Annali dell'Istituto storico italo-germanico | Jahrbuch des italienisch-deutschen historischen Instituts

41, 2015/1

Arnold Suppan

Hitler – Beneš – Tito

Review by: Eva Pfanzelter

Authors: Arnold Suppan
Title: Hitler – Beneš – Tito. Konflikt, Krieg und Völkermord in Ostmittel- und Südosteuropa
Place: Wien
Publisher: Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften
Year: 2014
ISBN: 978-3-7001-7309-0

Reviewer Eva Pfanzelter

Citation
E. Pfanzelter, review of Arnold Suppan, Hitler – Beneš – Tito. Konflikt, Krieg und Völkermord in Ostmittel- und Südosteuropa, Wien, , 2014, in: ARO, 41, 2015, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2015/1/hitler-benes-tito-konflikt-krieg-u-eva-pfanzelter/

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L’opera monumentale Hitler – Beneš – Tito si presenta in tre volumi e 2060 pagine. Nel terzo volume, che totalizza 295 pagine, si trovano gli elenchi e gli indici analitici. Qui si nasconde però anche una delle perle di questo lavoro di ricerca: l’indice delle illustrazioni di circa 70 pagine e corredato di 13 carte geografiche offre una impressione visiva unica del periodo e della regione trattata che è difficile riscontrare altrove con questa ampiezza. Il primo volume è funzionale a delineare il contesto storico precedente e all’inquadramento dell’ambito tematico in quella «storia internazionale» dal 1848 al 1941, come la definiscono i curatori della serie, Michael Gehler e Wolfgang Müller, nella prefazione. Il nocciolo dell’opera è tuttavia costituito, con circa 1000 pagine, dal secondo volume nel quale si pone al centro della trattazione il dominio nazionalsocialista a partire all’incirca dal 1938 fino al termine delle espulsioni e delle deportazioni forzate di massa nell’Europa sud-orientale, centrale e orientale. Anche un excursus relativo alla storia della memoria trova qui pur sempre uno spazio – anche se un po’ trascurato.

Senza dubbio i volumi che abbiamo di fronte costituiscono l’opera di una vita. Lo storico austriaco dell’Europa orientale ed ex vicepresidente della Österreichische Akademie der Wissenschaft, nonché ex professore universitario e direttore dell’Institut für Osteuropäische Geschichte presso l’Università di Vienna, Arnold Suppan, può attingere a una lunga tradizione di ricerca, a numerosi soggiorni di studio dagli anni Settanta in avanti, a dozzine di monografie, raccolte ed edizioni di documenti sull’argomento. Altrettanto ampio e plurilingue, supportato da circa 3600 note a piè di pagina, è il corpus della bibliografia presa in esame e dei materiali visionati, provenienti dai più svariati archivi.

