II, 2019/2

Chiara Lucrezio Monticelli

Roma seconda città dell'Impero

Review by: Marco Meriggi

Authors: Chiara Lucrezio Monticelli
Title: Roma seconda città dell'Impero. La conquista napoleonica dell'Europa mediterranea
Place: Roma
Publisher: Viella
Year: 2018
ISBN: 9788867287246
URL: link to the title

Reviewer Marco Meriggi - Università di Napoli

Citation
M. Meriggi, review of Chiara Lucrezio Monticelli, Roma seconda città dell'Impero. La conquista napoleonica dell'Europa mediterranea, Roma, Viella, 2018, in: ARO, II, 2019, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/2/roma-seconda-citta-dellimpero-marco-meriggi

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Negli ultimi lustri la ricerca storica sull’età napoleonica ha aperto importanti cantieri inediti, o comunque di rado messi alla prova in relazione a quella scala analitica della territorialità che lo spatial turn ha proposto da qualche tempo come irrinunciabile ambito di verifica della transizione tra Ancien Régime e mondo contemporaneo.

Di questi orientamenti il volume di Chiara Lucrezio Monticelli offre la convincente applicazione a un caso specifico, quello relativo ai territori ex-pontifici entrati a far parte nel 1809 dell’Empire di Bonaparte, e alla città di Roma in particolare. Al tempo stesso, però, l’autrice cerca coraggiosamente di riconnettere questo approccio – declinato attraverso la ricostruzione riccamente documentata dei processi di riordino del ritaglio amministrativo e di organizzazione del sistema anagrafico nei dipartimenti che dal 1809 costituirono la frontiera meridionale dei territori direttamente dominati da Parigi – a un filone un tempo classico nello studio dell’età napoleonica: quello della geopolitica, che nei tempi recenti, segnati dalla centralità della storia sociale, ha goduto certamente di attenzione minore rispetto a quella che veniva ad esso riservata all’epoca dell’egemonia della cosiddetta storia politica “tradizionale”. Ma non ci si ferma qui. Alcune parti dello studio, infatti, propongono un’ulteriore prospettiva, che indugia soprattutto sul tema delle politiche culturali e, più in generale, su quello dell’affabulazione mitologica alimentata dalla presenza dei vari strati di civiltà dei cui lasciti si nutriva la storia tutta particolare (e, in tal senso, decisamente eccezionale) della città che dal 1809 alla caduta di Bonaparte fu la seconda dell’Impero.

Quella che ne risulta è un'intrigante contaminazione tra strategie di messa a fuoco storiografica animate da una ratio molto diversa e non sempre facilmente suscettibili di dialogare l’una con l’altra. Ne scaturisce una costruzione argomentativa non sempre del tutto agevole da seguire nei suoi snodi connettivi, ma senza dubbio ricca di risultati notevoli.

Sullo sfondo aleggia il Leitmotiv della “missione civilizzatrice” di cui il funzionariato napoleonico (francese, ma anche piemontese) inviato a governare Roma ritenne di farsi interprete, nel momento in cui veniva a contatto con territori e popolazioni di cui la letteratura di viaggio settecentesca – non meno dell’elaborazione illuministica delle suggestioni che da essa emergevano – aveva offerto una descrizione in termini spesso folclorici e pittoreschi, evidenziandone volentieri la natura storicamente arretrata e le inclinazioni superstiziose; la sostanziale appartenenza, dunque, a un passato che ora lo Stato accentrato napoleonico, attraverso i suoi dispositivi burocratici di dominio, si riprometteva di riscattare. Sono temi, questi, di recente proposti a più riprese da una stagione di ricerca che si è avvalsa delle indicazioni avanzate da Edward Said nel suo celebre libro dedicato all’”orientalismo”. E qui se ne trova, per alcuni versi, una riproposizione ben calibrata e analiticamente molto raffinata, basata sulla valorizzazione critica di corrispondenze d'ufficio concepite da alcune dei loro estensori (tra i quali spicca, naturalmente, una figura come quella di Joseph-Marie de Gérando; non solo responsabile degli Affari interni nel governo provvisorio della Consulta straordinaria per gli Stati romani insediata da Bonaparte al momento dell’aggregazione all’Empire di quei territori, ma anche massimo teorico della moderna statistica amministrativa) come vere e proprie scritture etnografiche, in adesione al “doppio fine enciclopedico e governamentale” ( p. 71) perseguito dalla machina istituzionale imperiale in Italia.

ll fatto è, tuttavia, che i dipartimenti ex-pontifici non rappresentavano soltanto la periferia meridionale esotica e un poco malandata dell’Impero. Essi, infatti, sotto il profilo geopolitico, costituivano al tempo stesso il cuore pulsante di un futuribile disegno egemonico che tendeva a individuare nella penisola italiana la testa di ponte per l’articolazione di un progetto imperiale “neo-costantino” – secondo la definizione di Daniele Menozzi – dalle larghe risonanze mediterranee e dalla marcata impronta antibritannica; e proprio all'Italia Bonaparte non disdegnava di imprimere una connotazione spiccatamente cattolica, in quanto speculare a quella protestante caratteristica dell’imperialismo inglese concorrente. Di questa proiezione imperiale mediterraneo-napoleonica Roma, con la ricchezza esuberante dei suoi poliedrici passati – da quello della romanità a quello confessionale – rappresentava il centro di irradiazione deputato. Moderno Stato burocratico accentrato, e al tempo stesso spazio territoriale multinazionale e multiculturale, il sistema di dominio napoleonico si cristallizzava peraltro in una forma imperiale diversa da quella degli imperi “fluidi” e decentrati di età moderna ed era spinto ad andare alla ricerca di più centri di coesione territoriale e funzionale. In altre parole, Roma era, al suo interno, tanto periferia quanto centro. E se dell’Impero Parigi costituiva la capitale politico-culturale e Amsterdam quella economico-commerciale, nei suoi brevi anni napoleonici la città degli imperatori romani e dei papi venne concepita come una sorta di capitale artistica del macro-insieme territoriale di cui faceva parte; una capitale da rilanciare facendo leva sullo straordinario patrimonio plurimillenario di cui essa disponeva, proponendosi in fondo da sé come sintesi simbolica di quel museo a cielo aperto in veste del quale, a prescindere dalle suddivisioni territoriali che la caratterizzavano, l’Italia napoleonica venne spesso celebrata dai suoi governanti, come unità per molti versi compatta. Al tempo stesso, si intese fare di Roma il canale di propagazione di una rinnovata aspirazione universalistica, che poteva alternativamente o complementariamente riconnettersi tanto alla tradizione della romanità quanto a quella di matrice cattolica.

Dissodando di volta in volta temi, come si accennava, apparentemente distanti l’uno dall’altro – l’organizzazione amministrativa del territorio, le politiche culturali del governo; o, anche, i piani di riassetto urbanistico di Roma – il volume offre così una rilettura complessiva delle vicende della “seconda città dell’Impero” e della dimensione mediterranea ad essa correlata, che ha il merito sostanzioso di contribuire ad attenuare e a modulare quello schematismo di ispirazione saidiana nel quale si è talvolta arenata la recente ricerca in materia e di valorizzare, invece, il piano analitico della mediazione tra centro e periferia, sottolineando al tempo stesso la natura funzionalmente cangiante di quest’ultima. Quello di Chiara Lucrezio Monticelli è un libro davvero originale, i cui molteplici punti di fuga si propongono peraltro come suscettibili di venire ulteriormente sviluppati, applicando le medesime categorie concettuali ad altri contesti territoriali.

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