver-panichi/

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Come notava Maurilio Guasco nel 1986 per gli Annali della Storia d’Italia Einaudi, il tema della formazione del clero non va disgiunto dai problemi connessi alla definizione del ruolo e dell’immagine del sacerdote e del suo modo di collocarsi nella società oggetto di analisi.

Lo studio di Ivan Portelli sul Seminario Centrale di Gorizia segue tale presupposto, analizzando in modo molto ben documentato un caso specifico e riflettendo sui temi generali ad esso connessi. Un lavoro dal grande valore per la storia locale, dunque, ma che contiene elementi utili anche per chi sia interessato a tali temi in contesti geografici più ampi.

Principale anche se non unico luogo di formazione per i chierici del Litorale austriaco, il Centrale è anche un punto di osservazione della storia ecclesiastica e socio-culturale di Trieste, dell’Istria e delle isole quarnerine. Adottando tale prospettiva, Portelli fornisce elementi interessanti anche su figure quali Dobrila, Glavina, Flapp e Mahnič, ecclesiastici i cui percorsi di studio e (nel caso di Mahnič e Flapp) anche di docenza si sono incrociati con il Centrale e che poi nella loro attività episcopale hanno interagito con l’istituto ai fini della formazione del proprio clero diocesano.

Dopo aver discusso la formazione del clero austriaco nel Settecento e introdotto le istituzioni goriziane antenate del Centrale, Portelli propone un secondo capitolo che compendia l’intera storia del Seminario dal 1818. I restanti due capitoli sono focus tematici rispettivamente sulla didattica, sempre dal 1818 in avanti, e sui risvolti delle questioni nazionali vissute nell'istituto. Queste due parti si soffermano su aspetti parzialmente già trattati nel secondo capitolo, approfondendoli. Tale scelta fornisce la possibilità di una lettura modulare del testo su ambiti specifici di interesse, mentre la reiterazione di alcuni elementi consente di non perdere di vista il quadro generale.

Soffermandosi sulla fase pre-1818, Portelli discute gli indirizzi riformatori giuseppini nei loro risvolti locali. A partire dal 1782, Vienna incanalerà l’intervento economico dello Stato a favore della Chiesa attraverso il fondo di religione. Lo Stato gestirà la formazione del clero e il suo raggiungimento di una formazione culturale standard, diremmo oggi. Verrà creata una figura di sacerdote destinata prioritariamente alla cura d’anime e all’educazione scolastica della popolazione. Gli indirizzi muratoriani andranno a orientare la rinnovata azione pastorale per quanto riguarda gli aspetti legati alla devozione. Portelli richiama opportunamente tali elementi in quanto linee guida pervasive del Centrale dalla sua fondazione e anche, successivamente, in quanto cornici via via messe in discussione da parte di arcivescovi e docenti, in relazione a dinamiche extra-locali che l’autore illustra in modo ben documentato.

In quanto centro di formazione del clero regionale, Gorizia concorreva anche alla piena integrazione degli ex domini veneti istriani all’interno della compagine imperiale. Per la Dalmazia era invece il seminario di Zara ad assolvere tale ruolo. Sarebbe dunque interessante, in altri lavori, utilizzare questa particolare prospettiva di ricerca nel medesimo periodo per l’area dalmata ex veneta e per Ragusa (Dubrovnik).

Fra le direttrici tematiche trasversali a un arco cronologico che vede dei rilevanti cambiamenti di scenario c’è naturalmente la vita interna del Centrale. Lavorando sull’archivio e sulla biblioteca del Seminario Portelli delinea l’influsso che ciascun arcivescovo ha esercitato sull’istituto, dalla scelta dei docenti a quella delle autorità interne quali rettore e direttore spirituale, decisione quest’ultima che almeno fino al 1871 veniva informalmente basata su una divisione equanime dei ruoli fra sacerdoti di lingua italiana o slava (p. 108).  