Obiettivo fondamentale dell’opera è l’elaborazione della storia dei conflitti dell’Europa sud-orientale, centrale e orientale dalla monarchia asburgica, a partire dalla metà del XIX secolo, ad oggi. Un secolo della storia tedesco-austriacocecoslovacca, ovvero tedesco-austriaco-jugoslava, carica di tensione e disseminata di scontri bellici, deve essere indagato nei suoi «presupposti, contesti, sviluppi degli eventi, retroterra e conseguenze etnici, politici, giuridico-internazionali, economici, sociali, culturali e psicologici» (p. 1724). Quanto a ciò la storia della tedesco-austriaco-slava raggiunse indubbiamente il suo culmine in senso negativo nel decennio tra il 1938 e 1948, storia nella quale sono all’ordine del giorno dapprima l’aggressione nazionalistica e la politica di occupazione che terrorizzò i Paesi dei Balcani e in seguito la sottomissione, il collaborazionismo, la resistenza e la rappresaglia da parte della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. L’autore parla perciò di un decennio delle catastrofi perché il terrore del regime nazionalsocialista, sulla base delle rappresentazioni fornite da Adrian von Arburg, rese possibile una «fatale logica di vendetta» [1] che legittimò tutte le forme di violenza fino al farsi giustizia da sé. La conseguenza fu una totale separazione etnica di tedeschi e austriaci da una parte e cechi, slovacchi, sloveni, croati e serbi dall’altra. Con ciò, argomenta Suppan, la storia delle relazioni delle nazionalità e delle confessioni raggiunse in questo decennio il suo minimo storico. A tal proposito può essere considerata una delle tesi di fondo dello storico quella secondo cui le azioni di rappresaglia e di espulsione in Cecoslovacchia e in Jugoslavia sarebbero solo in parte legittimabili per via dell’occupazione nazionalsocialista e furono purtuttavia essenziali nella formulazione delle «risoluzioni dell’AVNOJ» e dei «decreti Beneš» da parte di tutti i raggruppamenti politici dopo il 1945 (p. 1724). Di qui scaturisce, secondo l’autore, la necessità di una comparazione differenziata e multinazionale per elaborare una valutazione complessiva, una comparazione che presti attenzione anche alle conseguenze e alle diverse tradizioni o repressioni della memoria. Per rendere spiegabile questa spirale relazionale negativa tenendo in debita considerazione le istanze socio-psicologiche viene effettuato un ricorso a tradizioni di ricerca affermate, cioè alla storia della comune «esperienza nazionale» dei Paesi balcanici sotto la monarchia asburgica alla metà del XIX secolo.

Ulteriore obiettivo fondamentale di Suppan è quello di chiudere con quest’opera delle falle nella storiografia. Muovendo dal fatto che una storia esaustiva di tutte le prospettive sui conflitti di tutte le parti coinvolte non sarebbe realizzabile l’autore intende applicare il medesimo metro di valutazione ai «vincitori» e ai «vinti» includendo in questo «bilancio complessivo» anche i regimi di occupazione e le vittime civili. L’eccidio della comunità ebraica europea, la Shoah, non subirebbe per questo, in quanto «apice del genocidio e crimine contro l’umanità» alcuna relativizzazione e tuttavia verrebbe prestata attenzione anche ai crimini commessi nei gulag, alle deportazioni, agli attacchi aerei alleati, alle espulsioni e gli eccidi di massa al momento della fine della guerra e nel periodo successivo ad essa. Così l’autore rivolge lo sguardo altrove e tematizza anche le memorie divergenti tra la maggioranza costituita dai tedeschi e dagli austriaci da una parte e la minoranza costituita dagli altri popoli dell’Europa sud-orientale, centrale e orientale dall’altra.

In aggiunta a ciò Suppan intende colmare un’ulteriore lacuna storiografica. Mentre il periodo 1930-1945 è senz’altro l’epoca meglio studiata della storia tedesca complessiva, lo stesso non si può affatto affermare per la cornice geografica qui indagata. Sia per quanto riguarda la storia ceca sia per quando riguarda la storia dell’ex Jugoslavia vale il fatto che vi sono certamente molte ricerche che esaminano a fondo singoli aspetti specifici, ma queste non assumono il carattere di una oggettivabile rappresentazione d’insieme. Con ciò la storia verrebbe spesso posta al servizio del superamento del passato, verrebbe praticata la falsificazione della storia e gli aspetti problematici verrebbero consapevolmente marginalizzati. Questi criteri valgono tuttavia a maggior ragione nella storia tedesco-austriacoceca ovvero tedesco-austriaco-jugoslava. Gli ultimi finora hanno fallito a causa di differenti valutazioni e interpretazioni del coinvolgimento, del collaborazionismo e della resistenza dell’occupazione nazionalsocialista in conseguenza dei decreti Beneš rispettivamente delle risoluzioni dell’AVNO e delle narrazioni ufficiali e delle tradizioni della memoria ancor oggi differenti per questo motivo (p. 18).

