II, 2019/2

Raffaello A. Doro

In onda

Review by: Sara Zanatta

Authors: Raffaello A. Doro
Title: In onda. L’Italia dalle radio libere ai network nazionali (1970-1990)
Place: Roma
Publisher: Viella
Year: 2017
ISBN: 9788867287505
URL: link to the title

Reviewer Sara Zanatta - Fondazione Museo Storico

Citation
S. Zanatta, review of Raffaello A. Doro, In onda. L’Italia dalle radio libere ai network nazionali (1970-1990), Roma, Viella, 2017, in: ARO, II, 2019, 2, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/2/in-onda-sara-zanatta

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Massimo Cirri, storica voce del servizio pubblico italiano, nella prima delle Sette tesi sulla magia della radio "dimostra che la radio nasce su una tragedia e che lì, nella disgrazia, il disastro, la sciagura e la catastrofe, fonda il suo formato. Il medesimo che conosciamo ora. E che l’eco di questa origine continua ancora a farsi sentire tra le onde" (p. 15). Il libro di Raffaello Doro In onda, uscito sempre nel 2017, sviluppa a suo modo l’idea che il formato radiofonico debba la sua origine a un evento negativo, sciagurato. Solo che in questo caso la 'disgrazia' non è quella, terribile, del Titanic, ma quella del monopolio di Stato, monarca dell’etere in tutta Europa con la sua voce ingessata e l’indole moralizzatrice. Il saggio racconta la storia delle radio libere, private e indipendenti, tra il 1970 e il 1990, ovvero tra la prima esperienza radiofonica indipendente (Radio Sicilia Libera) e l’approvazione della legge Mammì (n. 223/1990). Analizza quindi uno dei periodi più interessanti dal punto di vista dei production studies e lo fa ricorrendo spesso a uno sguardo comparativo, quanto mai inedito per questo genere di studi soprattutto in campo radiofonico. Le fonti utilizzate sono molteplici: ci sono le preziose fonti sonore (come l’inedito archivio personale di Roberto Renzetti, uno dei redattori di Radio Città Futura, ma anche il ricco archivio di Radio Popolare), fonti del diritto (gli atti parlamentari, le discussioni, le leggi), letteratura grigia (manifesti, rapporti di ricerca, atti di convegno, palinsesti) e fonti narrative (la stampa del tempo). Nel complesso, tali fonti aiutano a ricostruire il clima del periodo e l’opinione pubblica in materia di comunicazione di massa, ma anche a delineare la linea editoriale e i palinsesti delle diverse emittenti, sebbene siano utilizzate per fini più descrittivi che analitici.

Il libro si sviluppa in cinque periodi, ciascuno corrispondente a un capitolo. Il primo è dedicato alle origini delle radio libere: prende avvio dalle esperienze 'marittime' delle radio pirata offshore – quando il segnale arrivava da vecchie navi ancorate in acque internazionali – e dal loro boom in Inghilterra in seguito alla nascita di Radio Caroline; confronta le prime esperienze di comunicazione 'dal basso' in Francia e in Italia (con la già citata avventura siciliana del sociologo Danilo Dolci); riporta l’acceso dibattito sul servizio pubblico che portò alla legge di Riforma del 1975, con la conferma del monopolio di Stato sulle trasmissioni; e infine analizza la capillare diffusione delle cosiddette "radio libere", protagoniste della stagione dei “cento fiori” (la ripresa dello slogan maoista si deve al ministro delle Poste e Telecomunicazioni Vittorino Colombo). Dal punto di vista storiografico, gli elementi più interessanti di questa prima parte sono a mio avviso due: l’osservazione della genesi di un nuovo “campo produttivo” e il tentativo di intrecciare l’esperienza radiofonica con il “lungo Sessantotto” e la contro-informazione. Da una parte, vengono documentati il costituirsi della prima associazione di categoria, la nascita di alcune riviste di settore, come Mille Canali, lo sviluppo di investimenti pubblicitari in ambito locale, il formarsi di un gruppo di professionisti (giornalisti, musicisti, tecnici) a partire da un bacino volontaristico. Dall’altra parte, viene messa in luce la diffusione, già a partire dal biennio 1968-1969, di canali informativi alternativi alla radio di Stato e autonomi dal potere dominante (non a caso Patrice Flichy usa l’espressione “radio parallele”).

