II, 2019/1

Cherstin M. Lyon, Elizabeth M. Nix and Rebecca K. Shrum

Introduction to Public History

Review by: Maurizio Ridolfi

Authors: Cherstin M. Lyon, Elizabeth M. Nix and Rebecca K. Shrum
Title: Introduction to Public History. Interpreting the Past, Engaging Audiences
Place: New York
Publisher: Rowman&Littlefield
Year: 2017
ISBN: 9781442272217
URL: link to the title

Reviewer Maurizio Ridolfi - Università degli Studi della Tuscia

Citation
M. Ridolfi, review of Cherstin M. Lyon, Elizabeth M. Nix and Rebecca K. Shrum, Introduction to Public History. Interpreting the Past, Engaging Audiences, New York, Rowman&Littlefield, 2017, in: ARO, II, 2019, 1, URL https://aro-isig.fbk.eu/issues/2019/1/introduction-to-public-history-maurizio-ridolfi

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Con la nascita nel 2017 di un’Associazione Italiana di Public History (AIPH) e l’eco diffusa che essa sta avendo, al di fuori e dentro le università, un volume come questo merita una particolare attenzione. Muovendo dalla realtà statunitense e quindi interrogandosi sullo sviluppo della public history nel Paese della sua origine, il testo si presenta come un avvertito manuale. L’idea del volume è maturata del resto nell’ambito degli annuali incontri del National Council of Public History (NCPH), la più antica organizzazione professionale in supporto dei public historians. Gli autori insegnano storia e public history in università statunitensi; muovendo da un orizzonte programmatico di “progressive public history”, “that places ethics and justice at the center of practice”, essi evidenziano i riflessi di ricerche sul campo, nell’intento di favorire le connessioni tra i mondi accademico e professionale. Raccogliendo e presentando esperienze che denotano il dinamismo in atto nell’universo della public history d’oltre Atlantico, il volume è pensato per un suo uso didattico e propedeutico, rivolgendosi a insegnanti e studenti dei diversi gradi universitari, laddove si formano i futuri public historians, produttori e consumatori di storia.

Il volume è pubblicato nella collana promossa dall’American Association for State and Local History (AASLH), la quale impegna i propri aderenti “in preserving, researching, and interpreting traces of the American past to connect the people, thoughts, and events of yesterday with the creative memories and abiding concerns of people, communities, and our nation today”. Corrispondendo alle peculiarità della public history negli Stati Uniti fin dalle sue origini, il volume fa emergere la ricchezza dei contesti in cui essa si manifesta: in primo luogo nelle realtà locali e territoriali, città post-industriali e comunità etnico-linguistiche (si pensi a un esemplare “past case study” come quello del “Baltimore ’68 Project”, pp. 33-55). Già tra i secoli XIX e XX numerosi gruppi sociali e professionali (di biblioteche e musei, archivi pubblici e privati, parchi e luoghi di sociabilità) erano andati organizzandosi in associazioni culturali all’interno delle quali sarebbero poi maturate le domande di una effettiva public history. Lo scopo è quello di favorire un ripensamento del passato, la sua reinterpretazione e rappresentazione (l’esibizione e la messa in scena), l’uso di linguaggi plurali che sappiano dare voce a gruppi e comunità, restituendo senso e identità smarrite nelle trasformazioni del tempo presente.

Se le pratiche, i luoghi e i linguaggi della public history sono ormai molteplici, ciò che ne evidenzia la qualità è sempre la bontà o meno del metodo storico applicato. La public history si distingue da una “academic history” sulla base dell’“audience”: “Understanding the audience means understanding what different publics expect and value when it comes to engaging in historical exploration” (p. 2). Ne consegue un secondo fattore distintivo: la collaborazione necessaria tanto con il pubblico (“the public’s needs as audience or consumers of history”) quanto con gli stakeholders ovvero le comunità e le istituzioni che hanno uno specifico interesse all’oggetto di studio. Ciò dovrebbe indurre a promuovere “best practices”, poiché se tutti gli storici sono chiamati ad attenersi a condivisi principi etici, i “public historians have added ethical responsabilities that require many layers of reflective practice” (p. 3). Di particolare efficacia sono i capitoli dove si esemplificano le opportunità tramite le quali favorire “engaging audiences”, con una attenzione privilegiata verso le fonti orali e audio-visive (pp. 141-162), nel vivo di un vissuto comunitario che sottolinea la stretta correlazione tra il momento interpretativo (da parte del public historian) e le esperienze del “pubblico protagonista”.

Il volume potrebbe utilmente essere visto insieme a un analogo e recente “Textbook of Practice”, dedicato alla public history da Thomas Cauvin[1], dal 2017 presidente della International Federation of Public History (IFPH). Egli ne contestualizza la nascita negli Stati Uniti e ne illustra i numerosi campi di intervento, unendo sempre le questioni concettuali con esempi di pratiche applicative. In entrambi i volumi si intravvedono fecondi spunti comparativi per allargare la riflessione sulle diverse declinazioni “nazionali” della “storia pubblica”. Lo ha fatto Catherine Brice per la Francia[2], sarebbe assai opportuno farlo per l’Italia[3]. Nei due Paesi transalpini si assiste al paradosso di una esponenziale crescita della “domanda di storia” nella società e però di una crescente penuria di sbocchi professionali (tra università e insegnamento scolastico) per i giovani che scelgono un percorso di formazione incentrato sulle discipline storiche. Con la public history la costruzione di un sapere storico – aveva a suo tempo rimarcato Michael Frisch – viene a definirsi e a essere condivisa attraverso un continuo scambio di relazioni con il pubblico, di volta in volta chiamato a confrontarsi con il public historian; in gioco non è solo la sua autorevolezza, ma le metodologie e le fonti utilizzate, la capacità di offrire interpretazioni in grado di corrispondere alle sollecitazioni e alle esperienze di comunità e gruppi.

Con questo volume – manuale e libro di storia insieme – si contribuisce a sciogliere il dilemma su quali possano essere i contenuti di programmi di formazione storica e di pratiche di public history, ovvero quali ne siano i fattori propriamente “storici” e quali invece di natura “pubblica”, tali da garantire la migliore professionalizzazione del public historian. È tempo di promuovere una comparativa e transnazionale “storia della public history”, laddove – come in questo caso – questioni teoriche e pratiche esemplari convergano nel definirne i campi di applicazione.

 

[1] T. Cauvin, Public History. A Textbook of Practice, New York, Routledge, 2016.

[2] C. Brice: https://www.politika.io/fr/notice/thomas-cauvin-public-history-a-textbook-of-practice-newyork-routledge-2016.

[3] Si veda P. Bertella Farnetti - L. Bertucelli - A. Botti (edd), Public History. Discussioni e pratiche, Milano, Mimesis, 2017.

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