Riesce dunque Arnold Suppan nel suo monumentale intento? Senza dubbio è possibile mantenere come punto fermo che la storia delle relazioni delle regioni prese in esame viene indagata in modo esaustivo e che, attraverso il riferimento ad una miriade di protagoniste e protagonisti tratto da innumerevoli documenti e discorsi, le tesi esposte vengono enormemente rafforzate e vengono inoltre espresse in un modo agevole da seguire grazie all’impiego stilisticamente abile di enumerazioni. In modo molto ampio e chiaro vengono illustrati i rapporti etnici e confessionali sotto la monarchia asburgica fino al primo conflitto mondiale e la loro radicalizzazione nella Prima guerra mondiale viene individuata come la principale responsabile del determinarsi di nazionalità escludentisi reciprocamente. L’ordine di pace che, dopo la Prima guerra mondiale, fu costituito dagli Stati sorti a seguito della dissoluzione della monarchia asburgica condusse tuttavia a quella suddivisione dell’Europa nella quale colpevoli e incolpevoli della guerra si contrappongono in maniera insanabile – e questo anche all’interno dei nuovi Stati nazionali che non erano stati disegnati lungo confini etnici. Anche qui Suppan riesce a costruire con coerenza una linea argomentativa che si spinge fino agli attacchi nazionalsocialisti sulla Cecoslovacchia e alla conquista militare della Jugoslavia. Segue poi una meticolosa rappresentazione delle espulsioni, degli espropri e delle «pulizie etniche», nell’ambito della quale l’autore rivendica continuamente la responsabilità individuale di tutte le parti coinvolte in questa fase della rappresaglia nei confronti dei «tedeschi», che vengono poste quasi senza eccezione sullo stesso piano del sistema nazionalsocialista. L’ampliamento del discorso alla diseguale cultura della memoria nelle diverse nazioni dopo il 1945, spiega poi come una regia fortemente politica e di Stato influenzi la memoria di intere società.

Nonostante tutte queste particolarità indubbiamente meritevoli di grande considerazione dei tre volumi di Arnold Suppan è tuttavia doveroso segnalare alcune poche inadeguatezze: le continue citazioni dalla documentazione originale (forse necessarie per via del ricco materiale documentario) all’interno di lunghi periodi ‘a incastro’ rendono non facile la lettura dell’opera. L’argomentazione passa qua e là in secondo piano dietro a un minuzioso elenco di numeri, date, fatti e nomi, per cui i modelli esplicativi risultano difficili da identificare. Nonostante la dichiarata intenzione di riservare un trattamento paritario ai protagonisti e alle aree geografiche oggetto di indagine, lo sguardo sia su Adolf Hitler (a lui sono dedicate 54 pagine dell’Introduzione, a Edvard Beneš 21 pagine e a Josip Braz Tito soltanto 15) sia sulla politica e sul dominio nazionalsocialista rimane elemento centrale dell’indagine. Non ben riuscita risulta al di là di ciò la panoramica sulla cultura della memoria europea poiché questa consiste oggi in molto di più che in ricercati discorsi di singoli uomini politici qui soprattutto tedeschi (che dominano il discorso in questo saggio). I tre volumi non possono inoltre, malgrado le intenzioni contrarie dell’autore, essere uniformemente visti come contributo alla pacificazione di questa storia di conflitti: a volte i giudizi su autori e autrici e su protagoniste e protagonisti non sono testimoni di empatia e considerazione dell’ambiente sociale del tempo. A prescindere da ciò, quest’opera deterrà senz’altro per il prossimo periodo il primato nell’interpretazione sul tema almeno fino a quando l’autore non vorrà proporre in un secondo momento sul medesimo tema, traendola dall’abbondanza dei dettagli, un’analisi breve la cui corposità consista invece nella struttura argomentativa. Fino ad allora si consiglia alle lettrici e ai lettori di procedere in maniera selettiva nella lettura; solo in questo modo potrà dischiudersi l’enorme vastità della conoscenza dell’autore e la profondità di questa analisi.

[1]  A. von Arburg, Das Katastrophenjahrzent 1938-1948 im Spiegel der historischen Forschung, in Antikomplex (ed), Tragická místa paměti 1935-1945: Průvodce po historii jednoho regionu / Tragische Erinnerungsorte 1935-1945: Führer durch die Geschichte einer Region, Praha 2010, pp. 62-94, qui p. 62.

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