Un’altra direttrice riguarda la presenza dello Stato all’interno del Centrale. Gli ambiti di intervento, cioè, nei quali venivano regolati il suo finanziamento e la normativa dei posti gratuiti per i chierici delle diocesi suffraganee, in un quadro di impulso meritocratico alla formazione dei ragazzi meno abbienti. Nei primi tre decenni l’intervento statale fu assai pervasivo in quanto la burocrazia ministeriale stabiliva piani di studio, docenti e manuali. Poi, fra 1849 e 1856 tali competenze verranno trasferite dagli organismi ministeriali agli ordinari diocesani. Portelli fornisce le chiavi interpretative anche meno immediatamente evidenti in relazione alla documentazione burocratica austriaca, a quella interna al Seminario e alle pastorali degli arcivescovi.

La lenta maturazione da parte ecclesiastica di una critica al sistema giurisdizionalista erede del giuseppinismo viene affrontata anche con un utilizzo mirato delle fonti vaticane. Fra le mura del Centrale tali processi risultano  pertinenti al fine di leggere il graduale ricambio nel corpo docente e per certi versi anche nei modi e nei contenuti dell’insegnamento, attraverso le tappe della storia della Chiesa in Austria: il Concordato del 1855, che secondo Portelli rappresentò più uno snellimento di processi burocratici che una rottura effettiva con la legislazione giuseppina (p. 149), la sua denuncia da parte statale e le leggi liberali fra anni Cinquanta e Settanta.

Ulteriore direttrice della trattazione è poi la ripercussione delle idee nazionali sui seminaristi. Alterchi fra confratelli si verificano nel 1866, ma la documentazione goriziana dal 1874 al 1883 – ammette Portelli – non consente di seguire le implicazioni conflittuali di un impegno politico e culturale che comunque, proprio in quei decenni, inizia ad essere avvertito come sempre più energico (p. 187). Sia in questa fase che nell’ultimo decennio dell’Ottocento (più ricco di documentazione al riguardo), spesso la direzione del Seminario avrà comunque modo di stigmatizzare il nazionalismo ed invitare i seminaristi alla concordia fraterna.

Il focus sui piani e sui manuali di studio nel terzo capitolo offre prospettive di ricerca comparativa con i seminari lombardo-veneti e con quello di Lubiana. Le tesi giurisdizionaliste e gli influssi del febronianesimo presenti in non pochi manuali ne comportavano la frequente messa all’Indice, ma da parte delle autorità ministeriali la ricezione di tali pronunciamenti fra 1826 e 1834 sarà spesso soltanto di facciata (p. 268).

Analizzando appunti di studenti e manoscritti utilizzati dai docenti durante le lezioni a Gorizia, l’autore formula poi alcune osservazioni circa i margini di discrezionalità degli insegnanti. Anche qui Portelli registra l’influsso di dinamiche più ampie, come l’evoluzione del ruolo di curatore d’anime verso la imitatio Christi e poi, sotto Leone XIII, la ricezione del tomismo come dottrina filosofica e teologica ufficiale della Chiesa.

Il quarto capitolo presenta analisi quantitative su provenienza e lingua madre dei chierici. Propone poi un nucleo di documentazione molto vivida, ovvero i verbali della Accademia di San Luigi, associazione dei seminaristi di lingua italiana che più volte fra anni Novanta dell'Ottocento  e primo decennio del Novecento sarà sciolta e poi ricostituita. Suo scopo principale era organizzare intrattenimenti musicali interni al Centrale ma anche fungere da palestra oratoria per i chierici. L’attenzione alla questione sociale, l’avversione al socialismo e al nazionalismo liberale sono temi ricorrenti, ma dai verbali emergono anche diatribe con i chierici slavi, talvolta non scevri di scintille di antislavismo stereotipato. Come nota l’autore, è davvero un peccato che non sia stato possibile rinvenire documentazione analoga relativa ai chierici slavi.

Sono comunque pagine che consentono di avvicinarci ai ragionamenti di quei giovani e di valutare come la formazione che stavano ricevendo interagisse con i loro preesistenti schemi mentali.

La documentazione utilizzata e gli spunti comparativi proposti sono fecondi per lo studio del nesso Italia-Slavia nel lungo Ottocento. In particolare, per continuare a indagare la graduale intersezione del clero cattolico con l’agire politico in chiave etnico-nazionale.

 

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