II, 2019/2

Carlantonio Pilati
Serena Luzzi (ed.)

Di una Riforma d’Italia

Review by: Mario Biagioni

Authors: Carlantonio Pilati
Editors: Serena Luzzi
Title: Di una Riforma d’Italia. Ossia dei mezzi di riformare i più cattivi costumi, e le più perniciose leggi d’Italia
Place: Roma
Publisher: Storia e Letteratura
Year: 2018
ISBN: 9788893591881
URL: link to the title

Reviewer Mario Biagioni

Citation
M. Biagioni, review of Carlantonio Pilati, Serena Luzzi (ed.), Di una Riforma d’Italia. Ossia dei mezzi di riformare i più cattivi costumi, e le più perniciose leggi d’Italia, Roma, Storia e Letteratura, 2018, in: ARO, II, 2019, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/2/di-una-riforma-ditalia-mario-biagioni/

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L’uscita de Di una Riforma d’Italia di Carlantonio Pilati (pubblicata anonima a Coira nel 1767) fu salutata da giudizi di approvazione in molte parti d’Europa, soprattutto in Francia, dove Voltaire, scrivendo all’amico Pierre-Michel Hennin nell’ottobre del 1768, esclamava: “Ma che bel libro, la Riforma d’Italia! Che si lasci fare agli Italiani, andranno a briglia sciolta”. Pochi giorni dopo, rivolgendosi  a d’Alembert, aggiungeva: “Avete letto la Riforma d’Italia? Il termine canaglia è il solo di cui ci si serve per designare i monaci”. Non è un caso che, mentre i tribunali ecclesiastici di Trento, di Feltre, e poi la Congregazione dell’Indice a Roma, si affrettavano a emanare decreti di condanna,  nel corso del 1769 vedessero la luce due traduzioni in francese dell’opera, la prima a Parigi e la seconda ad Amsterdam, che aprirono la strada alla sua fortuna europea. Voltaire considerava quel libro come una testimonianza del successo che la rivoluzione dei lumi stava ottenendo anche in Italia e assimilava il pensiero di Pilati alla propria prospettiva deista e anticristiana. In realtà, la vigorosa polemica antiecclesiastica di Pilati non condivideva quelle istanze né, tantomeno, implicava un’inclinazione verso l’ateismo sul modello proposto da Bayle. Le  fondamentali ricerche svolte da Franco Venturi nella seconda metà del secolo scorso hanno sottolineato infine la distanza che separa l’anticurialismo de Di una Riforma d’Italia dalle interpretazioni patriottico-nazionali che le furono attribuite dalla storiografia tra Otto e Novecento, collocandola invece nel quadro del cosmopolitismo europeo settecentesco. La stessa formazione di Pilati e le vicende della sua vita trascendono gli orizzonti nazionali e si misurano invece con una circolazione delle idee che attraversa il mondo germanico (ad Augsburg ed a Helmstedt trascorse un periodo fondamentale agli inizi della sua carriera, tra il 1760 e il 1762) e lo pone a contatto con la cultura giuridica olandese e inglese, nonché con la filosofia scozzese. Nonostante il fatto che Trento e l’Austria (Salisburgo e più tardi Vienna) rappresentino il baricentro dei suoi incessanti spostamenti, Pilati è un intellettuale europeo nel senso più profondo del termine, non solo in virtù dei numerosi viaggi (Coira, Padova, Venezia, Parigi, Londra, l’Aja, Berlino, Napoli, Leida, Rotterdam, Firenze), ma perché i suoi interlocutori, reali e ideali, appartengono a una comunità scientifica priva di confini geopolitici. È un dato che emerge dall’attenta ricostruzione delle fonti, spesso non dichiarate, delle quali è intessuto il testo de Di una Riforma d’Italia e che la curatrice del volume, Serena Luzzi, segnala accuratamente sia nelle note a piè di pagina, sia nell’ampia e documentata introduzione. Dalle parole di Pilati emerge un mondo di letture e di incontri che va oltre la tradizione del pensiero politico italiano, pur fortemente presente (Muratori, Giannone, Genovesi, fino a Machiavelli), per aprirsi agli influssi della filosofia morale dello scozzese Francis Hutcheson e, attraverso di lui, all’opera dell’anglicano William Warburton, al relativismo di Montaigne e a quello di Montesquieu, al giurisdizionalismo di Febronio, alias Nikolaus von Hontheim, al pensiero dell’ugonotto Jan Barbeyrac e più in generale alle suggestioni, anche contrastanti, di giuristi e teologi di area luterana, quali Lorenz von Mosheim, Adolph Hoffmann, Friedrich Just Riedel, Gottfried Achenwall, Gotthilf Christian Reccard, Christian Fürchtegott Gellert, benché Pilati sia sempre rimasto formalmente cattolico.  Questa apertura intellettuale de Di una Riforma d’Italia non elimina però del tutto l’impressione che dinanzi ad alcuni grandi temi del dibattito culturale della prima età moderna essa mantenga un respiro più corto. Appaiono significativi sia l’estraneità rispetto al problema dell’essenza della religione, sia lo spazio esiguo dedicato a quello della tolleranza, sebbene si tratti certamente anche di effetti dell’impostazione pragmatica della proposta di Pilati. Nei diciassette capitoli dei quali si compone l’opera, egli traccia il quadro di una riforma delle istituzioni e del diritto che si fonda su una visione giurisdizionalista e anticuriale dello stato, volta a secolarizzare l’Italia eliminando il potere temporale del Pontefice e riducendo drasticamente l’influenza degli ordini regolari con un taglio consistente nel numero dei loro membri. La religione rimane però instrumentum regni, secondo l’insegnamento di Machiavelli, e in quanto tale risulta necessaria per la tenuta dello stato. Pilati immagina una Chiesa nazionale, senza patrimoni e privilegi, presumibilmente di religione cattolica, nella quale la formazione dei prelati sia regolata dallo stato e, forse, la loro nomina dipenda dal potere del principe. Proprio per questo l’ateismo è definito una pazzia, non viene considerata l’eventualità dell’ateo virtuoso, e anche il culto di un essere supremo – quindi una religione aconfessionale – gli risulta estraneo. Al problema della tolleranza religiosa è dedicato il brevissimo capitolo secondo (4 pagine a stampa delle 286 complessive), che non era previsto nel piano iniziale dell’opera e fu aggiunto solo in una fase avanzata della composizione. Pilati vi sostiene la convenienza di una politica di tolleranza per il mantenimento della pace dello stato e per favorire la sua prosperità economica, avendo forse nella mente il modello dei Paesi riformati. Si tratta indubbiamente di una novità senza precedenti per la timidissima realtà italiana, assuefatta al dominio pressoché incontrastato della religione cattolica, e non è un caso che proprio su questo capitolo si concentrassero gli attacchi censori più veementi. Resta tuttavia fuori dall’orizzonte di Pilati il dibattito intorno alla libertà religiosa sviluppatosi in Europa a partire dal Cinquecento, che costituisce invece il presupposto del Tractatus di Spinoza, del Commentaire di Bayle, del Traité sur la tolérance di Voltaire. Nella sua proposta dominano il relativismo e il giurisdizionalismo più radicale, che lo spingono ad ammettere l’espulsione di comunità religiose a discrezione del principe anche quando non vi siano evidenti rischi per la stabilità del Paese. Di una Riforma d’Italia rimane comunque, con queste peculiarità, un’opera estremamente innovativa, per certi versi unica, nella cultura del Settecento riformatore e Serena Luzzi ha avuto il merito di renderla fruibile a un pubblico non solo di specialisti grazie a un’edizione scrupolosa e capace di fornire numerosi spunti di riflessione.

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