Da qui prendono avvio le riflessioni del secondo capitolo/periodo che privilegia la comunicazione politica e ruota intorno al 1977: "un caleidoscopio di immagini e una babele di parole. Un mosaico di cui non si riescono a ricomporre le tessere" (Falciola, 2016, p. 10). Tessere che a tratti sembrano sfuggire allo stesso autore, quando rinuncia alla costruzione di una solida tipologia delle “radio politiche” e preferisce muoversi per accumulazione di esperienze significative, lasciando a chi legge l’onere di cogliere le differenze (o le somiglianze?) tra radio “democratiche”, “alternative”, “di movimento”, “militanti”, “di controinformazione” e, un po’ in disparte, le pur numerose “emittenti di destra”. I casi esemplari dell’attivismo radiofonico del periodo sono quelli più noti, in buona parte già studiati o addirittura “romanzati”: Radio Popolare a Milano, espressione delle tante anime della sinistra extraparlamentare e sindacale, che con la corrispondente Edoarda Masi copre, tra le prime, la notizia della morte del Presidente Mao Zedong; Radio Radicale a Roma, nata su impulso del gruppo dirigente del Partito Radicale che propone l’inedita trasmissione in diretta dei lavori del Parlamento; Radio Città Futura, sempre a Roma, che oltre a "produrre […] informazione alternativa", "promuove una forte identità di gruppo intorno a dei valori ideologici condivisi con gli ascoltatori", tanto da "diventare al tempo stesso megafono e componente" del movimento studentesco giovanile (p. 109); Radio Alice di Bologna, che, ispirandosi alle avanguardie artistiche e poetiche e abbracciando il movimento del “mao-dadaismo”, si distingue per la volontà di sovvertire il linguaggio radiofonico, per lo stile ironico e irriverente, per aver documentato in diretta perfino l’irruzione della polizia nei suoi locali; e ancora Radio Onda Rossa di Roma, una radio cittadina gestita dai comitati di zona, di quartiere e di fabbrica, Radio Sherwood di Padova, protagonista dell’inchiesta giudiziaria nota come “caso 7 aprile”, il laboratorio radiofonico torinese (con Radio Torino Città Futura e Radio Flash) e i brevi accenni alla radiofonia campana e a Radio Aut di Cinisi, legata alla vicenda di Giuseppe Impastato, giovane militante di Democrazia Proletaria ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Preziosi sono i rimandi alle riflessioni di Felix Guattari sulla moltiplicazione dei piccoli gruppi quale humus per una trasformazione dal basso (la sua “rivoluzione molecolare”), alle argomentazioni di Umberto Eco dalle colonne del Corriere della Sera sul rapporto tra radiofonia e informazione, alla vicenda di Radio Libre Paris trasmessa dall’appartamento di Simone de Beauvouir, e alla breve vita della FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) ,che nel suo primo congresso conta oltre duecento emittenti.

La vocazione politica è stata nel complesso la più studiata della storia delle radio libere, in parte perché l’Italia in materia di radio democratiche ha fatto scuola, con la “formula aperta” fatta di programmi parlati e destrutturati, microfoni aperti sulle lotte sociali (la linea dell’advocacy journalism), musica non commerciale e underground. Molto meno studiate sono le esperienze di radio non politicizzate: le più numerose (in alcuni casi le più longeve), ma anche le più sfuggenti perché scarsamente documentate da supporti sonori, storie orali, cronache giornalistiche. Il terzo capitolo va cronologicamente a braccetto con il secondo, ma indaga invece questa dimensione locale della comunicazione radiofonica. Sono le vere "radio di relazione" e si dimostrano da subito "strumento ideale per dar voce alle comunità territoriali" (p. 159), sia attraverso uno spazio di informazione e discussione su tematiche locali sia attraverso una personalizzazione dell’offerta musicale, ampliata a dismisura a un gran numero di generi. Laddove "il localismo si afferma come valore autonomo contro l’egemonia nazionale" (p. 160) prende forma anche la reazione del servizio pubblico, di cui sono documentati i tentativi di mutamento strategico tra leggi mancate e perdita di ascolti.

I capitoli quarto e quinto raccontano infine gli anni Ottanta e introducono a una nuova geografia della radio in Italia, nella quale giocano un ruolo centrale lo sviluppo della televisione commerciale, la ricerca di una dimensione d’impresa da parte delle oltre quattromila emittenti locali e il successivo processo di inserimento nel mercato nazionale con l’imporsi dei grandi networks. Il tutto in una situazione di vuoto normativo e incertezza giuridica in materia di radiodiffusione, di una posizione defilata della radiofonia rispetto alla televisione e di un mutato clima socio-culturale che porta al cambiamento stesso della funzione sociale della radio, ora intesa come strumento di evasione personale e intrattenimento musicale. L’ultima parte del testo mostra quindi la normalizzazione del settore con "la fine delle speranze e delle illusioni nell’idea di comunicazione alterativa ai grandi circuiti mediatici" (p. 212), da una parte, e l’imporsi di forme di comunicazione sempre più omogenee nei formati ma segmentate per nicchie di pubblico, dall’altra. Se i dati sul pubblico sono numerosi e ben contestualizzati, le informazioni riguardanti il mercato produttivo e le mutate condizioni economiche della radiofonia risultano carenti. Chiude l’analisi una carrellata sulle “radio comunitarie”, considerate eredi dirette delle radio libere: si ritorna così sui destini di Radio Radicale e Radio Popolare, mentre vengono introdotte (purtroppo solo brevemente) le esperienze delle radio cattoliche e l’interessante caso di Radio Krishna Centrale.

Il testo nel complesso è densamente documentato e riesce a combinare abilmente lo sviluppo tecnologico con i cambiamenti istituzionali e giuridici, gli aspetti produttivi, testuali e ricettivi della radiofonia “libera”, mettendola spesso in relazione con la storia della Rai, nonché con altri contesti nazionali e mediali. È sicuramente un saggio fondamentale per chi voglia conoscere la storia di uno dei periodi più affascinanti della radiofonia italiana, anche se a tratti l’eccessivo numero di informazioni toglie spazio all’elaborazione di un punto di vista originale da parte dell’autore. L’auspicio è che in futuro chi si occupa di media history continui ad allargare la conoscenza di questi due decenni radiofonici attraverso l’indagine delle radio libere “minori”, studiando nuove fonti, riportando al centro della riflessione anche le poche fonti sonore disponibili e intrecciando la storia della radio con le diverse storie locali.

 


Riferimenti bibliografici
M. Cirri, Sette tesi sulla magia della radio, Milano, Bompiani, 2017.
L. Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, Roma, Carocci, 2016.
P. Flichy, Parallel Radios and Program Revitalization, in «Journal of Communication», 1978, 3, pp. 68-72.

 

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